FILOSOFIA/ Il senso della festa: di che cosa si rallegra il cuore umano?

- Giovanni Maddalena

GIOVANNI MADDALENA prende in esame lo scritto del filosofo Joseph Pieper sul senso della festa come gesto totalmente umano e ne critica l’approccio scarsamente metodologico, proponendo di rimandare la domanda sul senso del rallegrarsi a ben più profonde radici antropologiche

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Sarà perché sono appena stato al party che ogni famiglia americana ha dedicato al Super Bowl (dalla parte sbagliata, quella dei Colts di Indianapolis, favoriti e perdenti) o, forse, più in generale perché mi sembra che ci siano tanti tipi di feste vere anche tra non credenti o perché mi piacciono i ragionamenti stringenti. Fatto sta che il libro di Joseph Pieper, Sintonia con il mondo. Una teoria sulla festa (Edizioni Cantagalli) che pur ha uno spunto acuto e interessante, lo trovo debole.

L’oggetto della ricerca è centrato e illuminante: la festa. La festa come chiave di lettura di ciò che è davvero il lavoro, il momento della gioia per capire tutti gli altri momenti. È un tipo di fenomenologia che meriterebbe persino più spazio perché ha infiniti spunti di carattere etnologico, psicologico, filosofico, giuridico, economico. Un classico momento dove si vede che l’uomo compie dei gesti che sintetizzano il ragionamento legando insieme tanti fili che l’analisi può disarticolare e studiare. Ma se questa seconda operazione è ben nota – è l’essenza di tutti i corsi universitari – la prima, la sintesi di tutti i piani in unico gesto è stata finora poco approfondita e una sua fenomenologia vitale può essere un primo stadio per una logica sintetica, che meriterebbe studi tecnici adeguati.

Il percorso iniziale funziona ed aiuta a capire tante vicende della vita quotidiana. La festa, dice Pieper, è un momento in cui si è liberi dal lavoro dedicato a uno scopo specifico ed è quindi un tempo di pura gratuità, ed è la gratuità che fa capire a che cosa serve il lavoro solito. Una geniale osservazione di Nietzsche fa intuire la profondità della domanda: «l’abilità non sta tanto nell’organizzare una festa, ma piuttosto nel trovare coloro che si rallegrino in essa» (29). Chi riesce a rallegrarsi? Chi ama. E che cosa si ama? Ossia, che cosa si festeggia in questa gratuità?

 

È qui che inizia il mio disaccordo. Per rallegrarsi – risponde Pieper – occorre già avere una concezione della persona umana (31), dell’uomo e dell’esistenza (19). In un certo senso è chiaro che c’è un circolo ermeneutico tra il rallegrarsi e la concezione del mondo sulla scorta della quale ci si rallegra. Che «per rallegrarsi di qualcosa si deve approvare tutto» (ancora Nietzsche). Ma il problema è che poi questa “approvazione del tutto” s’incanala subito secondo il rispettabile canone della tradizione. Che cos’è la festa? Nell’ordine: visione, contemplazione, culto di Dio, liturgia.

Non c’è nulla di male, e forse neanche di sbagliato, ma è il tipo di ragionamento che è debole: la festa, splendido angolo di apertura per cercare di descrivere e capire il gesto umano, è decisa a priori. Le giustificazioni sono tutte qui: «è familiare la denominazione tradizionale del più elevato compimento dell’uomo […]: visio beatifica»; «noi preferiamo la vista a tutte le altre sensazioni» dice Aristotele, «non si può pensare al concetto di festa senza un elemento di contemplazione». Sono gli argomenti che portano a questo percorso che non sono solidi: che cos’è la familiarità da un punto di vista logico (ci sono decine di libri sull’argomento: da Locke a Wittgenstein, passando per Peirce, James e molti altri)? Perché dovremmo dare ascolto ad Aristotele (la vecchia domanda di Galileo con tutte le sue risposte pro e contro)? Perché non si potrebbe pensare alla festa senza contemplazione?

Non è che non si possano sostenere queste idee; è che bisogna fondarle con qualche argomento più forte da un punto di vista logico; non della logica intesa come formalità, ma della logica vera, quella che è una delle basilari scienze normative (estetica, etica, logica), quelle che fanno sì che l’uomo cerchi di essere migliore (almeno dal punto di vista conoscitivo) di ciò che si trova a essere.

 

 

Il finale è sulle contraffazioni ideologiche delle feste, un excursus interessante tra le feste della Rivoluzione francese e quelle sovietiche. Rimane il tono un po’ pregiudiziale dovuto non alla scarsa accuratezza, ma alla logica aprioristica che abbiamo già visto. Invece anche qui ci sarebbero tante domande da approfondire: le feste sovietiche erano finte, ma il Super Bowl? La finale della coppa del mondo di calcio? Il carnevale di quasi ogni paese italiano? La festa di ciascuno per il successo di una persona amata? Quanto queste feste sono ideologiche e quanto sono reali? Non ci si rallegra in fondo di tutto anche in questi casi? Sono domande su cui bisognerebbe lavorare, e la lettura di Pieper è un buon inizio. Poi occorrerà esplorare con un po’ più di coraggio e precisione quell’abisso intricato che è il cuore umano.

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