ITALO SVEVO/ Magris: rideremo anche noi come il vecchio Zeno di fronte a Mefistofele?

- int. Claudio Magris

Oggi è il 150simo della nascita di Italo Svevo. È stato capace come nessun altro di scandagliare la vertigine del vuoto dell’esistenza, dice di lui CLAUDIO MAGRIS

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Claudio Magris (Imagoeconomica)

«È stato uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo, e la sua grandezza è una scoperta che non è ancora compiuta. Per molti versi non è certo meno grande di Joyce», dice di Italo Svevo (Trieste, 19 dicembre 1861) Claudio Magris, triestino come Svevo, scrittore, germanista, profondo conoscitore della cultura mitteleuropea. Ilsussidiario.net ha raggiunto Magris per parlare di un dei massimo esponenti della nostra letteratura, non uno scrittore di professione, non un intellettuale: «un borghese normale, come tutti gli altri, ma con una cosa in più: il genio, come diceva Bazlen», afferma Magris, e che ha segnato un punto di svolta nella nostra letteratura. Difficile fermare il professore, quando parla di Svevo. È stato lui a condurre la conversazione, alla quale si è prestato più che volentieri. «Svevo, nonostante sia divenuto un classico, non è stato paradossalmente ancora scoperto nella sua straordinaria grandezza, una grandezza di cui lui stesso non era consapevole».

Chi era Ettore Schmitz, professore?

Un buon borghese triestino, un padre di famiglia normale. Non un intellettuale. Una persona in tutto normale, ma con una cosa in più: il genio – come diceva Bazlen. Italo Svevo è stato capace come pochissimi altri di fissare lo sguardo nella vertigine dell’identità individuale e nella molteplicità della vita, di scorgere in essa il vuoto dell’esistenza. Svevo è colui che è riuscito a guardare in faccia la Medusa e poi, in qualche modo, a fare finta di non averla vista; a chiudere le porte aperte sull’abisso vertiginoso della condizione dell’uomo, talora perfino dimenticandosi di averle aperte.

Qual è l’abisso dell’esistenza intravisto da questo «borghese normale»Ha capito più di tutti i suoi contemporanei come il grande pericolo che minaccia l’uomo moderno – e contemporaneo – non è tanto il non essere amato, il non raggiungere la felicità, ma qualcosa di ben peggiore: non amare, non desiderare.

Svevo è forse il suo autore prediletto. Qual è il tratto che più colpisce in lui?

Credo che sia molto interessante notare, innanzitutto, la compresenza di facilità e difficoltà. Svevo è molto più difficile di Joyce; naturalmente Joyce è più difficile dal punto di vista linguistico, però… chiediamoci, perché amiamo tanto l’Ulisse? Ma perché ci dice quello che ci aspettiamo e che vogliamo sentire: l’ignoranza di Molly Bloom sulla metempsicosi è esattamente ciò che ci aspettiamo da lei. Quando invece Svevo parla della sigaretta di Zeno (Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, ndr) e della sua volontà di smettere di fumare, noi per un attimo dimentichiamo che sta parlando di questo io che impovvisamente scopre di essere una moltitudine, di questa radicale trasformazione del soggetto che non è più l’io compatto della borghesia ottocentesca, di questo io che non sa chi sia; seguiamo Zeno nella sua vertigine senza punti fermi… L’«inettitudine» – Un inetto era il titolo che Svevo diede al suo primo romanzo, Una vita – è il disagio invincibile di una civiltà che Svevo ha vissuto a fondo come pochi altri e che egli riesce a trasformare in una specie di rifugio, di cura quasi omeopatica…

Si spieghi, professore.

Perché la vecchiaia ha un così grande ruolo nell’opera di Svevo? Perché il vecchio non ha più alcun bisogno di vincere, di avere successo con le donne, di avere successo nel lavoro: è autorizzato alla propria emarginazione e alla propria sconfitta. Ha la capacità, se vogliamo anche cinica, di guardare in faccia la vita senza averne più paura, proprio perché è fuori dal gioco. C’è un bellissimo frammento di Svevo, scritto sul retro della pagina di un racconto che insieme ad altri avrebbe dovuto probabilmente costituire un quarto romanzo. Si tratta di una mezza pagina che non posso rendere se non con un goffo riassunto. È una scena direi cinematografica alla Chaplin – o alla Buster Keaton. Vediamo un vecchio – il quale è poi il vecchio Zeno – a mezzanotte, spogliarsi per coricarsi al fianco di una moglie anziana, che già dorme russando. Ecco, questa è l’ora in cui potrebbe venire Mefistofele – pensa il vecchio – e propormi l’antico patto… Gli darei subito la mia anima, ma per che cosa, poi? Per l’immortalità? No, è terribile l’immortalità, ma anche la morte è spaventosa. Per la giovinezza? No, la giovinezza è così triste, piena di malinconia, di delusioni… E allora il vecchio capisce che non avrebbe nulla da chiedere. E immagina Mefistofele, imbarazzato, grattarsi perplesso la barba – un Mefistofele rappresentante di commercio di una ditta i cui prodotti non sono più tanto richiesti. All’idea il vecchio, coricandosi, ride forte – e penso davvero che questo sia il riso più nietzscheano della letteratura –. Ride e sveglia la moglie la quale gli dice «Ridi sempre tu, anche a quest’ora. Beato te» e subito si riaddormenta, ricominciando a russare. Credo sia una delle spiagge letterarie più estreme del nichilismo occidentale.

C’è in Svevo una apertura metafisica?

Io credo che in Svevo ci sia la percezione terribilmente malinconica, che non c’è altro oltre il nostro mondo; al tempo stesso, c’è il senso fortissimo che questo nostro mondo anche se è così esistente, non basta. Non credo ci sia la virtù cristiana della speranza – che prima di essere cristiana è ebraica e Svevo, non dimentichiamolo, viene dalla civiltà e dalla cultura ebraica –, la speranza che Péguy considerava la più grande delle virtù; c’è però la consapevolezza di come sia duro e tremendo esserne privi. Ma Svevo non fa nemmeno il retore di questa malinconia. Non declama la disperzione, come altri autori hanno fatto.

La scrittura letteraria di oggi può – o dovrebbe, secondo lei – andare nella direzione intrapresa da Italo Svevo? Sarebbe, prima di tutto, in grado di farlo?

Troppe domande in una. Io non credo che ci siano obblighi perché ogni autore, anche il più modesto, ha il dovere di seguire la sua strada, che potrà portarlo ad essere come Svevo oppure un povero diavolo come noi. Credo invece, questo sì, che il mondo sveviano non sia stato ancora analizzato a fondo; e non parlo della ricchissima critica lettaria a lui dedicata, ma del mondo esistenziale che si identifica con la sua opera. Penso che Svevo abbia ancora moltissimo da dire come avventura ulissiaca, e come rappresentazione poetica di tale avventura ulissiaca, perché in fondo Zeno è un Ulisse contemporaneo. E ci offre anche una chiave di quello antico: l’Ulisse di Omero ascolta il canto, ma si fa legare. Non vuole correre rischi: è già il borghese che fa l’assicurazione casco. Però Svevo si è reso conto di quanto questo sia tremendo, perché quando non si rischia si finisce per non vivere: come per Zeno e Ada, se uno che si innamora non rischia, vede alla fine svanire anche l’amore.

(Federico Ferraù)



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