MERCATO/ A chi appartiene davvero la ricchezza delle imprese?

GAETANO TROINA affronta il tema del rapporto tra lavoro e capitale alla luce delle nuove sfide poste dalla crisi finanziaria. Secondo di due articoli

11.11.2010 - Gaetano Troina
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Crisi, il documento di Comunione e Liberazione

Gaetano Troina affronta il tema del rapporto tra lavoro e capitale alla luce delle nuove sfide poste dalla crisi finanziaria. Secondo di due articoli. La prima parte è uscita giovedì scorso, 4 novembre.

Il capitalismo non ama le regole del mercato e vede in esse dei laccioli posti alla propria operatività, per questo non ama che il libero mercato sia sinonimo di economia paritaria, dove i rapporti siano socialmente e politicamente regolamentati e, quindi, vengano applicate norme di controllo, di qualità, contrattuali, di rispetto dell’ambiente, ecc. Esso – come del resto, anche se in misura estremamente maggiore faceva il marxismo – pretende di avere un mercato a sua immagine e somiglianza, ove non vi siano intralci ai suoi “giuochi” e alle sue “scommesse” speculative, anche quelle che prevedono che capitali virtuali producano capitali reali arricchendo alcuni soggetti e affossandone nella povertà altri.
 
In tema osserva Benedetto XVI nella Caritas in Veritate (35) che “La dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato…Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valori dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”. 

Il primato del capitale sul lavoro è stato – direttamente o indirettamente – sostenuto dall’economia capitalistica, specialmente in tutte quelle posizioni interpretative della realtà che possono riportarsi alle posizioni calviniste della riforma protestante, ove la Grazia, come sostegno divino e premiante la realtà umana, si evidenziava anche nella ricchezza che ciascuno poteva esibire. Si “nobilita” l’accumulo della ricchezza come espressione dell’approvazione divina. Si trasferiscono, così, le esigenze quotidiane del pane e di una consona sopravvivenza dell’uomo su un piano superiore incontestabile di evidenze meritorie con tutte le conseguenze pratiche che esse comportano.

Questo presupposto interpretativo della realtà economica è stato sempre contestato e contrastato dalla dottrina sociale della Chiesa Cattolica. La riflessione della dottrina sociale, infatti, si diparte da un diverso assunto: il primato del lavoro sul capitale. La posizione logica è qui ribaltata: non è il capitale il fattore da porre come momento economicamente in primo rilievo, ma è il fattore lavoro. L’homo oeconomicus del capitalismo è preceduto dall’homo faber, cioè dall’uomo che opera sulla natura e con la natura per trasformarla in favore di sua possibile migliore esistenza. Di un uomo che “opera” per trovare adeguato sostegno per sé e per i suoi. L’homo faber è l’uomo comune dotato di bisogni, desideri e di “cuore” che opera nelle congiunture cercando di adattarsi a queste, è l’uomo che cerca ragionevolmente (ora cogliendo, ora errando) di perseguire il suo bene e che è sollecitato (educato) dalla comunità sociale a mediarlo con e nel bene comune.      

Proprio per questo il lavoro non può essere inserito in posizione di sudditanza rispetto ad un potere, a sua volta, connesso con la ricchezza accumulata (cioè il capitale), ma è l’accumulo di questa ricchezza che, invece, deve essere messo sotto osservazione etico-sociale. Sul tema scrive Giovanni Paolo II nella Laborem exercens (12): “Il lavoro è un bene per l’uomo – è un bene della sua umanità – perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»”.

All’interno dell’ampio respiro di questa posizione etica diviene strategico che le imprese, siano esse private, pubbliche o tipiche della sussidiarietà, utilizzino il mercato e le loro stesse forme organizzative come parti componenti di un’unica rete di sicurezza sociale, nella quale e attraverso la quale possano essere perseguiti i loro obiettivi economici in piena consonanza con quello primario e generale che postula il bene comune.

Dobbiamo ora porci una domanda: come, normalmente, si sarebbe dovuto accumulare il capitale? Si sarebbe dovuto accumulare tramite il lavoro quotidiano di ciascuno (e/o dei propri genitori); allora possiamo affermare che il capitale “è” il risultato “storico” del lavoro che si viene a concretizzare in quella parte di ricchezza che il lavoro ha generato e che non è servita per la soddisfazione dei bisogni, ma che può, anzi deve, essere utilizzata per creare nuovo lavoro.

