SALINGER/ Doninelli: Il Giovane Holden? Ha buttato via il suo tempo, e anche il nostro

- Luca Doninelli

A pochi giorni di distanza dalla morte dello scrittore Jerome David Salinger, LUCA DONINELLI diserta i peana in onore dell’autore de Il Giovane Holden, ma ne dipinge l’opera come uno dei tanti prodromi del vuoto culturale portato dagli anni che a breve l’avrebbero seguito

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Chiedo scusa se da queste righe verranno tolti d’ufficio tutti i grigi, tutte le sfumature. Restano i bianchi (pochi) e i neri (tantissimi). So che è ingiusto, ma la letteratura non si fa solo con le cose giuste e imparziali, ci vuole anche un po’ d’ingiustizia, occorre essere un po’ settari.

E allora dico basta col giovine Holden dei miei stivali. Mi spiace per Salinger, che in ogni caso non è morto nel fiore degli anni. La tenacia con la quale si è tenuto lontano dalla ribalta gli fa onore, ma non poi tanto, visto che poteva permetterselo. In fondo, converrete anche voi che uno è veramente coraggioso quando fa cose che non si potrebbe permettere.

Nell’isolamento di Salinger insomma non c’è nulla di eroico. Così come nell’avere scritto Il giovine Holden. Capisco la curiosità dello scrittore, in questo caso quella di entrare nella testa di un ragazzino, quel tipo di testa che conosciamo tutti, piena di frasi fatte, spesso di letture (il che non costituisce sempre un’agevolazione, anzi) perché per qualche tempo è stata anche la nostra testa; una testa che, per altri versi, nessuno conosce, perché una volta usciti da quella fase non ci si ricorda più come si è stati.

Salinger prende un adolescente qualunque e gli fa fare alcune cose, tra cui una patetica fuga, alla fine delle quali avremo esattamente un adolescente qualunque, proprio come lo avevamo conosciuto. Potremmo definirlo un romanzo di formazione senza formazione. Quello però che capisco meno è – ma ammetto che è stata una bella trovata – l’idea di prendere la testa di un ragazzino come se fosse un’entità assoluta. Questa è proprio una scemenza. Non c’è nulla di interessante in un ragazzino che dice “il buon vecchio XY” di uno che non è né buono né vecchio.

 

È un modo di parlare. Ma un modo di parlare, se assunto come una cosa in sé, diventa un mondo destinato a contrapporsi agli altri mondi. Con Il giovine Holden nasce la questione generazionale, la generazione di quelli che «tanto voi non mi capite».

Vorrei farvi notare che il mondo adolescenziale (che secondo me continua a non esistere) nutre molta gente: scrittori, psicologi, pedagogisti, sociologi, e soprattutto un’industria niente male tutta dedicata a loro, ai loro zaini, alle loro merendine, alla loro musica, al loro abbigliamento. C’è l’industria del mito, che prescrive al giovane di avere modelli come “Che” Guevara, Jim Morrison, Alessandro il Macedone (un tempo c’era anche Rimbaud, che però oggi si legge poco). Ma su questo mito del giovane in sé rimando al grande Elio, quello delle Storie Tese, che al tempo in cui pensava davvero disse queste parole memorabili:

“E… progetti per il futuro?”

“Costruire autostrade per giovani”

 

 

Insomma, Il giovine Holden è un brutto libro (scritto tra l’altro in un birignao intollerabile e purtroppo molto imitato da altri scrittori pieni di birignao), che secondo me con i giovani non c’entra nulla. Quando il dito indica la luna c’è sempre qualcuno che ti consiglia caldamente di guardare il dito. Se non sei imbecille da solo, qualcuno prova sempre a fartici diventare. Un giovane intelligente non se ne sta a difendere i propri diritti generazionali, ma punta dritto a diventare un uomo. Il guaio è che di uomini in giro ce ne sono pochi, chissà perché. Forse perché sono tutti a leggere Il giovine Holden.

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