LAICITA’/ Anche l’uomo moderno desidera Dio, ma non si vede

- Salvatore Abbruzzese

La cifra di questi tempi non è la secolarizzazione ma la ricerca di Dio. Molti dati lo dimostrano. Perché, si chiede SALVATORE ABRUZZESE, tale domanda rimane spesso vissuta a livello privato, senza radicarsi in un tessuto comunitario?

sanpietro_basilicaR375

L’Italia secolarizzata, dimentica di Dio e senza nessun legame con la Chiesa, è costantemente attraversata e perturbata da manifestazioni di sensibilità religiosa che, pur non ribaltando il quadro complessivo, non consentono affatto di ridurre l’universo della credenze e delle pratiche religiose ad una semplice persistenza del passato, né a confinarlo ad espressione superficiale e passeggera della cultura diffusa.

Ciò non si deduce solo dalla vivacità dei movimenti e delle associazioni cattoliche, né dalle sole manifestazioni di entusiasmo religioso alle quali i due ultimi pontificati hanno abituato l’opinione pubblica e nemmeno si desume dal semplice rispetto tributato dalle diverse rappresentanze politiche laiche al magistero ecclesiale. Per capire il peso e l’estensione della sensibilità religiosa nella società secolarizzata contemporanea è necessario prendere in esame variabili ancora più estese.

I luoghi religiosi, come santuari ed abbazie, sono meta di un flusso continuo di pellegrini e di turisti. E’ noto come, nell’Italia post-moderna, luoghi come Padova, Assisi, Pietralcina (tanto per citare quelli più conosciuti) non cessino di mobilitare quotidianamente masse consistenti di pellegrini. L’Italia è anche, e forse più di quanto non lo sia stata venti o trent’anni fa, il paese dove i “luoghi dello spirito” hanno il loro posto tra le guide del Touring, mentre abbazie e monasteri si rivelano sempre più disponibili ad ospitare fedeli in ricerca spirituale, ammettendoli ai momenti di preghiera e di mensa.

Lo stesso può essere detto per i tempi delle solennità religiose: le celebrazioni del Natale e della Pasqua raccolgono ancora i due terzi degli italiani, mentre le ricorrenze dei Santi patroni dei singoli comuni continuano ancora, in modo spesso più solenne di quanto non avvenisse venti o trent’anni fa, a mobilitare energie e risorse, suscitando una partecipazione che è ben lontana dal diminuire.

PER CONTINUARE L’ARTICOLO CLICCA >> QUI SOTTO

 La larga maggioranza dei genitori (oltre l’80%) continua – oggi come quarant’anni fa – ad inviare i propri figli in parrocchia per la formazione religiosa di base e per la catechesi connessa alla prima comunione. Come se non bastasse è in aumento la percentuale di quanti dichiarano necessario celebrare con un rito religioso i principali riti di passaggio, incluso il matrimonio: tra il 1990 ed il 2000 questa sale dal 79 all’82% degli italiani.

Esiste in altri termini una prossimità al messaggio di salvezza della religione cattolica che rivela la persistenza di un legame e di un dialogo personale e privato che si esprime attraverso le frequenze ai luoghi e l’attenzione ai tempi e, senza il quale, tanto le prime quanto la seconda restano inspiegabili in un contesto secolarizzato. Una simile attenzione a luoghi ed ai tempi è tanto più importante quanto più si accompagna ad una mancata scomparsa della stessa pratica religiosa.

Se la percentuale di quanti dichiarano di frequentare regolarmente i riti religiosi supera il 30% occorre non dimenticare come, all’esterno di questa, esista almeno un altro 50% degli italiani che dichiara di frequentare i riti con frequenze alterne. Come a dire che al nucleo solido dei praticanti si affianca un contesto di riconoscimento diffuso che, con la propria pratica saltuaria ed episodica, finisce comunque con il legittimare chi si reca regolarmente in chiesa.

La vera novità è costituita non dalla scomparsa dei praticanti (come ogni buona teoria della secolarizzazione sostiene), ma da quella dei non praticanti: la percentuale di quanti dichiarano di non mettere mai piede in chiesa per assistere ai riti religiosi (indipendentemente da eventi privati) è in costante diminuzione dal 1981 ad oggi: nel 2005 supera di poco il 10% del totale degli italiani, quando all’inizio degli anni ’80 si presentava ancora al 21%. Tali frequentazioni del sacro non sono senza conseguenze. Fiducia istituzionale, lavoro, vita di coppia ed educazione dei figli si rivelano profondamente influenzati dalla dimensione della pratica religiosa.

 

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA >> QUI SOTTO

  

Tutta questa serie di elementi – molti dei quali già noti, ma sempre pervicacemente ignorati – sposta completamente l’asse del problema. Non si tratta di interrogarsi sulla scomparsa della dimensione religiosa, bensì sulla sua invisibilità e la sua trasparenza rispetto alla cornice nella quale si situa. Il nodo dell’analisi è costituito non dall’assenza di Dio, bensì da un desiderio che non si trasforma automaticamente in appartenenza, non sfocia in un legame costante e significativo con la comunità dei credenti comunque intesa, ma resta situato sul piano affettivo, personale e privato.

La dimensione religiosa resta un fiume carsico, pronto a sfociare solo quando qualcosa o qualcuno la sollecita, prospettando proposte concrete di esistenza, rivelando una vera e propria compagnia, capace di costituire legame sociale. Ciò permette di capire perché sia stata la religiosità dei movimenti, cioè quella capace di tramutarsi in relazione significativa, in compagnia, ad avere successo ed a mantenere in piedi le reti associative anche nei periodi di secolarizzazione più profonda, rivelandosi capace di interpretare proprio una tale domanda.

Ma ciò permette di capire anche quanto, sotto la superficie di una società “senza Dio e senza profeti” – come ricordava Max Weber agli inizi del secolo breve – prosegua il fiume di una sensibilità religiosa latente, estesa e diffusa, in attesa di una risposta agli interrogativi di fondo della vita ed al desiderio che li alimenta. Tra lo scenario di una società dimentica di Dio ed una che ne coltiva la ricerca nel segreto della coscienza di ciascuno la differenza, evidentemente, è radicale. Ritorna così l’intuizione di Benedetto XVI secondo il quale è il quaerere Deum, la ricerca di Dio, e non la secolarizzazione a costituire la cifra della modernità contemporanea.

Si aprono così domande inedite su come si articoli un tale desiderio sommerso e da quali valori sia orientato. Occorre dirigersi verso la comprensione di una tale religiosità sommersa, delle speranze che si porta con sé, come dei limiti che la caratterizzano e la feriscono, limitandola al foro interiore delle coscienze dei singoli. Occorre chiedersi in che modo una tale prossimità all’annuncio di salvezza dialoghi con i luoghi religiosi, i tempi del sacro, le immagini e le rappresentazioni che lo illustrano. Così come occorre interrogarsi sulle domande che provengono dalla società laica post-secolare, i desideri ai quali si apre e dei quali è in ricerca. Da qui e non da altre parti conviene situarsi se si vuole interpretare il senso ultimo dell’epoca nella quale ci troviamo a vivere.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori