STORIA/ Ecco perché anche Umberto Eco ha dovuto riconoscere la bellezza del Medioevo

- Laura Cioni

LAURA CIONI commenta gli esordi dello studioso e romanziere autore de Il nome della Rosa, ricordando come anch’egli analizzò a fondo il senso estetico e la bellezza del periodo medievale

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Umberto Eco inizia i suoi studi occupandosi dell’estetica di san Tommaso. Trent’anni dopo, nel 1987 pubblica Arte e bellezza nell’estetica medievale, in cui passa in rassegna il pensiero sul bello di quei secoli che restano nell’opinione comune secoli bui, nonostante la rivalutazione di tanti studiosi e la possibilità data a chiunque di apprezzare ciò che hanno donato all’umanità nella letteratura e nell’arte. Appare un po’ contraddittorio che chi ha potuto accostare e leggere con tanta perizia testi così pieni di sapienza abbia nel frattempo scritto Il nome della rosa. Ma è solo un inciso.

Il pregio del saggio sul bello nel Medioevo sta nella quantità di fonti volte a documentare la sensibilità estetica medievale dal suo interno, cogliendone la diversità da quella dei moderni. Solo la conoscenza superficiale dei testi e la conseguente incomprensione della mentalità medievale portano a ritenere il medioevo un’epoca di negazione moralistica del bello sensibile.

Accanto all’amore per il deposito della tradizione classica, biblica e patristica, accanto alla meraviglia per la natura avvertita come riflesso della trascendenza, è viva anche una fresca attenzione nei confronti della realtà sensibile. Appare così negli scritti di Isidoro di Siviglia, dei maestri della scuola di Chartres, di san Bernardo, di san Tommaso, di san Bonaventura un mondo non libresco, non solo fatto di concetti astratti, ma attento a esperienze concrete; il campo dell’interresse estetico di questi maestri è più dilatato di quello dei moderni intellettuali, perché la loro attenzione per le cose è stimolata dalla coscienza della bellezza come dato metafisico.

 

Accanto a questo pensiero alto, esiste anche il gusto dell’uomo comune, dell’artigiano e dell’amatore delle arti, vigorosamente volto alla percezione dei sensi. Ciò spiega il gusto del colore, della lucentezza, della ruvidezza della pietra, del cesello, dell’ornato, dei tessuti, dell’armonia dei suoni presente nella vita quotidiana e reso imponente dalla costruzione delle grandi cattedrali che, secondo l’espressione di Rodolfo il Glabro, dopo il mille rivestono l’Europa di un bianco mantello.

Anzi, sono proprio coloro che si interrogano sulla finalità della natura e dell’arte a essere attratti di più dalla loro bellezza e su questo fascino si fonda il dramma della disciplina ascetica.

Il libro permette al lettore di farsi un’idea complessiva delle varie forme di sensibilità al bello che le fonti documentano, fino alla definizione di san Tommaso, per il quale il bello riguarda la facoltà conoscitiva. L’estetica dunque è un atto di giudizio, non un puro sentimento o, peggio ancora, una pura emozione. Nel suo pensiero tre sono le caratteristiche del bello: accanto alla perfezione e all’armonia che riprende dalla tradizione classica, la claritas, lo splendore, che non scende dall’alto, come per i neoplatonici, ma sale dal basso, dalle cose stesse.

Sono anche particolari ricchi di implicazioni come quello citato che rafforzano l’impressione non fuggevole del medioevo come grande stagione di civiltà consapevole e creativa.

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