CENSIS/ Bonomi: un nuovo patto capace di ridare desiderio al paese

- int. Aldo Bonomi

Non è confortante la fotografia dell’Italia che restituisce il 44° Rapporto Censis. Il verdetto, finito su tutti i giornali, è impietoso: un paese senza più desiderio. Il commento di ALDO BONOMI

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Foto Imagoeconomica

Non è confortante la fotografia dell’Italia che restituisce il 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010, pubblicato lo scorso 3 dicembre. Una diminuzione del lavoro in proprio, un’economia che soffre di più di quella europea, l’aumento del credito al consumo, la sfiducia nella politica, e soprattutto quel numero, impressionante: 2milioni e 200mila persone tra i 15 e i 34 anni che non hanno un lavoro ma soprattutto non fanno nulla per trovarlo. Ci racconta, l’istituto diretto da Giuseppe De Rita, di un’Italia priva di desiderio: un paese segnato dalla fragilità, dominato da «comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro». Alle domande del sussidiario risponde il sociologo Aldo Bonomi, fondatore e presidente di Aaster.

«Tornare a desiderare – dice il rapporto Censis – è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Perché siamo un paese senza desiderio?

«Per capire le vicissitudini di questo desiderio dovremmo “spacchettarlo”. Parlerei innanzitutto di infelicità desiderante».

Non fa sempre riferimento, l’infelicità come il desiderio, ad una mancanza?

«Ci sono due milioni e 200mila giovani, tra i 15 e i 34 anni, che non cercano più lavoro. È un dato allarmante. La nostra società è segnata da quello che Peter Handke chiamava l’infelicità senza desideri, ed è un fenomeno che sta segnando soprattutto gli anziani. Questi primi anni del nuovo secolo hanno mostrato fino in fondo la differenza tra la loro società – una società con mezzi scarsi ma con fini certi – e la nostra, caratterizzata da mezzi superabbondanti, ma da fini incerti. Ma questo è solo un lato della medaglia».

E in che cosa consiste quella che ha chiamato «infelicità desiderante»?

«Ci troviamo nel pieno di quella che i situazionisti avevano descritto come “società dello spettacolo”. È la società della trasparenza, dell’iper-comunicazione, in cui tutto è in mostra ma nulla è afferrabile. I giovani sono bombardati da un numero enorme di opportunità, di fronte alle quali l’esito personale è lo scacco, la privazione. L’infelicità desiderante è infine, anch’essa, una povertà: materiale ed immateriale».

Che ruolo gioca il soddisfacimento dei bisogni nell’azzeramento del desiderio di cui stiamo parlando?

«La vita viene definita da un oggetto che continua a mancare. Questo è vero nella sfera del significato e in quella dei bisogni “veri”, materiali. I giovani oggi sono infelici perché desiderano molto ma stringono poco: dal punto di vista economico non riescono a costruire un progetto stabile di vita, soffrono di precarietà. L’identità soggettiva si sfuoca, va in crisi. La deprivazione materiale e spirituale determina l’ingresso in uno stato di incertezza e di paura».

 

Quanto pesa nella fisionomia della società italiana di oggi questa povertà di deprivazione?

 

«Moltissimo, perché investe anche coloro che sono nettamente sopra la soglia della povertà materiale, sulla quale i dati Istat e Censis ci dicono in modo ampio. La povertà desiderante finisce per paralizzare l’esistenza, restituendoci quella morte del desiderio che bene si documenta a livello economico e sociale. Ed è speculare alla crisi del ceto medio. Chi faceva parte del ceto medio? Tutto coloro che, pur non potendo concedersi proprio tutto, non avevano il problema della deprivazione. Oggi il ceto medio può concedersi ancora molto, ma è dominato dall’incertezza: quella che grava sulla rendita finanziaria e quella dei figli che non trovano lavoro».

 

Così torniamo al punto di partenza. Come può il paese ricominciare a desiderare?

 

«Per costruire nuovamente un futuro occorre un processo di coesione sociale adeguato, un meccanismo di rappresentanza al passo coi tempi, una redistribuzione dei beni in grado di diminuire la deprivazione. Non ultimo, una classe politica capace di elaborare una visione. Ma più ancora, alla deprivazione occorre rispondere con una nuova sobrietà. Una rinnovata capacità di leggere la “società dello spettacolo” attraverso una cultura di riferimento che permetta di decodificare tutti gli input a cui siamo sottoposti, che ci renda capaci di orientarci. È questo il fondamento di un nuovo approccio».

 

Secondo il Censis, «la maggioranza relativa degli italiani ritiene che la classe politica litigiosa sia il principale problema che grava sulla ripresa economica del Paese, prima ancora della elevata disoccupazione». È un giudizio severo.

 

«Non c’è dubbio. Il compito della politica dovrebbe essere quello di rapportarsi alla situazione sociale mutata, ai grandi cambiamenti intervenuti, agli effetti della crisi economica ma non solo in termini di politica economica. È chiaro che in una società con mezzi scarsi e fini certi, per usare la formula di prima, la politica poteva dire: ecco come andare verso il benessere, l’emancipazione e il cambiamento. Ora non più».

 

A cosa si può ricondurre questa crisi della politica?

 

«Ad un ciclo che si è concluso. Non si può più guardare in modo nostalgico all’Italia del boom economico tentando di ripeterlo. L’Italia di oggi ha già fatto due cicli economici, il primo quello del fordismo pubblico e privato – Iri, Alfa Romeo, Fiat – il secondo quello dell’impresa molecolare, tutta tesa a raggiungere l’obiettivo del benessere e dei nuovi mercati. Ora siamo in una fase nuova segnata dalla diffusione pervasiva di reti di ogni tipo: finanziarie, logistiche, migratorie, virtuali. In questo scenario l’economia è andata a velocità folle, e ha superato la politica, che non è stata capace di adeguare la sua visione».

 

Nel suo recente intervento all’assemblea nazionale della Cdo, Julián Carrón ha detto che il desiderio è sintesi di ragione e affezione, sentimento, mentre uno dei segni più evidenti della crisi attuale viene dal fatto che il desiderio è «ridotto a sentimento» e quindi «svuotato del suo essere». Con la conseguenza che «un desiderio così ridotto non ha la forza di sostenere un impegno reale, una responsabilità». Nella vita come nell’impresa. Lei che ne pensa?

 

«Nella società di ieri, i fini certi – quella perfezione cui Carrón fa riferimento (nel testo si cita Tommaso d’Aquino: “tutti desiderano il raggiungimento della propria perfezione”, ndr) – erano fuori di noi. Questo rendeva l’uomo capace di un fine prossimo, raggiungibile nel presente. Oggi invece non ci sono più fini fuori del mondo: la perfezione raggiungibile o è qui e subito, o altrimenti non è. La nuova sfida, a cui non ci possiamo sottrarre, è quella di ricominciare a mettere in campo un desiderio del possibile».

 

Da dove si può cominciare?

 

«Sotto la “pelle” dello Stato possiamo scorgere tre grandi comportamenti collettivi: il rancore, la cura e l’operosità. Se uno non ha più desiderio sarà dominato dalla paura, dall’incertezza, e finirà per chiudersi rancorosamente in se stesso. Per fortuna però in questa società c’è ancora una solida comunità di cura, cioè tutte quelle iniziative che hanno nel dna il senso dell’inclusione: il non profit, l’impresa sociale, il volontariato. Il problema è capire cosa faranno gli operosi. Solo una nuova alleanza dell’operosità con la cura, cioè di un’economia competitiva con chi produce bene sociale, potrà ridare al paese un desiderio capace di costruire».

 

(Federico Ferraù)

 

 

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