IDEE/ La scienza è molto, ma non tutto: la lezione di Peirce agli americani

- Giovanni Maddalena

GIOVANNI MADDALENA, in occasione dell’uscita in lingua inglese dell’opera omnia di C.S. Peirce, presenta il pensiero del filosofo statunitense indicando come nella sua produzione ci sia la presa di distanza dallo scientismo e al contempo dallo psicologismo

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È uscito, dopo soli 10 anni di attesa, l’ottavo volume dei Writings di C. S. Peirce, il fondatore del pragmatismo americano. Perché presentare qui questo volume immenso (800 pagine) e per di più in inglese? Si tratta di una delle ultime imprese titaniche di Opera omnia, a cui possono ovviamente essere mosse molte obiezioni teoretiche (non è un po’ illuminista quest’idea della pubblicazione perfetta?), ma che del resto fornisce dei libri di una qualità eccelsa da tutti i punti di vista. I volumi previsti sono 30, sperando – come ci ha promesso il nuovo direttore del Peirce Edition Project, André de Tienne, uno dei massimi esperti di filosofia americana – che escano con un ritmo un po’ superiore a quello attuale (8 volumi in 32 anni).

Peirce è uno dei pochi grandi classici contemporanei, nonostante non sia tra i più frequentati. Sapere che escono i suoi scritti, può fare avvicinare qualcuno allo studio di una filosofia ricca e poco nota, può conquistare qualche scienziato alla causa della filosofia (Peirce era un matematico, un chimico, un fisico e un astronomo), può convertire qualche filosofo un po’ troppo fantasioso alla causa del pensiero preciso e fondato, può fornire a qualche biblioteca un ottimo libro.

Il volume copre gli anni 1890-1892, che sono celebri perché Peirce espone in una serie di articoli scritti per The Monist la sua teoria cosmologica. Per dirla in breve, il grande logico americano fornisce qui per la prima volta l’abbozzo di un sistema completo di pensiero, mentre la sua vita personale conosce miseria vera e disperazione, poesia (nel libro c’è anche un racconto romanzato scritto da Peirce) e persino conversione, come ben spiega Houser nella poderosa e precisissima introduzione (90 pagine).

Come sarebbe questo sistema filosofico? Innanzi tutto è un sistema metodologico. Peirce spiega che la filosofia è una forma di conoscenza precisa che ha come metodo la logica (che a sua volta – contrariamente al logicismo dell’epoca – secondo Peirce si basa sulla matematica pura) e che deve avvalersi dei contenuti di tutte le scienze. Peirce inaugura così una sistematizzazione che evita da un lato lo scientismo (non è la scienza che fonda la filosofia, ma viceversa) e dall’altro ogni forma di arazionalismo, irrazionalismo, ragionamento psicologico o metaforico. La logica è qui intesa non in senso ristretto, puramente deduttivo, ma copre tutto l’arco del pensiero: dal ragionare sui segni (Peirce è il fondatore della semiotica) fino alla verifica induttiva degli effetti di un’idea o di un concetto.

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Qual è il fine della filosofia? Che cosa vuole conoscere? La realtà. Ma è nella spiegazione di questo scopo che Peirce è innovativo, in particolare nel saggio The law of mind: la logica conosce la realtà perché appartiene a essa, non c’è soluzione di continuità tra realtà e mente. Realismo significa accettare che c’è una realtà alla quale apparteniamo e che si presenta in qualche modo come conoscibile. Quale sia questo modo, o questi modi (ci sono molti tipi di ragionamento), è il tipo di riconoscimento che spetta alla “grande logica”, alla logica intesa in senso ampio. Qual è il nemico di questa posizione? Il nominalismo, che consiste nel tenere separati l’oggetto della conoscenza e la conoscenza, come se ci fosse un baratro insuperabile che alla fine colmiamo con metafore letterarie o con pretese intuizioni.

Una volta che ci serviamo di tutte le scienze e che ragioniamo correttamente su una realtà che possiamo conoscere con ragionevolezza (concrete reasonableness) riconosceremo secondo Peirce che ci sono tre elementi base della realtà e del cosmo: la casualità (o libertà), la relazione che genera delle leggi, e la tendenza a creare degli abiti d’azione.

Cosmologicamente parlando ciò significa spiegare l’universo come nascita dal nulla, come necessità delle leggi naturali e come tendenza a creare un’unità (Evolutionary love). L’evoluzionismo di Peirce prende così la strada della teleologia: c’è un’evoluzione la cui causa principale è il fine a cui tende. Per questo fine è fatto il nostro ragionamento e ogni parte della realtà – come ogni scienza testimonia quando viene perseguita fino in fondo (cioè con tutta le risorse tecniche necessarie) e senza pregiudizi. «In questo modo le forme eterne, che la matematica, la filosofia e le altre scienze ci rendono familiari, raggiungeranno per lenta assimilazione, il cuore stesso dell’essere di ciascuno, e influenzeranno le nostre vite; e non lo faranno appena perché implicano verità di importanza immediata, ma perché sono verità eterne e ideali» (465).

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