STORIA/ Quel Papa (e quel cardinale) che salvarono la Chiesa dalle mani di Hitler

- La Redazione

Perché il card. Eugenio Pacelli la definì «la pagina più umiliante della storia della Chiesa»? Ne parla PAOLO VALVO, autore de “Dio salvi l’Austria! 1938: il Vaticano e l’Anschluss”

hitler_nazismoR400
1938, Hitler entra a Vienna

«La pagina più umiliante della storia della Chiesa». Così il cardinale Eugenio Pacelli, segretario di Stato di Pio XI e futuro papa Pio XII, commentava il comportamento dei vescovi austriaci, che nel marzo del 1938 avevano salutato l’annessione dell’Austria al Terzo Reich con una «Dichiarazione solenne» che, oltre ad accompagnare con «le più grandi benedizioni» la «ricostruzione nazionale, economica e sociale del Reich e del popolo tedesco», invitava tutti i cattolici austriaci a non trascurare il proprio «evidente dovere nazionale», vale a dire il voto affermativo al plebiscito che, il 6 aprile seguente, avrebbe definitivamente sanzionato l’Anschluss.

Si trattava di una dichiarazione sostanzialmente estorta dalle autorità naziste a un episcopato in preda alla paura; ciò non di meno la colpevole acquiescenza dei vescovi austriaci guidati dall’arcivescovo di Vienna, il cardinale Theodor Innitzer, rendeva ancora più amara per la Santa Sede la rapida capitolazione della prima Repubblica austriaca. Con l’Anschluss infatti si realizzava quello che all’interno del Palazzo Apostolico, a partire dalla presa del potere di Hitler in Germania, era divenuto un vero e proprio incubo. Le carte della segreteria di Stato vaticana relative al pontificato di Pio XI – rese disponibili alla consultazione degli studiosi a partire dall’autunno del 2006 – testimoniano eloquentemente la preoccupazione e la sollecitudine con cui papa Ratti e il segretario di Stato Pacelli seguirono nel corso degli anni Trenta le vicende dello Stato austriaco, che in seguito alla dissoluzione dell’Impero asburgico appariva, secondo l’efficace espressione di Benedetto XV, un «capo tagliato dal corpo».

Numerosi gli spunti che meriterebbero di essere approfonditi al riguardo. Volendo limitarci a due soltanto, colpisce innanzitutto la lucidità con cui il Vaticano seppe leggere l’evoluzione politica interna e internazionale dell’Austria, sulla cui sorte sia Pio XI che il cardinale Pacelli nutrivano poche speranze almeno dalla fine del 1935. Una lucidità palesemente in contrasto con l’ottimismo di facciata dimostrato in più occasioni dal governo di Vienna e dall’incaricato d’affari austriaco presso la Santa Sede Rudolf Kohlruss.

Il problema dell’Anschluss, in secondo luogo, offre una preziosa e inedita testimonianza dell’opposizione al nazismo che contraddistinse il magistero di Pio XI e l’azione diplomatica del segretario di Stato. Di questa opposizione – che raggiunse il suo apice nella famosa enciclica Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937 – troviamo numerose conferme anche nelle fonti diplomatiche italiane e non solo.
 

Per citare uno degli esempi più significativi, all’ambasciatore italiano che nell’agosto del 1934 – un mese dopo il tentato golpe nazista in Austria che si era concluso tragicamente con l’assassinio del cancelliere Dollfuss – chiedeva quali fossero i rapporti della Santa Sede con la Germania, Pacelli rispose: «La politica della Santa Sede verso la Germania hitleriana è la più contraria, la più in antitesi che si possa pensare. Per tutti i cattolici, e non è a dirsi per il clero, nasce il dovere di coscienza di opporsi a forme di neo paganesimo che la Chiesa non può tollerare ed alle quali si oppone con tutte le forze. È precisamente questione di principio e di dogma che trova la massima intransigenza e sulla quale non sarebbe neppure possibile impostare una qualsiasi discussione».

Proprio dai vertici del clero austriaco, come si è visto, sarebbero giunte le defezioni più inaspettate e dolorose. Tuttavia, anche nelle settimane in cui si consumò l’annessione, la Santa Sede non rinunciò a far sentire la sua voce in difesa della dignità e dei diritti del cattolicesimo austriaco, anche a costo di dare «l’impressione di essere la sola a volersi opporre all’Anschluss», come notava proprio in quei giorni un altro diplomatico italiano. E lo fece in un primo momento prendendo ufficialmente le distanze dall’operato dell’episcopato austriaco – attraverso un comunicato dell’Osservatore Romano – e successivamente convocando a Roma, il 6 aprile 1938, il cardinale Innitzer. Il colloquio dell’arcivescovo di Vienna con il Pontefice fu a dir poco burrascoso. Pio XI impose al presule, come condizione per essere ricevuto in udienza, di firmare un documento (preparato da Pacelli) che smentiva e svuotava di significato la precedente «Dichiarazione solenne».

La nuova dichiarazione, firmata dal cardinale a nome di tutto l’episcopato, venne pubblicata la sera stessa sull’Osservatore. Poche ore dopo l’incontro con Innitzer il Pontefice, confidandosi con il sottosegretario di Stato monsignor Domenico Tardini, esprimeva tutta la propria preoccupazione per quanto stava accadendo in Europa con una battuta lapidaria, destinata a passare alla storia: «È confortante che l’avvenire sia nelle mani di Dio: ma il presente è nelle mani dei farabutti».

(Paolo Valvo)

 

Paolo Valvo è autore de Dio salvi l’Austria! 1938: il Vaticano e l’Anschluss, Mursia 2010, pp. 278



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori