DIBATTITO/ Giannino: siamo troppo “calvinisti” per un mercato libero?

Con questo articolo OSCAR GIANNINO commenta le anticipazioni del nuovo libro di David Schindler pubblicate in diverse puntate su ilsussidiario.net

17.08.2010 - Oscar Giannino
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David Schindler è una figura essenziale nell’ermeneutica cattolica dei nostri tempi, e dai primi anni Ottanta – quando era già direttore della versione americana di Communio, una catena internazionale di riviste teologiche alla cui idea fondativa avevano congiuntamente lavorato Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger ed Henri de Lubac – con le sue opere e i suoi corsi in primarie università statunitensi ha potentemente contribuito ad affinare il pensiero cristiano su temi come il rapporto tra l’uomo e la tecnica, la persona e lo Stato, la comunità e il mercato.

 

Il tema che affronta nel capitolo del suo ultimo libro, anticipato su queste pagine, si riferisce al più classico e noto tra i classici e noti passaggi della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, in cui colui che viene considerato il fondatore eponimo della moderna scienza economica in quanto tale, oltre che conseguentemente della teoria del libero mercato e dei suoi vantaggi, affronta un punto essenziale: il rapporto tra inclinazione individuale all’utile per sé, ed effetto concatenato che ciò determina spontaneamente in utile per gli altri e per la comunità, al solo patto naturalmente che tale meccanismo venga lasciato funzionare senza improprie interferenze sui prezzi che ne alterino funzionamento ed esito.

È “il” dilemma dei dilemmi, per chi in chiave teorica affronti il problema della maggiore efficienza del mercato abbracciando una prospettiva classica e neoclassica – in termini di scuole economiche – rispetto a chi invece antepone – da David Ricardo in poi, variamente declinato nel tempo a seconda dei suoi discepoli che potremmo impropriamente definire più “di destra” o “di sinistra” – il problema del valore come condizione prioritaria per l’allocazione e il rendimento dei diversi fattori della produzione.

Ma il testo di Schindler non è una dissertazione di teoria economica. Va al punto della questione con un linguaggio piano, affrontandola con l’occhio alla Dottrina sociale della Chiesa. E poiché Schindler sceglie di evitare ogni argomento da economista, rappresenta le obiezioni a Smith nella loro versione più diretta e immediata.

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Prima obiezione: l’affectio sui del macellaio e del birraio non è egoismo irriducibilmente antitetico all’amore per l’altro? Seconda obiezione: la virtù del mercato come definita da Smith, non mette al centro di tutto l’utile da realizzare come fine ultimo, invece dell’effetto che esso produce sia a chi lo realizza sia agli altri? Terza obiezione: ma se il libero mercato realizza meglio di ogni altro sistema la libertà dell’uomo, non è che la libertà in esso finisce però circoscritta a nozioni di egoismo e strumentalità tecnica, una sorta di tirannia del profitto che inibisce alla libertà ogni orizzonte di bene comune? Quarta obiezione: la libertà iperindividuale e “tecnica” del mercato liberale non finisce dunque per essere negazione di ogni idea stessa di Dio? Le risposte che Schindler avanza sono funzionali in realtà a rispondere all’ultimo interrogativo, quello che più gli preme: esiste un’alternativa?

 

Personalmente, ritengo la pedagogia economica di Schindler molto utile, proprio perché affronta le obiezioni al liberismo di Smith nella loro versione più rozza e meno mediata. Insomma, dà voce proprio agli argomenti che ricorrono nelle teste e sulla bocca di chi è convinto che il libero mercato sia una sorta di giungla dove vige la legge del più forte, e in cui una spietata selezione naturale tende a far prevalere le ragioni del capitale su quelle del lavoro e della sua dignità.

 

In realtà, non è così nelle opere di Smith. E su questo bastano poche righe a ricordarlo, anche se postulano studio e cognizioni di storia dell’economia. Soprattutto, – ma questo è molto più delicato – non è così nella realtà. Anche se il discorso si fa qui più difficile, perché l’analisi della realtà è terreno scivoloso in quanto ciascuna scuola pretende di vedervi cose diverse. E dunque io posso solo dire a quali condizioni non è così nella realtà, ma dal mio punto di vista.

 

Che Smith e la sua scuola non abbiano mai pensato davvero a ciò a cui la riduzione in vulgata del loro pensiero li riduce – e cioè una sorta di fiducia cieca nella superiore bontà della famosa “mano invisibile” del mercato, espressione che in tutta L’Indagine sulla Ricchezza delle Nazioni ricorre una sola volta! – è smentito dall’intera parabola personale di Smith. Era un allievo di Hutcheson, filosofo morale cristianissimo che approfondiva proprio le virtù altruistiche come distinte dalle egoistiche e come fondatrici della coscienza morale.

 

E Smith stesso subentrò in cattedra proprio ad Hutcheson, scrivendo la Teoria dei Sentimenti Morali – epitome dei suoi corsi di Etica a Glasgow – ben 17 anni prima della Ricchezza delle Nazioni. Non è qui il caso di approfondire, ma per Smith solo la nozione della “simpatia” – come capacità di immedesimarsi negli altri per dar loro e ottenerne soddisfazione e stima – era il fondamento attraverso il quale il libero mercato poteva funzionare e dare i suoi frutti. Distinta e distante da ogni idea di egoismo sopraffattore.

 

Il filone “morale” di una libertà di mercato che si fonda sulla interazione e cooperazione altruistica misurata da liberi prezzi per realizzare il profitto sarà il fondamento vero del liberalismo ottocentesco britannico nella sua versione “sociale” di John Stuart Mill e del suo On Liberty. Se ne distingueranno invece gli empiristi seguaci di David Hume e gli utilitaristi puri alla Bentham, oltre che tutte le scuole che da Ricardo desumeranno – sbagliando – che il valore prescinde dalla libertà e la incatena a sopraffazioni obbligate.

 

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Se si tiene presente tutto ciò, e cioè ciò che concretamente Smith e i suoi discepoli e seguaci scrissero davvero, le risposte ai primi quattro interrogativi posti da Schindler dovrebbero essere ben diverse da quelle che egli dà. Basta aver letto ad esempio le opere di Michael Novak o di Padre Sirico – due tra i maggiori teologi artefici della piena riconciliazione tra cattolicesimo e libero mercato nell’ambito nordamericano – per rispondere dunque che no, l’altruismo non è affatto assente dal libero mercato, che esso non mette il solo utile al centro di tutto, che la libertà in esso non è schiava della tecnica, e che non di conseguenza affatto nemico della fede in Dio.

 

Tuttavia, capisco bene che Schindler batta invece una strada diversa. Quella di riconoscere la fondatezza a molte delle obiezioni antimercato, per giungere comunque a concludere che il cristiano debba vivere nel libero mercato giovandosi dei suoi frutti storici ed economici, ma ponendo al centro di tutto una nuova antropologia, e cioè l’idea stessa dell’uomo come misura di ogni negozio economico, dell’allocazione dei fattori della produzione e della ripartizione – da ogni singola impresa fino alla scala planetaria – dei suoi utili.

 

Su questa conclusione, che è ciò che conta, sono totalmente d’accordo. E lo abbiamo ripetuto in innumerevoli incontri dedicati, nell’ultimo anno, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ve ne ripropongo solo alcuni brani, che orientano anche il dibattito italiano in queste difficili settimane in cui tutti parliamo di Fiat, produttività e delocalizzazione.

 

Il Papa nell’Enciclica usa parole coraggiose, quando analizza una delle funzioni più centrali per un’economia solida e capace di generare giusto benessere: l’investimento. “Investire ha sempre un significato morale oltre che economico”, afferma l’Enciclica. Continua, al Paragrafo 40: “Non c’è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto a breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine”.

 

Molti politici, oggi, non avrebbero il coraggio di difendere in maniera tanto rigorosa l’efficacia e il dovere di investimenti anche all’estero, per affrontare meglio la concorrenza ed estendere i mercati. Che lo abbia fatto il Papa nell’Enciclica, è stato per me motivo di vera e propria ammirazione.

 

Quanto all’idea stessa di mercato, rispetto a tutti coloro che dal settembre 2008 hanno riprovato a dire che la colpa della crisi era del mercato in quanto tale, invece che di regole sbagliate date al mercato, l’Enciclica ha efficacemente e autorevolmente corretto il tiro. “ Il mercato – è l’incipit del Paragrafo 35 dell’Enciclicase c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri”.

 

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“La società – leggo dal paragrafo 36 – non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte di rapporti autenticamente umani. È vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, ma non perché questa sia la sua natura, bensì perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso”. Coerentemente a questa visione, Benedetto XVI scrive che “il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato a un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo”.

 

Lasciatemi dire che, in un Paese e in dibattito pubblico italiano in cui spesso mercato e profitto continuano a registrare ostilità e avversione spesso del tutto pregiudiziale, l’equilibrio e la saggezza delle parole del Pontefice costituiscono una lezione per molti. Una lezione sulla quale sarebbe bene che riflettessero, tutti coloro grazie ai cui errori le imprese italiane continuano a doversi misurare con una realtà fatta di eccessiva inframmettenza pubblica, di tasse alte che gravano sul lavoro impiegato e che penalizzano investimenti e nuove tecnologie, di vincoli amministrativi asfissianti.

 

L’Italia è ancor oggi troppo spesso caratterizzata da improprie economie di relazioni che falsano ogni nozione di mercato, di libera concorrenza e di assoluta trasparenza per vincere gare come per aggiudicarsi lavori. Tutto questo mortifica le prospettive di crescita, penalizza le imprese, è un vero e proprio schiaffo alla dignità non solo di chi le guida, ma di tutti coloro che vi lavorano.

 

Come scrive Schindler, le virtù civiche e il rispetto della legge, la tenuta dei vincoli familiari e quindi la capacità della famiglia di trasferire i legami tradizionali alle nuove generazioni e comportamenti sociali improntati a moralità e a civismo, i legami di reciprocità nella società civile, la buona amministrazione nelle istituzioni producono effetti anche economici di notevole entità, dentro e fuori l’impresa.

 

L’impresa non è mai l’unica protagonista dei propri successi, né l’unica colpevole dei propri insuccessi. Ma, nel dire questo, è di grande rilievo che l’Enciclica abbia mostrato quanto sia ormai superata la vecchia idea calvinista, quella secondo l’avversione della Chiesa cattolica per i beni terreni spiegasse un suo pregiudizio anticapitalista.

 

Benedetto XVI E Giovanni Paolo II prima di lui sostengono la crescita, rafforzandola con indicatori dello sviluppo umano come propongono tanti liberali come Amartya Sen. E riprendono la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith, chiedendo un mercato in cui regole e princìpi pongano un limite alla finanza per la finanza. È semmai proprio il mondo calvinista, quello che aveva dimenticato le buone regole di Adam Smith sulla fiducia e le regole da preservare, e che ci ha regalato gli eccessi della finanza strutturata.

 

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L’etica come fondamento dell’impresa e del libero mercato non è una scelta che discenda dal solo fatto che sia giusta. Non serve solo a preservare meglio la comunità d’interessi che vive all’interno delle aziende. L’etica è un fondamento dell’impresa anche perché contribuisce a produrre migliori utili. Essa rafforza il presupposto basilare senza del quale non c’è libero mercato.

 

Il libero mercato non è la lotta di tutti contro tutti in cui vince il più forte. È una gara entro un solido quadro di regole, nella quale deve primeggiare non il più forte ma il più bravo. Ed è un monito che deve valere in tutti gli ambiti del mercato. A cominciare dalla finanza da cui questa crisi è partita.

 

L’etica, la centralità dell’uomo nell’economia alla quale Schindler tutti invita, è un moltiplicatore economico, non solo un comandamento morale.

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