RAGIONE/ Vinceranno le grandi domande o le “buone abitudini”?

- La Redazione

Il 30 novembre al Centro culturale di Milano saranno ospiti Costantino Esposito e Salvatore Natoli, che dialogheranno su Una ragione inquieta. L’anticipazione di GIAMBATTISTA FORMICA

picasso_R400-1
Pablo Picasso, Madre con bambino malato, 1903 (immagine d'archivio)

A giudicare dalle reazioni che ha suscitato su IlSussidiario.net, coinvolgendo esponenti autorevoli del dibattito culturale italiano, l’intervento di Costantino Esposito al Meeting di Rimini ha colto nel segno, sfidando la mentalità comune (cioè la nostra) su di un punto che forse è stato e viene tutt’ora archiviato, non senza ferite, troppo in fretta. Si può giungere ad una certezza a partire dalla quale la vita non tanto si acquieti, ma si metta in moto generando una storia di scoperta senza fine? Oppure è una condizione insuperabile, una sorta di destino del nostro tempo, che un uomo veramente moderno debba rinunciare a questa possibilità? E se si può, su quale certezza possiamo poggiare questa fiducia, della quale tutta la nostra carne grida?

Si tratta di un punto sul quale Esposito, anche nella risposta ai commenti e alle critiche apparsa su questo quotidiano, ha lanciato una sfida su cui vale la pena ritornare. Che si tratti di una sfida lo si vede chiaramente dall’ultimo intervento di Salvatore Natoli, il quale dialogherà domani, 30 novembre, al Centro Culturale di Milano (ore 18.30, sala di via Zebedia 2), a partire dall’ultimo libro di Esposito, Una ragione inquieta, apparso di recente per le Edizioni di Pagina.

La sfida sta in questo: la certezza di cui ha parlato Esposito al Meeting di Rimini non è una semplice certezza “epistemologica”, che cioè attiene al rapporto individui/credenze all’interno di una prospettiva di fede (come sostiene Natoli), se non in un senso derivato e trasfigurato; alla radice invece è un primum “metafisico”, un dato originario a partire dal quale – vale a dire accettandolo o rifiutandolo – si instaura l’ambito epistemologico, come storia di una scoperta senza fine, oppure di una perdita irrimediabile. È quello che Esposito diceva essere l’invito silenzioso delle cose nelle pieghe del tempo (19 ottobre) o che Eugenio Mazzarella definiva maternage creaturale (19 settembre). Ma qual è il contenuto di questo primum metafisico? È – per quel che ho capito – che io sono dato, posto al mondo, sono un positum (qualcosa anziché nulla) dentro un rapporto: un rapporto in cui io nasco come io e la realtà si definisce come realtà, proprio quando mi viene incontro e mi si dà. Questa – di cui la figura della madre è l’immagine paradigmatica – è la prima certezza, l’invito che l’Essere mi fa chiedendo di essere riconosciuto nel tempo, come ciò che (anche ora) mi pone nel mondo. Ed è su questa certezza che si gioca il rapporto epistemologico tra individuo e credenza, il senso di ogni certezza o incertezza, ed emerge l’inquietudine come cifra della ragione.

Nell’intervento di Esposito è riproposta dunque una questione autenticamente metafisica. E questo in un momento in cui la metafisica, se non è accantonata a partire da una prospettiva ideologica di tipo storicista o positivista (entrambe per la verità molto datate), come lo era all’inizio del secolo scorso, è dichiarata superata e “impossibile”, come negli ultimi esiti del pensiero continentale-ermeneutico, o infine è ridotta all’interno di dispute di tipo scolastico-accademico, come ad esempio lo è in alcune scuole di pensiero di matrice anglosassone. Si dirà, però, che questa è “roba” per filosofi. Neanche tanto in realtà! Lo si capisce quando il filosofo Natoli, discutendo l’intervento di Esposito, spiega la propria alternativa, che chiama “etica delle virtù”. 

L’etica delle virtù sembra una delle nuove (sebbene antiche) tendenze del nostro tempo e – nonostante la raffinatezza con la quale Natoli ne descrive i tratti – come aspirazione è molto più diffusa di quanto si sarebbe inclini a pensare. È infatti l’etica della “buona abitudine”. Il suo assunto costituisce un luogo oggi comune sulla verità, sul quale Natoli si basa per avanzare la propria proposta: “Dove sono, infatti” – egli si chiede – “i confini del mondo? Ammesso che si diano, non bastano certo le nostre vite per raggiungerli. A noi tocca di volta in volta tracciarli”.

Ma la conclusione a cui giunge è tanto impegnativa, quanto accattivante per il sentire collettivo: dato che un senso ultimo (o una certezza prima) se c’è, è impossibile da trovarsi, il nostro compito dev’essere quello di renderci capaci, in sua assenza, di dimorare in questo mondo, di saperlo “custodire e trasmettere”. In virtù di cosa?, si può domandare. Del fatto che possediamo “la misura del bene”, che consiste nella “realizzazione dell’ente, di ogni ente”; degli altri in particolare, dei quali abbiamo bisogno perché non bastiamo a noi stessi. Ma questa è – come Natoli ammette – la fede in un obbligo, appunto l’obbligo del saper vivere, qui e con gli altri. “Bisogna aver fede”, ci dice, “che questo avverrà e agire in conseguenza”.

L’alternativa che i due ci lanciano sembra stare qui: un’epistemologia che nasce da una metafisica di ciò che c’è o un’etica che annuncia il programma di ciò che dovrebbe essere. Mi viene così da porre subito due domande. Ad Esposito chiederei: in che senso il Cristianesimo – l’orizzonte imprescindibile del suo discorso – è in grado di illuminare la vera natura della ragione umana senza ridursi ad una sorta di metafisica naturalizzata (in cui, appunto, l’Essere è semplicemente una “natura” anonima) sulla quale in molti – cristiani e non – potrebbero trovarsi d’accordo senza arrivare mai a riconoscere il fattore decisivo, ovvero il fatto stesso di Cristo? Mentre a Natoli domanderei: cosa fa sì che il suo nuovo/antico obbligo o dovere etico, da una parte non sfoci in un altro tipo di fideismo, quello riguardante ciò che si dovrebbe realizzare, dall’altra non cada in un volontarismo, il cui obiettivo sarebbe quello di costruire quella certezza che non si è più in grado di riconoscere con la ragione?

Ma di questo, come ha scritto Natoli, “se ne può discutere in altra occasione”. Bene, quell’occasione è ora alle porte.

 

(Giambattista Formica)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori