DIBATTITO/ Grottanelli: la salvezza dello Stato viene prima della Costituzione

- int. Giovanni Grottanelli de' Santi

Il governo Napolitano-Monti ha sospeso le regole costituzionali? Se lo è chiesto Galli della Loggia in un suo editoriale sul Corriere. Il commento di GIOVANNI GROTTANELLI DE’ SANTI

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Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

Democrazia sospesa? Il modo con cui il governo Monti, creato dal presidente Napolitano, ha preso il posto del dimissionario esecutivo di Silvio Berlusconi interroga gli editorialisti. Perché sarà pure composto di persone preparate e sagge, ma è pure sempre vero che per far posto a Mario Monti e al suo consiglio di facoltà» le regole del gioco sono state sospese. Niente elezioni o incarico ad una personalità espressa dalla maggioranza. È lo «stato d’eccezione» di cui ha scritto Galli della Loggia nel suo editoriale sul Corriere di lunedì. Lo storico ha sollevato due questioni: quando deve entrare in funzione il «motore di riserva» rappresentato dal capo dello Stato, e chi lo decide? Perché la Costituzione, in proposito, non dice nulla. Costituzionalisti, pronunciatevi, è stato il suo appello. Lo fa Giovanni Grottanelli de’ Santi, maestro del diritto costituzionale italiano.

Professore, c’è davvero uno «stato d’eccezione», una sospensione delle regole costituzionali, indotta da una situazione di emergenza come quella che si è creata con la crisi del governo Berlusconi?

Che si tratti di uno stato d’eccezione, e che le procedure seguite nella formazione del governo Monti siano in parte diverse da quelle normalmente seguite e formalmente contenute nella Costituzione, è un fatto. Ma direi anche che quanto è avvenuto è pienamente legittimo. Lo stato di necessità è quello in cui nell’interesse generale si adottano dei provvedimenti che non rispettano rigorosamente il tracciato della legge. Salus reipublicae suprema lex.

Quindi l’emergenza prima di tutto. L’altra questione è chi decide.

In questo caso mi pare che il capo dello Stato sia la persona adatta. Sul fatto se sia previsto o no, la risposta è semplice: la nostra Costituzione non lo fa. Altre Carte lo hanno fatto: pensiamo all’articolo 48 della Costituzione di Weimar, o all’articolo 16 della Costituzione francese del ’58. Tornando alla domanda, posto che la decisione spetti al capo dello Stato, va detto che ci sono presidenti di cui ci si fida e presidenti di cui non ci si fida. Nel caso nostro, siamo fortunati perché sulla fede democratica di Giorgio Napolitano non sussistono dubbi.

E lo svarione di Scalfari, che vorrebbe governi d’ora in poi composti dal capo dello Stato?

Un errore da studente del primo anno. Da bocciare.

Questo singolare caso di sospensione del funzionamento ordinario delle regole a che cosa va imputato? È un inconveniente tecnico oppure la causa è politica?

È certamente e solo politica: infatti Berlusconi si è dimesso dicendo di non avere più i numeri alla Camera, segno che la maggioranza si stava sfaldando. Non si è dimesso in conseguenza di un voto di sfiducia, è vero: alle dimissioni di un presidente del Consiglio è seguita la nomina di un altro. Non c’è stata la procedura per cui la designazione di colui che formerà il futuro governo proviene normalmente dal partito di maggioranza, ha prevalso lo stato di necessità e con esso, appunto, l’«eccezione» alle regole e perciò, invece di venire dalla maggioranza, l’indicazione del capo dell’esecutivo è venuta dal presidente della Repubblica. A mio modo di vedere non vi è stata alcuna forzatura.

Secondo lei alla luce di quanto è accaduto la Costituzione andrebbe cambiata?

Non sono tra quelli che vedono la necessità o l’opportunità di riforme costituzionali. Ciò che non funziona in Italia è la politica, la «spensieratezza» che si vede nelle forze politiche. Pensiamo al discorso dei vitalizi e degli stipendi: è una questione minore, ma il vero problema è che la classe politica non voglia dare l’esempio e ne abbia fatto un «caso» nazionale.

È vero che il ruolo di supplenza svolto dal presidente della Repubblica ricorda il primato del sovrano monarchico?

L’analogia tra il capo dello Stato e il sovrano si basa semplicemente sul fatto che occorre sempre un capo ultimo e che lo sguardo va normalmente a colui che è il vertice dell’ordinamento. È la vecchia tesi, peraltro ottima, di Carlo Esposito: il capo dello Stato come reggitore nei momenti di crisi del sistema. Lei ha in mente episodi nei quali sia venuto meno il rispetto della Carta da parte del capo dello Stato? Violazioni del testo io non ne ricordo.

Nemmeno si può parlare di un mutato stile della presidenza, diciamo dai primi anni novanta in poi?

Non c’è dubbio, su questo sono d’accordo. Il presidente della Repubblica nel senso tradizionale al quale ci siamo abituati era una personalità che si limitava a tagliare i nastri inaugurali delle mostre e faceva gli auguri ai bambini all’apertura delle scuole. È la visione – tipica di un periodo di esaltazione del Parlamento – alla quale aveva molto contribuito Costantino Mortati, e piaceva molto ai comunisti perché in Parlamento avevano una forte rappresentanza priva di riscontro nel governo e nel capo dello Stato. Successivamente è arrivata l’idea della supplenza in momenti di forte lacuna politica. è un quadro interpretativo diverso dal precedente, ma che si mantiene sempre – a mio parere – nei limiti di quello che è consentito dallo scritto costituzionale.

Giulio Sapelli ha più volte parlato di «poliarchia»: un intreccio tra rappresentanza territoriale – determinata dai cittadini con il voto – e rappresentanza funzionale, praticata da imprese e banche. È così?

Si sarebbe subito tentati di dire che la nostra Costituzione non è adeguata, ma occorre poi domandarsi come la si potrebbe cambiare per venire incontro a questa analisi. Forse che nella costituzione americana c’è una risposta alle rappresentanze territoriali abbinate o contrapposte al mondo della finanza o delle banche? Quello di Sapelli è un quadro molto interessante e condivisibile, ma non è con un emendamento della Costituzione che si potrà risolvere il problema della molteplicità dei centri di potere. Mi chiedo se la risposta non debba venire, di nuovo, dalle forze politiche.

Torniamo alla debolezza della politica e alla sua capacità di rappresentanza.

È così. C’è una maturazione da fare, alla quale siamo chiamati come popolo che esprime una maggioranza.

La crisi della politica è anche crisi dei partiti?

Sì, anche se non sappiamo che cosa li attenda. Possiamo solo augurarci che superino questo momento così difficile, perché non vedo da chi e in che modo possa essere sostituito il compito dei partiti nella preparazione e selezione dei governanti locali o centrali. Naturalmente il loro ruolo comporta una visione conseguente del parlamentarismo. Ne abbiamo stigmatizzato il culto del particulare, ma siamo sicuri di poterne fare a meno?



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