IDEE/ Senza una nuova ragione il nostro io sprofonderà nella società liquida

- Giovanni Cominelli

È oggi in crisi la nostra percezione di noi stessi e del tempo storico: per uscire dall’apatia del desiderio, dice GIOVANNI COMINELLI, occorre riconoscere il suo legame col logos

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Immagine d'archivio

Epithumia, eros, agape, desiderium, passio, libido… sono alcuni lemmi con i quali filosofi, poeti, padri della Chiesa, psicologi hanno tentato di illuminare lungo i secoli quel gran “guazzabuglio” che è il cuore dell’uomo e degli uomini associati in comunità civili e statali e il motore nascosto che lo tiene acceso. E che oggi, secondo le analisi del Censis, si starebbe lentamente spegnendo, almeno per quanto riguarda quella comunità civile e statale che si chiama Italia. La libido si andrebbe esaurendo nel consumo bulimico dell’immediato presente, il desiderio perderebbe la tensione all’infinito che gli sta davanti, il ruscello sorgivo si impantanerebbe in una palude immobile e fetida.

Impossibile resistere alla tentazione di far osservare a De Rita che in almeno una decina di Rapporti Censis precedenti ciò che lui oggi presenta come un peccato era invece considerato una virtù: l’arte del galleggiare qui e ora e dell’adattarsi, l’abbandono delle “grandi narrazioni” per il piccolo discorso quotidiano, il convivere con il declino, il desiderare in piccolo, il muoversi negli interstizi. Bentornato alla realtà, verrebbe voglia di esclamare. Che è appunto definita da una débacle antropologica e civile, politica e istituzionale, un “8 settembre” senza guerra e senza macerie materiali, una crisi da Prima repubblica. La quale almeno aveva davanti l’illusione di una Seconda migliore. Riesce ora più difficile farsi illusioni sulla Terza futuribile.

Sgomento, senso di impotenza, voglia di fuga, estraneamento, soprattutto tra i giovani, sono oggi i sentimenti più diffusi, spesso intrecciati a conati ribellistici e a sdegni moralistici di coloro che credono che la morale consista nell’indignarsi contro qualcuno, come osservava Charles Péguy. L’immagine del barone di Muenchhausen – qual è descritto nel romanzo settecentesco di Rudolf Erich Raspe, mentre tenta di sollevarsi dall’acqua e dal fango di una palude afferrandosi per i propri capelli – restituisce come un’istantanea la condizione dell’homo italicus oggi. Donde gli interrogativi: come far ripartire il desiderio, la tensione verso il futuro, la voglia di vivere e di cambiare il presente, gli investimenti e il sacrificio del consumo immediato? Come far ripartire lo sviluppo? Come uscire dal circolo vizioso narcisistico e soggettivistico di un Io che si autoconsuma?

Intanto, bisogna intendersi sulla definizione di “desiderio” e, poi, capire perché si stia spegnendo o sopravviva solo a macchia di leopardo in piccole “minoranze creative”. Diversamente dall’appetitus animale il desiderio umano è avvolto dal logos, è una tensione infinita verso l’Essere. La realtà spinge e attira il logos umano, lo circonda e lo eccede da ogni lato. E poiché lo eccede e lo sorprende, esso ne dipende. Il logos umano non è altro che il manifestarsi di questa realtà. La struttura ontologica del desiderio è questa relazione dinamica tra il logos e la realtà. Il logos non si limita a rispecchiare, tende. Non è l’unica antropologia possibile. Nella storia delle culture e delle filosofie è apparsa anche l’antropologia della Volontà. Le filosofie/ religioni orientali camminano su quel crinale.

Bisogna dunque scavare nella relazione realtà-logos umano, oggi, nel tempo presente. Se questa non funziona, il desiderio si ammala. La realtà: gli uomini, le cose, la natura, la storia umana, le civiltà, le paci e le guerre, la vita e la morte. Ora, ci sono alcune epoche della storia umana – Hegel le chiamava “epoche disorganiche” – in cui la rapidità e l’imponenza dei mutamenti è così imprevedibile e violenta che mette in discussione la normale e codificata percezione che gli uomini hanno del proprio tempo e sconnette di colpo il rapporto tra le tre dimensioni del tempo storico, il presente, il passato, il futuro. Il rapporto tra realtà e ragione è scosso violentemente come un albero nella tempesta. Nel Manifesto del Partito comunista del 1848 Karl Marx descrive con grande lucidità questo processo relativamente al suo tempo (così come Heidegger farà in Essere e tempo rispetto al proprio tempo, con altro linguaggio): “Tutte le stabili e arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci”.

