LETTURE/ Tolkien contro Eliot: ha ragione Barfield?

- Giovanni Maddalena

Secondo Owen Barfield, la poesia contemporanea riflette una concezione della realtà estranea alla conoscenza e al pensiero. Come stanno le cose? Il commento di GIOVANNI MADDALENA 

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La nostra poesia e, più in generale, la nostra letteratura rivelano una concezione positivista della realtà e del linguaggio che blocca la vera creatività? È la tesi sostenuta da Poetic Diction, “un saggio sul significato”, pubblicato da Owen Barfield nel 1927 e ripubblicato l’anno scorso in Inghilterra. Di Barfield e delle sue idee alternative sul linguaggio si era già parlato sul IlSussidiario.net in occasione della traduzione italiana di Saving the Appearances (“Salvare le apparenze”, Marietti 2010).

Barfield è il teorico degli Inklings, il gruppetto informale di autori costituito da Lewis e Tolkien. I due celebri scrittori devono molto a Barfield e alla sua teoria del significato, come è ben raccontato da Carpenter (Gli Inklings. C. S. Lewis. J.R.R. Tolkien, Charles Williams e i loro amici, Marietti 2011); in particolare, è  una conversazione con Tolkien su questa teoria che pare abbia rappresentato il passo decisivo di Lewis dall’ateismo all’anglicanesimo. La teoria del significato è quella dell’unità semantica originaria. Secondo Barfield, contrariamente a molti indirizzi linguistici degli ultimi due secoli, all’inizio della storia della coscienza e del linguaggio umano si trova una profonda unità di realtà-linguaggio-significato. All’inizio nominare qualcosa voleva dire anche esprimerne il significato e attestarne la realtà.

Questo plesso unitario è l’essenza del principio poetico, un principio sintetico della nostra ragione che si rivela ancora in ogni capacità creativa di significato, capacità che non riguarda solo la letteratura o l’arte, ma anche la matematica o la scienza. Tale unità semantica originaria si sarebbe poi progressivamente divisa in una molteplicità di significati specializzati secondo un principio logico-analitico, che aiuta a precisare le espressioni e a suddividere le funzioni ma allontana anche dalla ricchezza iniziale. In questo senso all’inizio del linguaggio non ci sarebbero le famose “radici” che indicavano qualche percezione puramente fisica ed elementare, da cui poi si sarebbe sviluppato il nostro linguaggio per via di progressive astrazioni metaforiche. Al contrario, all’inizio del linguaggio ci sarebbe una percezione di realtà piena di significato (“significati concreti”) che poi avrebbe trovato una progressiva specificazione anche attraverso l’uso delle “radici”.

Gli uomini primitivi non difettavano in percezione di significati astratti quanto in espressione. Le “radici” stesse rappresenterebbero uno stadio nel quale una primitiva espressività cerca di dare forma distinta a un’enorme percezione di significati. Un’eco di questo percorso si trova nella ricchezza di significati delle parole antiche. “Pneuma” significa sia “spirito” che “vento” o “soffio” mentre successivamente i significati sono distinti e isolati. La storia della coscienza vista dal punto di vista della poesia dovrebbe dunque raccontare anche il percolare dei significati all’interno della nostra espressività. La poesia è un’espressione estetica (diction) dell’unità semantica originaria ed è quindi innanzi tutto una forma di conoscenza della realtà e dei significati.

Visto che si tratta di un’espressione ha bisogno del principio logico-analitico, ma quest’ultimo è vano senza la capacità di immergersi nell’unità originaria. L’equilibrio fra i due principi, il poetico e il logico, è ciò che definisce un “grande” poeta. Lo strumento principe del grande poeta è la metafora, intesa come un principio raffigurativo (pictorial) di quei significati che si vogliono esprimere.

Nella metafora, dunque, il poeta non trova solo una bella figura, ma dando un nuovo significato a parole o espressioni, fa conoscere nuovi aspetti di quella realtà originaria che egli non può inventare ma che il suo pensiero può aiutare a mettere in luce. Anzi, senza l’opera del poeta, quei significati non sarebbero mai emersi e in questo senso egli è collaboratore della creazione o, per dirla con Tolkien, sub-creatore. In tale prospettiva anche una nuova teoria scientifica o matematica che esprime una relazione della realtà è una creazione poetica.

Perché questa teoria della creatività dovrebbe accusare di positivismo la poesia e, più in generale, la conoscenza della nostra epoca? Perché, secondo Barfield, la poesia contemporanea nasce da una concezione della realtà come estranea alla nostra conoscenza e al nostro pensiero.

Dell’unità di realtà, parole e significati non ci resta che un fantasma, il rapporto soggetto-oggetto della modernità, che è segnato da una tragica estraneità tra i due poli. In questa abissale distanza le parole non partecipano dell’unità originaria di significato, anzi sono nominalisticamente ritenute vuote convenzioni che indicano senza significare. Con tali strumenti impoveriti i nostri poeti (Barfield ce l’ha in particolare con Hardy e Eliot, quest’ultimo accusato dagli Inklings di avere rovinato per sempre la lingua inglese) raffigurano al massimo l’effetto che un mondo estraneo fa su di loro, ma non partecipano mai allo sviluppo di quel mondo stesso.

Questo è il motivo per cui le loro metafore sono brevi e di corto respiro mentre quando si partecipa dell’unità semantica originaria si sviluppano interi mondi che sono altrettante forme di partecipazione allo svelarsi dell’essere. I miti di ogni tradizione, i poemi omerici, le saghe nordiche, la Divina Commedia, la storia shakepeariana sono esempi di questo respiro di creazione che la maggior parte dei poeti contemporanei ha perduto, anche quando esprime significati morali elevati come Eliot. Ciò che accade nella poesia non è che il riflesso di una concezione molto più generale che ha nella divisione tra discipline umanistiche e scientifiche la sua più classica espressione: da un lato significati senza precisione tecnica, logica e linguistica, e dall’altra tecniche, logiche e linguaggi senza significati. La teoria di Barfield invece propone una scienza che crea quanto la poesia e una poesia che ha una tecnica sopraffina quanto la scienza.

Ci sarebbe molto da discutere sia sulla teoria metafisica sia su quella linguistica e letteraria. Occorrerebbe qualche studio filosofico e linguistico specializzato, che sarebbe forse ora di approntare, ma senz’altro la tesi è interessante e il successo di Tolkien e Lewis che vi si ispiravano è un serio indizio della necessità – quantomeno – di vagliarla.

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