ARTE/ Lo sapevate? Siamo tutti un po’ cittadini di Bisanzio

- La Redazione

PAOLO NESSI mostra come lo storico Alain Besançon ne L’immagine proibita. Una storia intellettuale dell’iconoclastia spieghi le ragioni, i protagonisti e le conseguenze odierne del rifiuto di raffigurare il divino

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Da Omero fino all’iperrealismo moderno, l’iconoclastia – il rifiuto teorizzato di rappresentare il divino – ha sempre prodotto esiti dagli effetti pratici visibili ben al di fuori degli ambiti accademici: crisi politiche, sommovimenti religiosi, fino al rifiuto sistemico della realtà da parte di interi movimenti artistici e culturali. Lo storico Alain Besançon analizza ne “L’immagine proibita. Una storia intellettuale dell’iconoclastia” le ragioni, i protagonisti e le conseguenze odierne del fenomeno.

Tra i concetti che, di solito, maggiormente suscitano un senso di astrattezza e cervellotica artificiosità, al solo chiamarlo in causa, c’è sicuramente quello di iconoclastia. Quel flusso di dottrine che, in terra bizantina – in base a motivazioni teologiche mescolate alla politica e agli affari dell’imperatore – tacciò, dal 725, il culto delle icone (diffusosi tra il VI e il VII secolo) di idolatria.

Alain Besançon, tra gli storici francesi più noti, successore di Jean Guitton all’Institute de France è riuscito a parlarne ne L’immagine proibita. Una storia intellettuale dell’iconoclastia (Marietti) in maniera avvincente. Utilizzandolo come pretesto alla luce del quale dar vita ad un intreccio di arte, storia, filosofia e teologia che racconta uno scorcio delle vicende umane. A partire dall’antica Grecia. Dove furono due – ovviamente – i pilastri che, con la loro visione del mondo, influenzarono l’arte e l’intera storia intellettuale del loro tempo e dei secoli successivi: Platone, da una parte, convinto che la reale consistenza delle cose risiedesse nel mondo delle idee, delle quali il mondo visibile non era che un pallido riflesso; Aristotele, dall’altra, convinto, invece, che le sostanze fossero identificabili come miscuglio di forma e materia, atto e potenza, divisibili nella logica, ma non nella realtà. Dal che ne derivava che le cose avessero una propria legittimità ontologica. Ma che diversi gradi di valore le caratterizzassero, risalendo i quali si giungeva all’ente perfetto, il motore immobile, puro atto e pura forma, pensiero di pensiero.

In ogni caso, per entrambi, come per l’intero mondo antico, l’assunto di fondo non cambiava: il fine sommo dell’uomo che volesse vivere secondo ragione e virtù era quello di rivolgere la propria intelligenza all’essenza delle cose, contemplare la trascendenza, ricercare il divino. Il quale coincideva, in fondo, con il bene. Ma la dimensione all’interno della quale questa ricerca avveniva, era quella del bello.

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Questo, in sintesi, il contesto intellettuale che fa da sfondo al mondo antico. Al di là delle infinite sfumature filosofiche e del modo in cui i diversi pensatori intendevano l’arte sacra. Besançon, da Omero a Plotino, concede spazio quasi a tutti, delineando i tratti principali dei diversi sistemi concettuali. Ma il fulcro della sua narrazione rimane nel mondo ebraico-cristiano. Anzitutto nell’Antico Testamento. Quando il divieto di produrre immagini di Dio era comprensibile solo dall’interno dell’incomprensbile disegno di Dio sul Popolo eletto; Dio era irrapresentabile non in ragione della sua natura, ma del rapporto misterioso e personale che aveva instaurato con Israele. «Esiste un contrasto sorprendente» – dice Besançon – «tra la maestà opprimente e imprecisa delle teofanie, e la familiarità senza equivoci della parola. I segni visibili sono rari (…). Il dialogo con Dio riempie la vita di Abramo, di Mosé, dei Profeti».

Sarà proprio la teologia legata al compimento dell’Antico Testamento nel Nuovo, dunque all’Incarnazione, a diventare terreno di scontro tra iconoclasti e ortodossi. Se prima la maestà di Dio rimaneva inviolabile, ora Egli stesso decide di rendersi visibile, «circoscritto» in una figura umana. Nasce un problema: «Al manifestarsi del minimo squilibrio» – nota Besançon – «a proposito della collocazione del Verbo nella Trinità o dell’unione delle due nature nella persona di Cristo, non si ha più immagine o si ha soltanto un idolo». Rifiutare le icone poteva significare rifiutare l’incarnazione. E accettarle, al contrario, separare Cristo dalla natura divina, riducendolo a creatura.

L’errore stava, spiega Besançon «nell’idea dell’inseparabilità nel prosôpon (volto/persona, ndr) delle due nature. In questo caso il prosôpon equivarrebbe a una terza natura unitaria (…). Il volto dipinto – continua – non circoscrive la natura divina, e in sostanza nemmeno la natura umana: circoscrive l’ipostasi composta del Verbo incarnato». Nell’843, dopo infinite dispute e spargimenti di sangue, la questione sembra giunta al termine; l’iconoclastia è definita eterodossa. Ma, relativamente calmierati i furori iconoclasti durante il medioevo, questi tornano a riproporsi in epoca moderna. In maniera, forse, più drammatica e psicologicamente profonda.

 

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Il pensiero scientifico modifica, nella coscienza collettiva, i connotati dell’universo. Si passa da un mondo «chiuso», «affollato» e «gerarchizzato», dove ciascun elemento aveva «le sue proprietà, le sue qualità, le sue forze», «risultava eloquente» e «parlava di Dio», ad un altro «ridotto alla sola estensione», «percepito come un pulviscolo impercettibile perduto nel vuoto di uno spazio infinito e muto». Per Besançon l’ultima traccia del divino rimane una «forza organizzatrice» che il nuovo pensiero si illude di cogliere grazie «al calcolo matematico o per grazia». Di Dio non resta che «una maestà più astratta che squalifica ogni rappresentazione».

In questo scenario Kant ed Hegel esercitarono un profondo influsso iconoclasta, orientando «l’arte in modo che la rappresentazione di Dio, più di ogni altra cosa, divenisse sempre più aleatoria, al punto che l’arte stessa si riducesse ad una ricerca febbrile e disperata del modo di sfuggire all’annientamento». Con la Volontà di Shopenhauer, il substrato oscuro della realtà, accessibile solo al genio, il limite entro il quale è possibile affacciarsi alla verità è spostato quasi all’infinito.

Dio e la realtà sono ormai imperscrutabli, le loro immagini inutili insensate finzioni. Ma il processo culmina in esiti inaspettati – e tuttora in atto. «Dato che il divino non è più presente nelle cose – afferma Besançon – si è reso necessario incalzarle, forzarle e deformarle per far loro manifestare una presenza che le sfuggiva, sino a che alcuni artisti hanno deciso di varcare il confine e di farne a meno del tutto». Secondo Besançon è questa l’origine profonda dei movimenti artistici dell’ultimo secolo e mezzo. Che, sfociando nell’astrattismo di Kandinskij – con il testo Lo spirituale nell’arte e Malevič con il suo Quadrato bianco su fondo bianco, fino alle esagerazioni dell’Iperrealismo americano, lasciano intravedere l’esigenza dell’originaria unità di significato del mondo: in cui le «immagini divine diano vita alle cose» e «le immagini profane diano corpo al divino».

 

(Paolo Nessi)

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