 

Non c’è dubbio che l’epoca che stiamo attraversando abbia le caratteristiche “disorganiche” delle età che, una volta sorpassate, i posteri, già approdati alle stabili rive dell’epoca successiva, hanno definito “di transizione” e che i contemporanei hanno vissuto nell’incertezza, nello spaesamento, nella paura. Si pensi all’“epoca di transizione” che si apre con il Sacco di Roma del 410 e che si chiude nel Natale dell’’800 con l’incoronazione di Carlo Magno. Il De Civitate Dei di Sant’Agostino testimonia in toni drammatici quel travaglio appena incominciato. O all’epoca di “transizione” che si apre ufficialmente con la scoperta dell’America – la prima globalizzazione – e si chiude con gli inizi della rivoluzione capitalistica e industriale.

 

Ora tocca alle generazioni presenti il travaglio di un’altra “transizione” verso sponde sconosciute. Il Rapporto Cresson del 1996 aveva individuato tre choc decisivi: la globalizzazione, lo sviluppo tecnico-scientifico, la Rete. Di colpo i nostri quadri ermeneutici sono andati in frantumi, la realtà se n’è staccata. Donde il nuovo mal du siècle: la società liquida, la perdita delle dimensioni del tempo storico, il ripiegamento narcisistico sul consumo del presente, il rifiuto dell’investimento e del sacrificio, il nichilismo quale risposta rassegnata. Il futuro non viene più intravisto. La dinamica pigra delle nostre percezioni del mondo esige che il futuro sia più o meno rappresentabile come la ripetizione inerziale migliorativa del passato, qualcosa di addomesticabile in primo luogo dall’intelletto e pianificabile dalla volontà. Ma se il logos perde il contatto con la realtà in divenire, allora cadono la volontà, l’ethos, il desiderio.

Pertanto, la questione culturale decisiva oggi è quella della costruzione di una comprensione del tempo storico presente, delle sue sfide. Questa terza transizione si annuncia densa, accelerata, drammatica, perché espone l’homo sapiens del terzo millennio a violentissime sollecitazioni intellettuali ed emotive. Di fronte ad essa non basta vendere almanacchi grondanti ottimismo sul futuro del mondo; occorre sollevare il logos all’altezza degli avvenimenti, guardare alla realtà che viene avanti con mente scevra da pregiudizi. Sotto epoché raccomandava Husserl: cioè la piena apertura dell’intenzionalità umana alla “Cosa stessa”. Secondo un’incerta, ma affascinante filologia della parola desiderium, si tratta di uscire dalla paralisi indotta dalla luce abbagliante del sidus – il lampo – e del tuono che lo segue per rimettersi in movimento: “de-siderare” come uscita dalla cecità provocata dai lampi dei mutamenti improvvisi.

 

Questa scommessa e pretesa di mettere in asse il logos umano con il mondo ha alle spalle l’idea che il mondo è la terra dell’uomo. Non un luogo d’esilio, come recita l’intera tradizione platonica, ma il posto dove si misura la libertà umana e si realizza il proprio destino: la Terra è la casa dell’uomo. A questo sforzo intellettuale giova uno sguardo sulle “minoranze creative” delle epoche cruciali: i monaci di Benedetto, gli utopisti del ’500, gli scienziati del ’600. Joseph Ratzinger, prima da intellettuale europeo e poi da cardinale e da papa, ha posto alla base delle minoranze creative due principi della Spe Salvi: a) ogni generazione, ogni uomo è un nuovo inizio; b) il disordine e il caos sono solo l’altra faccia della libertà umana.

 

Non prigioniera di un ottimismo alla Francis Fukuyama, non paralizzata dal pessimismo dei distopici, questa visione del capo dei cattolici, divenuti minoranza in Europa e in Italia negli ultimi cinquant’anni, è una provocazione interessante per chiunque voglia affrontare le sfide del tempo storico presente: la storia umana entrata nel tempo della contingenza assoluta (l’uomo ha raggiunto la capacità di farla finire!), l’imminente trascendimento umano per via biotecnologica e nanotecnologica della biologia in una nuova Genesi, la globalizzazione delle economie, delle etnie, delle culture… Aveva certamente torto Cesare Cremonini, quando raccomandava a Galileo, che gli mostrava le macchie sulla luna, di pulire piuttosto dalle impurità le lenti del suo cannocchiale. Ma avrebbe certamente ragione oggi l’aristotelico Cremonini, se ci invitasse a rinnovare i filtri della nostra intelligenza della realtà. Perché è dal logos che nasce il desiderio.

 



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