COMUNISMO/ Erika Kadlecová: solo la Chiesa salva la libertà di non credere in Dio

Erika Kadlecová, sociologa marxista dell’Accademia cecoslovacca delle Scienze, espresse la sua ammirazione per la Chiesa. Venne emarginata. Ne parla ANGELO BONAGURO

03.01.2011 - Angelo Bonaguro
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Nostalgia del comunismo in Repubblica ceca (Imagoeconomica)

Erika Kadlecová (1924) è un nome che difficilmente si trova nelle pubblicazioni dedicate alla Primavera di Praga. Eppure questa sociologa in quel periodo ricopriva l’importante incarico di direttrice del Segretariato per gli affari delle Chiese presso il ministero della Cultura, che fino a poco tempo prima era stato retto dallo stalinista Hruza. Le cosiddette «democrazie popolari» erano solite istituire questi uffici non tanto per normalizzare i rapporti con la Chiesa, quanto perché intervenissero a limitarne il raggio d’azione.

La Kadlecová faceva parte di un gruppetto di sociologi marxisti, ricercatori presso l’Accademia cecoslovacca delle scienze, che dall’inizio degli anni ’60 cercavano un approccio meno ideologizzato al problema religioso, tentando di analizzarlo dal punto di vista sociologico. Dopo il colpo di Stato che nel ’48 a Praga aveva portato al potere i comunisti, la sociologia era stata espulsa dalle università, e fino agli inizi degli anni ’60 fu considerata una «pseudo-scienza borghese» che, quando si occupava del fenomeno religioso, lo faceva in chiave negativa.

Al contrario, la Kadlecová, durante il suo breve incarico durato dal marzo ’68 al giugno ’69, cercò di semplificare il ritorno della Chiesa alla normalità dopo decenni di politica antireligiosa. Ma dopo l’invasione sovietica di agosto e l’avvio del processo di «normalizzazione», iniziarono le epurazioni: l’«ateismo scientifico» prese il posto della sociologia della religione, la Kadlecová fu sostituita dal riciclato Hruza e il suo nome comparve solo nei rapporti della polizia (la sorvegliavano agli incontri degli ex-comunisti) e nei canali del samizdat.

Ed è proprio nel samizdat religioso che troviamo, alla metà degli anni ’80, un testo della Kadlecová in cui, a prescindere dalle domande ultime sul senso della vita, dove «se si elimina la premessa di Dio non esiste una risposta soddisfacente», la sociologa si interroga sulla rinascita di interesse per il fenomeno religioso.

Tracciando una breve panoramica del pensiero europeo, la Kadlecová giunge a conclusioni sconfortanti: «Scomparso il feudalesimo, il colonialismo, il capitalismo, sono andati al potere coloro che promettevano libertà, uguaglianza, fraternità e la rivoluzione dei proletari di tutto il mondo. I sogni però si sono infranti nel momento in cui venivano realizzati, e il risultato è la disillusione, la confusione, la paura del futuro, la perdita di prospettiva. È svanita anche l’illusione che l’uomo sia naturalmente buono e che compia il male solo perché indotto dalle circostanze: la crescente aggressività, il cinismo e l’indifferenza sono problemi presenti ovunque… Il marx-leninismo atrofizza la mente e la induce a pensare paradossalmente in modo religioso: siamo i primi ad imporre alla società, in maniera grossolana e ridicola, gran parte di quello che rinfacciamo alla religione come inaccettabile… Diamo la caccia all’uomo delle nevi, fotografiamo i dischi volanti, cerchiamo tracce di visite degli extraterrestri, meditiamo sulla parapsicologia – e questi sono ancora i problemi più concreti».

A parte alcune opinioni riduttive sulla Chiesa espresse dalla Kadlecová, retaggio della disinformazione, è interessante sorprendere l’onestà intellettuale con cui osserva l’esperienza della Chiesa. E qui il suo testo assume i toni di una moderna Lettera a Diogneto: «Le Chiese non hanno nessun mezzo coercitivo: la compattezza, la disciplina interna e l’ubbidienza possono fondarsi esclusivamente sull’autorità. E proprio in questa debolezza sta la sua forza e il suo carattere eccezionale. La loro dottrina, il loro modo di vita sono assolutamente diversi da quelli che inculchiamo: indicano la via di uscita e la speranza là dove gli altri non vedono nulla. Sono proprio queste le caratteristiche che attirano le persone annientate dalla futilità e dalla mancanza di prospettive. Diventare cristiano non è certo un modo per far carriera, lo sappiamo bene. Il contatto con i cristiani dà la sensazione di una comunità di persone generose e di una particolare positività. L’aiuto e il sostegno reciproco, l’ambiente di amicizia che nella società atomizzata è in grado di supplire alla mancanza di rapporti, nelle società religiose sono resi ancor più forti da un aspetto metafisico: l’incontro con Dio nel prossimo».

La sua analisi si estendeva oltreconfine: per dimostrare la disfatta della politica antireligiosa, bastava infatti gettare uno sguardo sulla situazione della Chiesa in Polonia, da dove per giunta era uscito un papa! Wojtyla – osserva la sociologa – non solo agisce conoscendo perfettamente i problemi dei paesi socialisti, ma comprende altrettanto bene la politica e la neolingua del Partito. E in questo contesto la Chiesa interviene come difensore dei diritti umani, salvaguardia dell’identità e dell’integrità nazionale, protettore degli interessi degli operai e dei contadini, e come tale è riconosciuta: «Dove siamo finiti – si chiede la Kadlecová – se la Chiesa cattolica lotta per la libertà di parola contro la censura introdotta dai marxisti, e per il diritto dei lavoratori ad unirsi in sindacati di cui si fidano?».

Sembra di sentire Peppone dal palco: «Reverendo, qui si bara: i comunisti siamo noi»…

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