DIBATTITO/ Se l’aiuto più grande alla certezza morale oggi viene dalla scienza…

- La Redazione

PAOLO PONZIO sul tema della certezza. Esiste qualcosa che potremmo chiamare il fondo di una “certezza comune”: di esso ci parla l’incontro tra ragione e realtà avvenuto nell’ultimo secolo

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La nebulosa del Cavallo (immagine d'archivio)

Caro direttore,

in punta di piedi mi permetto di entrare nel dialogo avviatosi, già da metà settembre, a partire dalla relazione al Meeting di Rimini di Costantino Esposito su “E l’esistenza diventa un’immensa certezza”. In punta di piedi sia per l’autorevolezza di coloro che mi hanno preceduto nel dibattito, sia per la vicinanza che mi lega al collega e amico Esposito.

In particolare, collegandomi all’analisi svolta da Ferraris, mi pare che si possa dare per accertato un punto di partenza comune molto importante: la certezza rispetto ai dati sensibili. Sì, perché non è affatto scontato – come dimostra il breve saggio di Vattimo – che si possa partire da un terreno comune, e che tale terreno possa essere rappresentato da quel mondo, quella totalità, che solitamente prende il nome di “realtà”: una realtà che c’è, esiste, ed è tale anche senza il mio consenso.

Potremmo chiamarla, con un titolo che potrebbe sembrare persino banale, il fondo di una “certezza comune”. Di questa realtà la nostra ragione è certa, qualunque sia la sua origine e il suo destino.  Anzi, in tante occasioni, non possiamo non riconoscere l’esistenza di una forza coercitiva della realtà che impone alla ragione un preciso rigore conoscitivo. Vi sarebbe spazio, così, non solo per una ragione soggettiva – legata al gioco dell’interpretazione del singolo – ma anche per una certa ragione “comune” che avrebbe il compito di oggettivare e dimostrare la fondatezza di teoremi e teorie scientifiche.  Con questo, non si vuole stabilire l’ambito di competenza di due ragioni distinte, bensì si tratta di dichiarare l’esistenza di un unico atto conoscitivo attraverso cui sancire la relazione tra pensiero e realtà sulla base di un’analogia che renda possibile la correttezza delle risposte attraverso un numero finito di inferenze, essendo tale requisito un’esigenza generale del nostro intelletto.

Già nella metà del XX secolo il matematico David Hilbert avvertiva che “su questo gioco, alterno e sempre rinnovantesi, tra pensiero ed esperienza si basano quelle numerose e sorprendenti analogie che il matematico percepisce così spesso nelle problematiche, nei metodi e nei concetti dei diversi settori della conoscenza”. Si potrebbe, pertanto, affermare che non sia patrimonio specifico della sola certezza morale quella di tener conto di “numerose e sorprendenti analogie”, ma sia un’attitudine ascrivibile interamente all’esperienza conoscitiva tout court.

Risulta, così, più che legittimo allargare anche ad altri ambiti quanto detto da Esposito riguardo alla certezza morale o esistenziale, ambiti nei quali sembrerebbe fuorviante o, quanto meno inutile, ricorrere ad argomentazioni non convenzionali. Eppure anche nel campo delle cosiddette scienze esatte si assiste sempre più frequentemente al rovesciamento del paradigma moderno secondo cui la scienza avrebbe assunto nel corso dei secoli la forma di una progressiva “oggettivazione” del mondo a cui avrebbe corrisposto una sempre più chiara esclusione del soggetto. La scienza avrebbe, così, compiuto il suo itinerario giungendo a emanciparsi totalmente dalla morsa infausta e perversa del soggetto, come se il progresso scientifico potesse effettivamente darsi in e con una conoscenza meramente addizionabile. Nel corso del XX secolo più di uno scienziato ha invece posto il problema epistemologico del rapporto tra conoscenza scientifica e soggetto conoscente, tentando un rovesciamento della posizione moderna attraverso il recupero del primato di un postulato d’intelligibilità che non escluda l’io dall’immagine scientifica del mondo e non separi l’oggetto osservato dal soggetto che osserva. Del resto l’idea che possa esserci una qualche certezza scientifica totalmente avulsa da una qualsiasi rielaborazione della ragione, non è oggi una posizione che possa essere sostenuta senza essere tacciati di un ingenuo scientismo. La stesso pensiero neo-realista sa bene che non può eliminare totalmente l’io: la sua tecnica consiste, invece, nel perseguire una sua assidua riduzione in modo da autolimitare e mutilare la ragione e la sua pretesa conoscitiva al solo ambito tecnico-scientifico.

E, tuttavia, è proprio la dinamica dell’esperienza scientifica a mostrare quanto sia necessario aprire nuovi spazi di comprensibilità che colgano il mistero di un significato totale che è possibile realizzare attraverso una continua tensione tra ragione soggettiva e ragione oggettivata che non può mai dirsi risolta in una razionalità neutra, ma chiede costantemente di sé. Un soggetto che, come diceva Erwin Schrödinger, non appare mai come parte dell’immagine del mondo perché è esso stesso l’intera immagine del mondo, considerata nella sua totalità.

È per questo che Hannah Arendt poteva dire che il tessuto di tutto quello che si chiama reale costituisce l’irrompere nel mondo dell’infinitamente improbabile che percorre i flussi della storia e del cosmo, e chiede dell’uomo, vale a dire, di quell’unico attore che può interrompere tale flusso e ricrearlo sempre daccapo e liberamente come un nuovo inizio.

 

(Paolo Ponzio)

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