IDEE/ Così si può battere l’alleanza perversa di partiti e tecnocrati

- Markus Krienke

Indignados, irrilevanza dei cittadini, partiti che prendono decisioni alla in barba alla volontà popolare. Come uscirne? Secondo articolo sul tema di MARKUS KRIENKE

indignados_R400
Gli indignados spagnoli

Uno dei fenomeni più interessanti nello scenario politico europeo dell’anno che sta per finire – come abbiamo avuto già modo di rilevare – è senza dubbio il movimento degli “indignados”, le proteste pacifiche delle masse che hanno preso il loro nome dal movimento del 15 maggio quando i cittadini spagnoli si sono mobilizzati a Madrid per una maggiore partecipazione politica. Le stesse caratteristiche di una nuova qualità di manifestazione politica troviamo anche in altre città europee, ma non soltanto: a Londra, Atene, Roma e Stoccarda, ma ugualmente a New York, oppure in centri del mondo asiatico.

Diversamente dalle forme “convenzionali” di protesta che comunque confermarono in linea di massima il funzionamento della democrazia, gli “indignati” esprimo pacificamente una profonda sfiducia nei suoi riguardi. Questa sfiducia osserviamo soprattutto nelle forme più rappresentative delle nostre democrazie – quindi meno in Olanda o Svizzera e più in Italia, Germania, Spagna, Francia o Gran Bretagna – più esposte al rischio che la politica si allontani dal popolo e diventi la preoccupazione di alcuni “funzionari” o “esperti”, che a loro volta tendono a considerare il popolo “incompetente” e un potenziale rischio per una presunta “ragionevolezza” politica. Negli “indignados” si esprime, in altre parole, esattamente questa crisi della rappresentanza ossia della partecipazione politica della popolazione.

L’episodio più emblematico di questa crisi è stata la reazione da parte di tutti i capi degli Stati europei all’annuncio del primo ministro greco Papandreou di voler proporre la strategia degli aiuti finanziari europei ad una votazione popolare. In questo modo, la Grecia – da alcuni dichiarata economicamente insignificante per l’Europa – è diventata la maggiore pietra d’inciampo dal punto di vista politico, il “caso” che ha messo in questione i valori democratici fondamentali europei.

Contemporaneamente, proprio questo scenario dimostra perché proprio ora, nella piena crisi economico-finanziaria, si è sollevato con tanta forza il fenomeno degli “indignados”: essi hanno potato in strada e quindi offerto al pubblico che la crisi della rappresentanza e della partecipazione politica è il risultato diretto di una politica che nei confronti dei mercati ha perso la sua autonomia.

In altre parole, si tratta della protesta contro un cedimento della legittimazione democratica davanti ai mercati finanziari la cui richiesta è “meno democrazia” in forma di “meno partecipazione”, in quanto le reazioni popolari costituiscono dei “rischi” specifici per i mercati e le borse.

Le proteste degli “indignados” dunque, più che essere antidemocratiche, esprimono una preoccupazione profonda per la realizzazione partecipativa della democrazia. In ciò raggiunge il culmine un processo – in atto da tempo – di riduzione degli elementi partecipativi nella nostra democrazia rappresentativa ad elementi meramente formali e standardizzati, che hanno diminuito l’effettiva partecipazione della popolazione quasi al livello di spettatori estranei ai meccanismi di decisione politica. È il fenomeno che Colin Crouch ha definito “postdemocrazia”, ossia che mentre i processi democratici istituzionali apparentemente appaiono essere in buona salute – elezioni regolari, deliberazioni parlamentari, concorrenza dei partiti – dietro questa facciata non si realizza più l’essenza e il senso della democrazia.