Colui che possiede un capitale ha in mano un “dono-talento” ed ha l’obbligo di non distrarlo dalla sua originaria destinazione, che è quella di dover essere utilizzato per generare nuovo lavoro. In buona sostanza il lavoro genera il capitale affinché questo possa essere, a sua volta, fonte di nuovo lavoro. Prima e dopo il capitale, in un ciclo sano dell’economia, c’è il lavoro. In questo senso si motiva il primato del lavoro sul capitale così come viene inteso dalla dottrina sociale della Chiesa.
In tema scrive Giovanni Paolo II nella Laborem exercens (12): “Tutti i mezzi di produzione, dai più primitivi fino a quelli ultramoderni, è l’uomo che li ha gradualmente elaborati… Così tutto ciò che serve al lavoro, tutto ciò che costituisce – allo stato odierno la tecnica – è frutto del lavoro. Questo gigantesco e potente strumento – l’insieme dei mezzi di produzione, che sono considerati, in un certo senso, come sinonimo di «capitale»- è nato dal lavoro e porta su di sé i segni del lavoro umano”.

Di conseguenza, il primo fra tutti i talenti che è stato dato all’uomo deve essere rinvenuto nella sua capacità di agire e interagire con “le braccia e la mente” per assoggettare positivamente la natura (il dono ex ante e che è dato per tutti gli uomini) rispetto alla quotidianità e alla straordinarietà dei suoi bisogni. È il bisogno che fa dell’uomo comune un uomo faber. È dal bisogno che origina l’economia come possibilità plurale e sociale di dare adeguate soluzioni ai variegati bisogni che in essa si esprimono. Tutto questo comporta che al centro dell’economia c’è, e vi deve restare, l’uomo con il suo bisogno.

Al centro dell’economia c’è la persona umana. Se l’uomo e il suo bisogno sono decentrati rispetto alle scelte economiche, allora sopravanzano motivazioni e pretese solutive diverse da quelle ontologiche dell’economia, motivazioni che non pongono più al centro “il bene comune”, ma il principio capitalistico del tornaconto spinto alle sue più esasperate e a-etiche possibilità, oppure l’imperio assoluto dello Stato che opera nelle nebbie del cosiddetto bene totale. Scrive nella Sollicitudo rei socialis (37) Giovanni Paolo II “Se certe forme di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo all’economia o alla politica, si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della classe, della tecnologia”.

Quando questo accade allora l’economia non è più al sevizio dell’uomo ma è contro l’uomo e il bene comune, giacché prevalgono gli interessi particolari e tornacontistici di pochi o dell’ideologia dello Stato (cioè di quelli che direttamente o indirettamente hanno in mano, perché se ne sono impossessati, le leve del capitale) e vengono, quasi sempre, ignorati e disattesi gli interessi della società civile la quale, invece, è costituita da uomini che lavorano e che partecipano alla formazione della ricchezza anche di quella che resta a disposizione degli imprenditori e delle future scelte di investimento.

Solo quando lo sguardo è rivolto al bisogno dell’uomo il capitale potrà essere considerato “buono”, cioè essere apprezzato come “bene” perché, a sua volta, fonte di bene. Questo accadrà solamente se la destinazione del capitale (e, quindi, dei mezzi di produzione in cui esso si materializza o nella nuova disponibile ricchezza generata dalle imprese o dal lavoro quotidiano) sarà in rispettosa sintonia con gli obiettivi del postulato del “bene comune” che dovrà essere perseguito attraverso l’applicazione dei principi di solidarietà, sussidiarietà, di reciprocità-fratellanza.

L’attuale crisi economica trova proprio su queste ultime considerazioni l’evidenza della sua origine. L’economia del tornaconto esasperato e delle scommesse capitalistiche distrugge posti di lavoro, il suo obiettivo, infatti, non è quello della crescita e del benessere della società civile, ma quello di “portare a casa più capitale possibile”. In queste condizioni, si può affermare che il capitale è contro l’uomo lavoratore perché il capitale, in questi casi, viene sottratto alla sua ontologica destinazione di produrre posti di lavoro e svolge la snaturata funzione di accumulo della ricchezza per la ricchezza.

