IL CASO/ 2. Gherardo Colombo, se il “mito” del perdono non fa i conti con la realtà

- Monica Cali

Nel suo ultimo libro Il perdono responsabile, Gherardo Colombo dice che il sistema della pena è in crisi: non funziona e toglie dignità alla persona. È così? Il commento di MONICA CALI

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Foto: Imagoeconomica

Si può perdonare anziché castigare l’autore di un reato? Secondo Gherardo Colombo, nel suo libro Il perdono responsabile (Ponte alle Grazie, pp. 129), sì. Per l’autore il sistema della pena intesa come retribuzione del male col male (di cui il carcere è oggi l’espressione principale) è in realtà profondamente in crisi. L’attuale, costosissimo, sistema penitenziario è assolutamente insufficiente ed inadeguato a soddisfare il bisogno umano di giustizia, e lo stimolo educativo che esso propone avviene in condizioni così sfavorevoli che appare utopico che ad esso possa corrispondere un percorso positivo da parte del detenuto. 

E ancora, una sanzione penale che si concretizza in una detenzione è non solo inutile, ma anche controproducente, poiché il carcere è spesso luogo dove i detenuti finiscono con l’incrementare la loro capacità delinquenziale. Lo stesso trattamento penitenziario, formula che mitiga un sistema retributivo tout court,  si basa su istituti quali il lavoro e l’istruzione, pieni di limiti, che spesso si risolvono nel mero riempimento di una giornata vuota e priva di prospettive. 

A questo sistema in crisi, si dovrebbe sostituire un sistema che in concreto riconosce la dignità della persona come principio di un modo diverso stare insieme e di relazionarsi che – invece di partire dalla dinamica premio-castigo – parte da una dinamica di gratuità, di armonia, rompendosi la quale, la soluzione è offerta non dalla retribuzione, ma dalla riconciliazione tra reo e vittima. 

È il sistema della mediazione penale e/o giustizia riparativa, prospettiva in cui diventa centrale la disponibilità al perdono come ipotesi informatrice del sistema che disciplina la trasgressione delle regole; ipotesi che laddove accolta, presupponendo una responsabilità tra gli attori in gioco, ha consentito la ricostituzione/continuazione del rapporto tra reo e vittima (rapporto infranto col reato): il primo si assume la responsabilità del proprio comportamento e si impegna nel comportamento futuro, la seconda accoglie il comportamento del reo sia come riparazione del torto subito sia disponendosi a riaccogliere l’altro nella comunità, da cui si era discostato con la propria condotta. 

Il libro di Colombo offre così alcuni importanti spunti di riflessione su temi di fondo del sistema penale. Occorre chiedersi innanzitutto se sia praticabile un sistema come quello delineato nel testo, alternativo alla pena tout court, basato esclusivamente sul perdono ed escludente radicalmente la dimensione sanzionatoria della pena e l’idea di espiazione. È in gioco, come ben si comprende, non solo l’idea stessa di pena, il suo significato e la sua funzione, ma anche la stessa concezione del rapporto tra morale, etica e diritto, perdendosi ciò che, per alcuni, rappresenta il connotato proprio del diritto, che lo distingue dagli altri ordinamenti sociali, vale a dire il momento coercitivo.

Il rischio è quello di sottovalutare il dato culturale che informa la nostra tradizione giuridica e che ha trovato storica espressione nell’articolo 27 della Costituzione: “la pena tende alla rieducazione…”, disposizione che implica il riconoscimento del condannato come “uomo” che – anche in condizione di segregazione – può giocarsi nella libera scelta di  continuare a delinquere o cambiare rotta, desiderando davvero un mutamento per sé e affidandosi al percorso rieducativo proposto in carcere.

Quando un uomo commette un crimine (e qui sto parlando di reati il cui disvalore è pacifico e spesso molto grave perché minano le condizioni stesse della vita sociale)  è perché non ha rispettato il suo rapporto corretto con la realtà venendo meno al suo essere uomo e alla sua capacità/libertà di scegliere il bene e il male. E di ciò è anzitutto consapevole lui stesso. La funzione rieducativa della pena riaffermata dalla Costituzione, lungi dal muoversi in un’ottica esclusiva di pacificazione sociale – destinata, come tale,  a “scadere” a mere apparenze – propone e richiede un lavoro per recuperare innanzitutto il rispetto per se stessi. Un lavoro articolabile in due momenti: riconoscere l’errore commesso (che per questo viene sanzionato dallo Stato con un intervento che assume forma giuridica) e, conseguentemente, disporsi ad una espiazione che non sia vissuta come un’ingiustizia, ma come tempo nel quale recuperare quanto con il crimine si era rotto o incrinato, accettando delle opportunità valide per rendere più stabile il proprio percorso rieducativo.

La distinzione tra il bene ed il male e la possibilità di scegliere l’uno o l’altro è nel cuore di ogni uomo. L’articolo 27 della Costituzione propone un percorso vero per tutti coloro che hanno deciso di essere uomini sino in fondo. 

Questo tipo di percorso – a mio parere – non può essere sottaciuto, né tantomeno omesso neppure da coloro che si fanno promotori e sostenitori di un sistema basato su una dinamica riconciliativa. Senza il presupposto imprescindibile dell’espiazione, il sistema della riconciliazione – che pone l’accento su alcune indubbie esigenze della persona e della società – rischia una deriva: la relativizzazione della differenza tra bene e male ed il risparmiare a chi sbaglia lo sforzo di prendere consapevolezza del male compiuto. In questo modo si rischia di tradire e svilire la natura stessa dell’uomo (che è per natura capace e libero di scegliere  il bene o il male) e di vanificare anche la funzione risocializzante di qualsiasi risposta a una trasgressione (anche la più blanda e mite), perché, in una realtà in cui bene e male si confondono, tale risposta potrebbe essere sempre vissuta come ingiusta.

È poi opportuno aggiungere un ulteriore spunto di riflessione: moltissimi reati non hanno una vittima intesa come persona fisica (si pensi ad esempio ai reati in materia di droga o di immigrazione) o hanno una vittima che è rimasta sconosciuta o sono commessi da e a danno di appartenenti a sottoculture criminali, delle quali fa parte la stessa vittima. E ancora: anche rispetto a reati commessi ai danni di una vittima identificata, in molti casi la vittima non intende assolutamente perdonare, non intende riconciliarsi (magari per evitare altro dolore oltre a quello già subito con il reato) o non interessata a partecipare ad una procedura riconciliativa. 

Bastano queste brevi e necessariamente superficiali osservazioni per rendersi conto della difficoltà di costruire un intero sistema sull’idea di riconciliazione, un sistema che peraltro richiede risorse umani e materiali non certo minori di quello attuale, sicché anche sotto questo profilo si ripropone la drammatica mancanza di risorse che condiziona la situazione attuale.

Nella piena consapevolezza dei limiti dell’attuale sistema sanzionatorio, e senza essere contro la mediazione penale o le forme alternative in generale, occorre riconoscere che esse possono essere il punto di partenza di un percorso rieducativo che esige innanzitutto la restituzione di chi sbaglia alla propria verità, che è anche la condizione per capire per quale ragione si deve cercare il perdono per l’errore commesso.

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