LETTURE/ La lotta della grazia e dell’orgoglio nel cuore di Michelangelo

- Laura Cioni

LAURA CIONI commenta i versi del sonetto 87, composto da Michelangelo mentre è intento a realizzare l’affresco del Giudizio Universale nella Cappella Sistina

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MIchelangelo Buonarroti, Giudizio Universale (particolare)

Il sonetto 87 di Michelangelo è probabilmente inviato al Cavalieri, l’uomo con cui l’artista vive una relazione significativa negli anni romani. È il 1534; Michelangelo lavora al Giudizio universale e vive testimone e partecipe della lacerazione della Chiesa provocata dal dibattito teologico e dalla lotta anche cruenta tra cattolici e protestanti. Il distacco da Firenze è ormai definitivo, ma si può supporre che l’artista abbia trovato un approdo, quasi un’altra patria nella cerchia di amici che Vittoria Colonna aveva radunato per contribuire ad avviare un processo di rinnovamento nella Chiesa cattolica. Le discussioni teologiche che animavano quel circolo culturale dovettero approfondire in Michelangelo il sentimento del conflitto che da sempre abitava la sua grande anima.

Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio:
tra ‘l foco e ‘cor di ghiaccia un vel s’asconde
che ‘l foco ammorza, onde non corrisponde
la penna all’opre, e fa bugiardo ‘l foglio.

I’ t’amo con la lingua, e poi mi doglio
c’amor non giunge al cor; né so ben onde
apra l’uscio alla grazia che s’infonde
nel cor, che scacci ogni spietato orgoglio.

Squarcia ‘l vel tu, Signor, rompi quel muro
che con la suo durezza ne ritarda
il sol della tuo luce, al mondo spenta!

Manda ‘l preditto lume a noi venturo,
alla tuo bella sposa, acciò ch’io arda
il cor senz’alcun dubbio, e te sol senta.

L’apertura è segnata da un’antitesi tra il volere e il non volere amare Dio, fortemente marcata da elementi fisici contrari, il fuoco e il ghiaccio, nascostamente divisi da un velo, che indica l’impalpabile libertà dell’uomo. Ne deriva un indebolimento della capacità espressiva, ancor più una larvata menzogna. L’autore scopre quanto il suo amore sia fragile, limitato alle parole, senza che il suo cuore ne sia penetrato e riconosce che non sa aprirsi alla grazia che, sola, può vincere il suo orgoglio.

Ed ecco, nella primo verso della terzina del sonetto, il cuore della lirica: Squarcia ‘l vel tu, Signor, con una stupenda ripresa dell’immagine iniziale: una preghiera che è come un grido, affinché la durezza del cuore si spacchi e lasci entrare la luce. Quella luce d’amore che sta per venire e che, con una perfetta circolarità d’espressione, accenda il cuore e bruci nel suo fuoco ogni incertezza.

Il penultimo verso introduce in modo esplicito il tema nuziale dell’amore di Dio per l’uomo. Ma se, come sorprendentemente è stato notato da uno studente, il velo di cui Michelangelo parla richiama il velo del tempio squarciato alla morte di Gesù, allora il sonetto acquista una risonanza maggiore di quella istituita dal conflitto personale e si apre al grande fatto della salvezza: la sposa è sì la libertà di Michelangelo, ma anche quella Chiesa lacerata in cui egli vive e lavora.

Si può dunque comprendere meglio quanto egli avverta la difficoltà della fede in tempi confusi, anche nei palazzi vaticani, dove egli dipinge il suo capolavoro.

Il sonetto è intessuto di reminiscenze di parole del profeta Isaia: Questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me.

Perché, Signore, lasci indurire il nostro cuore?
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

La religiosità solo apparente, il cuore indurito che richiama il muro, la leggerezza del velo e la trasparenza del cielo, la gioia dell’amore sponsale. Anche senza la forza ruvida di Michelangelo, poeta della pietra, tutti possono far proprie parole vecchie di secoli e attendere che accada la luce di Dio.

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