LA STORIA/ 2. Morimondo, un architetto e la grazia di un “sogno” che dura da 900 anni

- La Redazione

Nel 1134 i monaci francesi iniziano a costruire l’Abbazia di Morimondo, che ora racconta la sua storia grazie al lavoro di due architetti. Il racconto di CATERINA GIOJELLI. L’articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

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L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)

L’articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

L’estate era ormai volta al termine quando i dodici monaci guidati dall’abate Gulguerious misero mano alle vanghe. Erano partiti molti mesi prima da Morimond, casa madre di Borgogna, l’ultima delle quattro abbazie cistercensi figlie di Citeaux situata in alta Champagne-Ardenne; avevano attraversato la Francia e le Alpi per arrivare, il 4 ottobre 1134, nella piccola Colonago, in quel fazzoletto di terra bagnato dal Ticino e costellato dalle fare longobarde dove si sarebbe consumata la guerra tra il Ducato di Milano e Pavia.

 

Proprio lì, sull’ultimo terrazzamento fluviale, il capannello di monaci venuto dalla Francia adeguò il progetto della casa madre: il campo ricevuto in donazione per partecipare all’opera di filiazione era Campo Falcherio, un promontorio affacciato sulla piccola valle ricca di paludi, zanzare e risorgive. Non un fondovalle da coltivare, ma un’altura, non una pianura su cui elevare lo schema collaudato di due piani dei complessi cenobiali cistercensi, ma più terrazzamenti di diverso livello.

 

Sprovvisti di un progetto, e in molti della giovinezza a garanzia di veder realizzato qualcosina in più dello scavo delle fondamenta, neanche allora i monaci persero la speranza. Ciò che cercavano era: quaerere Deum. «Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la vita stessa – dirà a Parigi papa Benedetto XVI quasi nove secoli dopo -. Essi erano alla ricerca di Dio».


Appreso che la parte di proprietà privata del cenobio monastico dell’Abbazia verrà venduta a una cordata di imprenditori che ne faranno un albergo, Alessandro Rondena non esita a raggiungere il comune di Morimondo, 800 anime a una trentina di chilometri da Milano. Si trova lì adesso, fresco di laurea in architettura, al cospetto del sindaco Maurizio Spelta e dell’architetto Giovanni Carminati, per chiedere al primo cittadino di impedire la vendita, acquistare la parte cenobiale e farsi carico della sua ristrutturazione.

 

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L’anima del complesso di Morimondo era lacerata fin dal 31 maggio 1798, quando la Repubblica Cisalpina soppresse il monastero, incamerando il complesso delle proprietà demaniali, lasciando chiesa e palazzo abbaziale alle pubbliche attività e alienando a privati il cenobio monastico e parte del chiostro. Proprio lì, simbolo della divisione imposta da Napoleone, si ergeva un muro a dividere le tre proprietà e ferire l’unitarietà di forma e funzione, architettura e vita che aveva generato il fiorire dell’antico luogo.


«Io non so – racconta a Tempi Rondena – cosa abbiano visto Spelta e Carminati il giorno che feci irruzione in Comune. So che amavo l’Abbazia fin dai primi anni Settanta, quando con gli amici di Gioventù Studentesca organizzavamo le gite fuori porta e, col pallino dell’architettura, sognavo di rimettere in piedi quel luogo deteriorato dal tempo». Qualcosa devono aver visto se con un atto di coraggio e impopolare per un amministratore occupato a far quadrare i bilanci e realizzare opere pubbliche, il consiglio comunale delibera, nel 1981, di acquisire al bene pubblico anche il cenobio monastico per 700 milioni di lire. Spelta chiede a Carminati, suo uomo di fiducia nella pianificazione urbanistica, e poi anche a Rondena, fresco di laurea in architettura, di seguire i lavori. «Sprovvisti delle risorse economiche che potevano garantirci di veder realizzato qualcosa di più di qualche puntellazione dei corpi di fabbrica, inizia la nostra avventura».

 

Nel 1296 i “dodici” erano diventati una comunità numericamente significativa. Il cantiere dell’Abbazia, innalzata nel 1182, era proseguito a rilento: più volte i 50 monaci claustrali e i 250 conversi erano stati costretti a riparare a Chiaravalle per scampare ai saccheggi e alle distruzioni dei miliziani di Pavia. Ma adesso l’Abbazia era ultimata e si ergeva dal promontorio, caso più unico che raro nell’alveo delle abbazie cistercensi, su quattro livelli, abbracciata alle propaggini della collina come fosse sempre stata lì, a dominare la valle.

 

Un territorio che si estendeva fino alla Zelata di Bereguardo, e che i conversi avevano trasformato in fertile zona con coltivazione a marcite, realizzando canali di irrigazione e decine di grange, gli avamposti agricoli antesignani delle cascine lombarde. «Uomini silenziosi si vedevano nella campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando, e costruendo, e altri uomini silenziosi, che non si vedevano, stavano seduti nel freddo chiostro, affaticando i loro occhi e concentrando la loro mente per copiare e ricopiare penosamente i manoscritti ch’essi avevano salvato», scrisse il cardinal John Henry Newman (Historical Studies, II). «Nessuno di loro protestava su ciò che faceva; ma poco per volta i boschi paludosi diventavano eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio, seminario, scuola e infine città».


Mentre si dà corso alla pulizia della parete occidentale del loggiato, dopo moltissime ore di lavoro, inizia ad affiorare qualcosa a cui «nessuno studio sui cistercensi – ordine a cui San Bernardo aveva proibito la decorazione in favore di architetture austere ed essenziali – ci aveva preparato. Intrecci di fiori e foglie, croci intrecciate, perfino una rappresentazione del mondo allora conosciuto, oceani, Asia, Europa e Africa, fanno capolino dagli strati di intonaco rivelando una trama decorativa di bellezza impressionante». «Riusciamo perfino a liberare un affresco di epoca cinquecentesca raffigurante il complesso monastico e le grange più vicine. Più lavoriamo, più quel luogo inizia a parlarci di sé e dei giganti che ci hanno preceduto».

 

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Le risorse arrivano col contagocce, tutto è tarato sul frammento per tamponare le situazioni di emergenza, rafforzare la struttura e preservarla da ulteriori danneggiamenti. Un disegno complessivo è impensabile fino ai primi anni Novanta, quando Regione Lombardia assegna a Morimondo due contributi Frisl (Fondo ricostituzione infrastrutture sociali Lombardia). Rondena e Carminati realizzano allora un progetto preliminare di recupero, avviando di concerto con l’amministrazione comunale una campagna culturale di sensibilizzazione sulle condizioni di quel bene millenario e unico nel suo genere che rischia di scomparire.

 

Viene pubblicato anche un libro, Morimondo troppo tardi?, curato dall’arch. Santino Langè, e animata – con il comune di Morimondo e limitrofi, le parrocchie, la Curia milanese e Regione Lombardia – la nascita della Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo (dalle note di possesso dei codici miniati prodotti all’interno dello scriptorium monastico nel dodicesimo e tredicesimo secolo), allo scopo di riallacciare i rapporti col territorio e il mondo cistercense. 

 

«“Quando loro taceranno le pietre grideranno”, dice il Vangelo di San Luca. Senza la contemporaneità di un’esperienza analoga a quella scaturita nell’abbazia nove secoli fa non so se saremmo stati in grado di fidarci di quella voce, vedere i segni, piegarci a un disegno che non avevamo fatto noi», dice Rondena. «È stata un’esperienza di umiltà dall’inizio alla fine – chiosa Carminati -. In università ti insegnano a partire dal foglio bianco e dal tuo progetto, a Morimondo invece dovevi piegarti ogni giorno a quello che c’era. Togliere strati senza aggiungere nulla, frammento dopo frammento, senza sapere cosa e se avresti trovato qualcosa: questo è stato il nostro lavoro per 28 lunghi anni».

