DISASTRO LAMBRO/ Il “fiume sommerso” è la nostra ombra

- La Redazione

Pietro Lembi, è autore di un libro «Il fiume sommerso. Milano, le acque, gli abitanti» (Jaca Book, 2006) e lavora al Centro studi PIM – Centro studi per la programmazione intercomunale dell’area metropolitana. Ha scritto questa riflessione sul caso Lambro per il numero di Vita in edicola questa settimana

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Immagine d'archivio

Tempo fa avevo letto un libriccino di Robert Bly intitolato “Il piccolo libro dell’ombra: guida alla scoperta del nostro lato oscuro”. Vi si leggeva, in termini psicologici e poetici, di quanto preziosa fosse la nostra Ombra: il luogo, cioè, in cui mettiamo tutto ciò che non ci piace o, meglio, che pensiamo non piaccia ai nostri genitori, insegnanti, capi, ecc.

In questo luogo, come in un sacco o in uno sgabuzzino nascosto, ci ficchiamo rabbie e paure ed altre cose del genere… o meglio, vi mettiamo cose anche belle che tuttavia, a furia di stare nascoste nel sacco, ben presto si presentano come orripilanti.

In questi giorni, ogni volta che ripenso al Lambro mi viene in mente questa immagine: lo penso come un luogo rimosso in cui materialmente e simbolicamente continuiamo da più di un secolo a riversare le nostre contraddizioni. Una presenza nascosta e fragile del territorio milanese, che chiede di essere guardata, consolata e curata e che, come l’ombra, ci può essere maestra.

La fuoriuscita di idrocarburi dalle cisterne dell’ex raffineria di Villasanta – di cui ancora non abbiamo chiari quali saranno gli effetti a medio lungo termine – si presenta come un’ulteriore e particolarmente grave atto di indifferenza e sfregio verso questa presenza fondamentale del nostro territorio.

Il Lambro, infatti, come ogni corso d’acqua, è un elemento generatore importante, che ha dato origine a città come Monza, Melegnano e Sant’Angelo Lodigiano, e ad una serie di insediamenti (Cassina San Gregorio, Lambrate, Ortica, Monluè, Linate…) che nel tempo sono diventati parte integrante di Milano.

Lungo i circa 140 chilometri del suo corso sono ancora rintracciabili le tracce degli usi che durante i secoli le diverse popolazione ne hanno fatto: dall’utilizzo come via d’acqua in epoca romana (attraverso il Po permetteva di raggiungere l’Adriatico), all’imponente riorganizzazione del suolo agricolo da parte degli ordini monastici del XIII secolo a partire dalla sue acque (bonifica, canalizzazione e sistema delle marcite che hanno permesso un poderoso e per allora innovativo sviluppo dell’agricoltura).

 

Dalla captazione della sua corrente attraverso i mulini per le macine, allo sfruttamento del suo essere barriera naturale: la sua valle vede infatti ancora la presenza di fortificazioni e castelli spesso strategici (si pensi, per esempio, a quello di Melegnano).

 

Anche importanti parchi, a partire da quello di Monza, nato per decreto di Napoleone (1805) come luogo di sperimentazione di colture e di caccia, sono frutto della presenza di questo fiume. Ed oggi i parchi che vi si “appoggiano” sono numerosi (Parco regionale della valle del Lambro, il Plis della media valle del Lambro e il Plis della valle del Lambro di Sant’Angelo Lodigiano, oltre a quelli della città di Milano, Parco Lambro e Forlanini).

 

Spesso piace ricordare che il nome stesso della mitica Lambretta, realizzata dal 1947 negli stabilimenti milanesi dell’Innocenti, deriva da questo fiume.

 

Ma questa intitolazione, come molti elogi e monumenti, è anche il segno della presa d’atto di un distacco. Quella parte di città proprio in quegli anni iniziava il cammino verso la sua totale urbanizzazione, costruendo una parte di margine urbano ancora oggi compromessa, dove sussistono pesanti infrastrutture (tangenziale Est, centro intermodale di Segrate, aeroporto, ecc.), industrie e capannoni frammisti a quartieri residenziali.

 

Oggi la modernizzazione dell’industria pesante sta cedendo il passo a qualcosa che ancora mal conosciamo e quindi fatichiamo a governare. Così, molti luoghi, lasciati liberi dall’industria, richiedono una riprogettazione complessiva.

 

 

Anche il sito della Lombarda Petroli è, da molti anni, uno di questi. Una grossa area a ridosso della ferrovia, nata accanto al borgo storico di Villasanta, vicinissima all’attuale Parco di Monza. Su di essa era previsto il progetto di Ecocity: un intervento che prevede, attorno ad una grande piazza con servizi, delle residenze e delle attività produttive.

 

In tutta la provincia di Milano in questi anni milioni di metri quadrati sono investiti da progetti che, come questo, hanno a che fare con la trasformazione postindustriale di questi territori.

 

Così come è sempre stato nella storia, in presenza dei migliori cambiamenti, tale ricostruzione dovrebbe prendere avvio, originarsi, trovare la sua fonte, nelle molte presenze d’acqua: fontanili, rogge, fiumi.

 

È un lavoro che apparentemente contraddice l’attuale funzionamento della progettazione e pianificazione urbanistica, architettonica e ingegneristica. Che richiede una forma di ascolto e rispetto di una presenza (quella delle acque) tanto rilevante quanto in qualche modo silenziosa e invisibile.

 

Rispetto ai temi dell’Expo 2015, Carlo Petrini ha affermato che questo evento avrà successo se il fiume Lambro verrà totalmente risanato. Se tornerà ad essere bello, pulito, attraente e luminoso. Altrimenti, potremmo dire che avrà fallito. E la sfida è stata raccolta da Roberto Formigoni.

 

 

È vero: capiremo se le trasformazioni di questi anni sono state positive guardando ai fiumi: essi infatti sono delle straordinarie cartine di tornasole delle nostre azioni e dello stato dei territori. Rappresentano quella parte dei luoghi che per prima e più facilmente viene censurata, nascosta, ricoperta e calpestata non appena si presentano le prime difficoltà e contraddizioni. Proprio per questo sono anche la prima e più importante opportunità per ricominciare.

 

Segnato da anni di inquinamento ed oblìo delle sue acque, il Lambro oggi appare come un malato terminale e, nelle notizie di questi giorni, viene spesso descritto come un fiume morto. Ma non è così e non fa bene a lui ed a noi considerarlo in questo modo.

 

Le sue acque si presentano ancora come uno straordinario elemento di vitalità. In esse stesse ci sono ancora il motivo e le risorse per una rinascita non solo del fiume ma dei territori ad esso interconnessi.

 

Bisogna sentirle, tali risorse. Risuonare dei loro suoni. Prendere seriamente il loro grido silenzioso.

 

 

Da quando ho appreso la notizia dello scarico criminale di idrocarburi, ho vissuto le giornate come chi sa di avere un parente in ospedale e lo pensa spesso e vorrebbe andarlo a trovare.

 

So che molti cittadini in questi giorni si sono recati sulle sponde del Lambro, leggevo sui giornali, «come in un abbraccio». Quello del rispettoso riavvicinamento da parte di tutti (cittadini, organizzazioni, professionisti) verso questa nostra ombra. Che come molte acque, come ricorda il poeta, ci richiede coraggio e determinazione: infatti, «tutti i draghi della nostra vita sono forse principesse che attendono di vederci belli e coraggiosi. Tutte le cose terrificanti sono forse cose prive di soccorso in attesa del nostro aiuto» (R.M. Rilke, Lettera a un giovane poeta).

 

(Pietro Lembi)

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