LETTURE/ Dante, Manfredi e quel disegno che la ragione non comprende

- Laura Cioni

La seconda parte del terzo canto del Purgatorio di Dante è dedicata alla figura di Manfredi di Svevia, morto valorosamente nella battaglia di Benevento del 1266. LAURA CIONI

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Dante Alighieri (immagine d'archivio)

Il terzo canto del Purgatorio si apre con la domanda di Dante su un aspetto particolare che egli aveva notato nel suo viaggio nell’Inferno, ovvero sulla struttura fisica delle anime dopo la morte. Alla sua richiesta Virgilio risponde che esse sono costituite dalla quintessenza, la stessa di cui sono fatti i cieli nella concezione tolemaica dell’universo, che per questo i corpi aerei soffrono i tormenti del caldo e del freddo, anche se Dio non vuole far sapere come ciò sia possibile. Il discorso si amplia, fino a riproporre e a chiarire una delle tematiche centrali della Commedia, quella della possibilità e dei limiti della conoscenza umana:

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;

chè se possuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria.

È follia presumere che la ragione possa giungere con le sole sue forze non solo a spiegare la sapienza imperscrutabile di Dio nell’ordinare la creazione, ma soprattutto a esaurire il mistero dell’essere più intimo di Dio, che è la Trinità. Perciò gli uomini sono invitati non tanto ad accontentarsi  del fatto che le cose sono, quanto a gioire perché, al di là dello scacco della pretesa di conoscere tutto, la grazia dell’incarnazione di Gesù rivela compiutamente il significato del mondo e la natura di Dio. Tale rivelazione non può cristallizzarsi in un sistema chiuso, in quanto è affidata agli uomini che sono posti nella storia e sono peccatori: la verità chiede di essere umilmente scoperta, attraverso le strade di continui tentativi e correzioni.

La seconda parte del canto è dedicata alla figura di Manfredi di Svevia, morto valorosamente nella battaglia di Benevento del 1266. La propaganda guelfa ne faceva un dannato a causa della scomunica comminatagli dalla Chiesa per motivi politici; Dante invece incontra il giovane re nel Purgatorio tra le anime salvate e lo descrive con versi che celebrano la sua nobiltà:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Egli racconta come negli ultimi istanti della sua vita si fosse affidato alle braccia amorevoli di Dio e come fosse stato preso dentro il mistero inafferrabile della misericordia del Signore.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volentier perdona.

Orribil furon li peccati miei,

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

Al di là di tutti i complessi problemi politici sottesi a questo giudizio di Dante, il suo appare come un avvertimento non adirato, ma sofferto, a riconoscere la natura delle vie di Dio, a leggere la sua vita come mistero di misericordia. Il poeta non è un protestante ante litteram, riconosce la validità anche ultraterrena dei giudizi della Chiesa, ma riafferma con forza:

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar l’etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.

Fino all’ultimo istante l’uomo è custodito da un Dio che è Padre e al quale basta il pianto del pentimento per salvare un figlio smarrito.

Così l’unità del canto si ricompone nella meraviglia della scoperta della volontà insondabile della natura di Dio, che l’incarnazione svela alla ragione umana: essa è fatta, per usare un’espressione biblica, delle “viscere di misericordia” per cui Egli ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, perché esso venga salvato.

 

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