Il legame naturale che vincola il lavoro al capitale è la vera forza dell’economia civile. In questa economia non si disconoscono gli interessi e le aspettative delle persone, ma il tutto viene opportunamente orientato verso l’obiettivo del bene comune che è raggiungibile attraverso la cultura della solidarietà, del riconoscimento della reciprocità, attraverso ampie strutture di sussidiarietà e ove il mercato, di conseguenza, è opportunamente regolamentato.

Alla luce di quanto ora affermato anche all’interno dei sistemi d’impresa il capitale e il lavoro sono chiamati ad essere coerenti con la loro stessa ontologia e a riconoscere di essere reciprocamente necessari e “com-partecipativi” rispetto ad una medesima vicenda economica. Questa reciproca riconoscenza deve anche originare dall’evidenza che lavoro e capitale, di fatto, sono i due soli fattori produttivi che costituiscono ed “abitano” stabilmente l’impresa e che possono, di fatto, trasformarla in una realtà comunitaria, ovvero in un “bene” al servizio del bene comune.

Questo significa che il lavoro e il capitale sono due fattori produttivi legati intimamente e personalmente (cioè tramite i desiderata di persone fisiche) alle vicende aziendali più degli altri fattori produttivi. Essi, infatti, sono i soli fattori su cui direttamente potrà ricadere la negatività del rischio ontologico d’impresa: il capitalista subendo le perdite di capitale, il lavoratore la perdita del posto di lavoro. Gli altri fattori che intervengono nella sfera produttiva, invece, sono quasi sempre rappresentati da altre imprese o da professionisti che hanno la possibilità di fronteggiare il proprio rischio generico di impresa o professionale nella fase della contrattazione e che, comunque, hanno la possibilità di frazionarlo nella molteplicità dei contratti per la cessione dei propri beni o dei propri servizi con una più vasta pluralità di altri attori economici. Il capitale, ma soprattutto il fattore lavoro non hanno la possibilità (anche se non si debbono dimenticare le esistenti tutele sociali verso i lavoratori) di “frazionare” presso altre realtà economiche il manifestarsi negativo del rischio ontologico d’impresa.

Il principio ora richiamato costituisce un solido bagaglio della dottrina sociale, esso impernia la logica dell’enciclica Rerum novarum per divenire una precisa costatazione nella Quadragesimo anno là ove Pio XI afferma: “È del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro, ed è ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa negando l’efficacia dell’altro”… “è necessario con tutte le forze procurare che in avvenire i capitali guadagnati non si accumulino se non con eque proporzioni presso i ricchi, e si distribuiscano con una certa ampiezza fra i prestatori d’opera” e successivamente nella Mater et Magistra (62), Giovanni XXIII affermava: “Non possiamo qui non accennare al fatto che oggi in molte economie le imprese a medie e grandi proporzioni realizzano, e non di rado, rapidi ed ingenti sviluppi produttivi attraverso l’autofinanziamento. In tali casi riteniamo poter affermare che ai lavoratori venga riconosciuto un titolo di credito nei confronti delle imprese in cui operano, specialmente quando viene loro corrisposta una retribuzione non superiore al minimo salariale”… “l’accennata esigenza di giustizia può essere soddisfatta in più modi suggeriti dall’esperienza. Uno di essi e tra i più auspicabili, è quello di far sì che i lavoratori nelle forme e nei gradi più convenienti, possano giungere a partecipare alla proprietà delle stesse imprese…” Questo pensiero trova anche sotto il profilo conciliare una sua riaffermazione quando nella Gaudium et spes si afferma: “Nelle imprese economiche si uniscono le persone, cioè uomini liberi e autonomi, creati a immagine di Dio. Perciò, avuto riguardo ai compiti di ciascuno… e salva la necessaria unità di direzione dell’impresa, va promossa, in forme da determinarsi in modo adeguato, la attiva partecipazione di tutti alla vita dell’impresa”.

Su questo punto sarebbe necessaria da parte degli economisti e specialmente di quelli aziendali una riflessione sull’appartenenza e sull’etico utilizzo di quella parte di ricchezza che può residuare dopo che tutti i fattori intervenuti nel ciclo produttivo hanno percepito la loro congrua remunerazione e che resta (o che dovrebbe restare) a disposizione delle imprese. Sul tema ci riserviamo un ulteriore intervento.
 



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