 

Ventotto anni in cui anche il frammento fa il suo lavoro. Non si trovano i collegamenti verticali originali, le uniche scale presenti sono di epoca settecentesca, eppure l’abbazia è stata costruita su quattro piani. Poi un giorno, qualcuno inciampa nell’assito della buia stanza del custode, dove erano stati rimossi i marmetti moderni per lasciare scoperta la pavimentazione lignea. Ed ecco, sotto le assi, aprirsi uno spazio ignorato da tutta la documentazione in possesso degli architetti: otto gradini medioevali che portano al livello inferiore.

 

In capo a pochi mesi sotto l’intonaco verde del locutorium appaiono antiche simbologie, lettere, croci, decorazioni, perfino le tracce degli incendi che avvolsero il complesso monastico, distruggendo la maggior parte dei suoi tesori, codici e libri. Nel 2003 la Regione stanzia i fondi per chiudere i lavori di restauro. E il 4 ottobre 2008, dopo oltre duecento anni di relegazione al buio e al silenzio, il cenobio monastico torna ad aprire le sue porte al mondo.


Nessun saccheggio o trasformazione susseguitesi in età rinascimentale e barocca riuscì ad alterare l’unicum di forma e funzione dell’Abbazia di Morimondo. Quaerere Deum: a dispetto del nome Morimondo (da moritur mundus, come se il mondo non esistesse), i monaci vissero in quel luogo di risorgive per cercare Dio e raccontare la sacralità del Figlio in ogni opera: a questo pensavano adornando la navata dell’abbazia, il loggiato del chiostro, il calefactorium dove venivano scaldati gli inchiostri, perfino le stalle.

 

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Per secoli tra quelle mura venne data la carità ai pellegrini, accoglienza ai forestieri e cura ai poveri. Durante tutto il periodo bellico il complesso accolse gli sfollati di Milano. E fino al 1962 il forno panificò per tutto il paese. «Bisognava ricominciare sempre nel tempo questi ordini, queste opere, queste fondazioni che erano frammenti di eternità, bisognava sempre ricominciare temporalmente quelle fondazioni eterne, di origine eterna, di regola eterna, di intenzione eterna», scrisse Charles Péguy in Véronique, «la perpetuità spirituale si conservava solo attraverso riinizi temporali, attraverso precarie, temporanee riprese».


Il 4 ottobre 2008 sono ripristinati 1.950 metri quadrati di copertura, risanati 2.546 mq di intonaci esterni in calce e 4.840 di intonaci interni, scialbati 763 di paramento esterno di facciata, conservati e protetti i solai lignei per una superficie di 1.186 mq, restaurato l’apparato decorativo emerso per un totale di 451 metri quadrati. Ma quel 4 ottobre 2008 accade qualcos’altro. Ammalatosi gravemente nel 2007, Rondena non può dare per scontato di vedere realizzato quel «sogno della giovinezza» che insegue da 28 lunghi anni. Pensa ai monaci che misero mano alle vanghe per gettare le fondamenta di un’opera che nessuno di loro avrebbe potuto portare a termine, si rasserena, consegna a Carminati il compito di portare avanti il lavoro anche per lui.

 

Nel ritornare in quel luogo di risorgive a seguito della grazia della guarigione, non può che riconoscere «di essere prediletto. L’unico Architetto che ha in mano questo progetto e lo porterà a compimento ha voluto che mi inchinassi ancora una volta davanti a un disegno che non è in mano mia. Fino a vedere realizzato il sogno della giovinezza». Quello di un giovanotto che fece irruzione in un comune di 800 anime e aprì le porte di una dimora dimenticata da due secoli al mondo.

 

(Caterina Giojelli)


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