Essa, infatti, consiste nel legittimare il potere politico e le decisioni governative a partire dalla rappresentanza popolare. Ma ciò non avviene più se nelle logiche dei partiti, che definiscono le “liste” oligarchicamente “dall’alto”, sparisce una vera e propria determinazione di rappresentanti popolari “dal basso”; se quindi i leader politici possono concepire il partito come “rappresentanza” della propria persona invece che della volontà della base elettorale; se le decisioni politiche non sono più prodotte dal parlamento ma piuttosto da accordi dei partiti e dei gruppi di lobby, e se infine il voto parlamentare non viene più inteso come un “mandato” ma come “approvazione” di un lavoro governativo in un determinato lasso di tempo.

Tutto sommato, esistono tanti indicatori del fatto che la crisi della nostra democrazia è innanzitutto una crisi dei partiti politici che minano il meccanismo democratico con le loro logiche oligarchiche. Mentre da un lato sembra che i congressi dei partiti non servono più a decidere democraticamente su programmi ma che i delegati presenti sono chiamati soltanto a sanzionare direttive già elaborate da commissioni e dai vertici dei partiti, dall’altro il compito primario del partito pare essere sempre di più quello di vendere una determinata politica invece di essere i “volani di trasmissione” delle idee della base nel parlamento. Queste nuove logiche fanno assomigliare i partiti di fatto piuttosto ad aziende strutturate “dall’alto” che ricorrono sempre di più a strategie di politainment per vendere il loro “prodotto”. Luogo primario per queste strategie sono senz’altro gli stessi congressi dei partiti, ma anche la loro finalizzazione mediatica in generale. In fondo, dietro a questo fenomeno del politainment si cela una specifica «paura per la discussione intra-partititca» (Edith Niehuis).

Queste dinamiche favoriscono un’identificazione dei partiti nel loro leader, che a loro volta dipendono sempre di più dalla presenza mediatica. Tale meccanismo rende sempre più utopica la prospettiva che la partecipazione possa avvicinarsi più possibile all’ideale di essere formata in modo «libero da dominio» (herrschaftsfrei, Habermas) nel sistema democratico rappresentativo: ed anche se lo stesso Schumpeter, secondo cui la politica nasce dalla libera concorrenza dei partiti per i voti, ha definito questa «libera concorrenza» un’«immagine completamente priva di realtà», perché non è concepibile una competizione politica completamente «equa» e priva di «imbrogli», dobbiamo costatare che le logiche oligarchiche dei partiti hanno però ulteriormente complicato la possibilità di una realizzazione “libera” della partecipazione politica. In questa nuova logica politica un modello di agire politico secondo determinati valori democratici non trova più lo spazio e la ragionevolezza necessaria per assicurarsi le maggioranze necessarie.

La prima conseguenza di questa svendita dei valori ispiratori della democrazia sta nel fatto, statisticamente alla luce del giorno, che un numero crescente di persone non credono più che il proprio voto abbia alcun influsso sul reale andamento della politica, il quale invece è sempre già deciso da un gruppo oligarchico, cioè delle persone più potenti ed influenti dei partiti. Per una ormai numerosa parte della popolazione, infatti, la fiducia che essa dovrebbe nutrire nei confronti delle istituzioni è cambiata in “indignazione” e “rabbia”. Significativamente, dopo l’esperienza dell’indignazione intorno al progetto della stazione centrale di Stoccarda (il progetto “Stuttgart 21”), in Germania è stato coniato un nuovo termine, nel 2010 ufficialmente scelto come “parola dell’anno”, e cioè quello del Wutbürger: “cittadino di rabbia”.

Ecco perché gli “indignados” rappresentano molto di più che un senso di scontento verso un governo o programma politico: e in questo senso le loro proteste in Italia, se vengono prese sul serio e analizzate tali, erano rivolte non essenzialmente contro Silvio Berlusconi – anche se si sono realizzate senz’altro in maniera anti-berlusconiana – quanto piuttosto esprimevano, insieme agli altri cortei europei, il bisogno di nuove forme di partecipazione nella crisi della democrazia e dei partiti. Sono nient’altro che il rovescio della medaglia dei fatti di “disaffezione” o “disinteresse” nei confronti di una democrazia istituzionalizzata e “di facciata”.

Sbaglia quindi chi interpreta i fatti che i grandi partiti perdono i loro membri in massa, mentre la loro età media è in continuo aumento, e che sempre meno persone partecipano alle elezioni, con il solito argomento della società sempre più individualizzata e incapace di impegnarsi per il “bene comune”. Il grande merito del fenomeno degli “indignados” è, a questo punto, di aver smentito pienamente tale presunzione di un “disinteresse passivo” per la politica, e di aver dimostrato invece che la società è ancora politicamente interessata e sensibile.

Perciò il termine postdemocrazia è perlomeno fuorviante. In realtà la popolazione cerca nuove forme di espressione democratica: si dovrebbe parlare piuttosto di una significativa “participation crisis” dell’attuale democrazia (Paul Nolte): secondo alcuni autori abbiamo a che fare piuttosto con un “cambiamento di forma” della democrazia, non con il suo superamento come forma politica. Secondo loro, perciò, sarebbe più esatto definire il nostro periodo quello della postrappresentazione. Contemporaneamente, tale movimento degli indignados o dei Wutbürger ha indicato dove sta il deficit delle nostre democrazie: ossia nella mancanza di possibilità ed occasioni di partecipazione politica. Il fenomeno di un astensionismo sempre crescente alle urne è solo il sintomo, non il problema delle nostre democrazie. L’Italia con una partecipazione dell’80 per cento dispone ancora di una base di legittimazione ampia, ma se si vuole evitare un’ulteriore abbassamento – il 70 per cento in Germania o meno del 50 per cento come nelle elezioni europee –, allora serve una riflessione urgente sulla partecipazione democratica del popolo nella nostra penisola.

Un primo tentativo di risposta parte dalla stessa prepotenza delle nuove tecniche di informazione all’interno del processo politico-democratico. Oltre che essere strumenti di influsso potente dei partiti sull’opinione pubblica, sono proprio queste nuove tecnologie che permettono anche forme inaspettate di formazione dell’opinione politica, di mobilizzazione civica, e quindi mettono a disposizione nuovi canali per la democrazia. Infatti, proprio la campagna elettorale di Obama è stata caratterizzata dall’utilizzo delle nuove tecnologie, e non pochi auspicano una realizzazione dei processi partecipativi sempre di più in forma “virtuale”.

Ma si riesce veramente a raggiungere tutto il demos con l’aiuto dei nuovi mezzi di comunicazione? Non bisogna ricorrere a dati statistici per capire che essi sono indirizzati ad una determinata fascia della popolazione, ossia a quella che non solo sa utilizzare tali mezzi, ma li utilizza anche a scopo di informazione politica. Si costituisce un ceto di media formazione, di potenzialità formative ed economiche, che sa organizzarsi in questo modo nuovo.

Nel caso degli “indignati” abbiamo a che fare proprio con individui che si autodefiniscono “nuovi cittadini”: persone caratterizzate dall’uso dei nuovi mezzi di comunicazione e di mobilità, essi hanno senz’altro il merito di mobilizzare gruppi di popolazione che nei tempi passati si sono contraddistinti piuttosto per disinteresse e quietismo, tendente al disimpegno politico. Non a caso si tratta degli stessi gruppi che si lasciano anche mobilitare per le poche forme di democrazia diretta previste dalla nostra Costituzione, ossia per i referendum. E se proprio nel 2011 è stato raggiunto per la prima volta dopo il 1995 di nuovo il quorum (questa volta su energia nucleare ed acqua), ciò costituisce un altro segnale per l’interesse politico e l’esigenza di partecipazione da parte di questa fascia media.

Contemporaneamente, vediamo proprio in questi fenomeni anche il lato problematico delle nuove forme dirette di partecipazione, ossia che non sono in grado di includere anche la parte più povera, coloro che non riescono ad organizzarsi tramite i modi indicati. Queste forme di partecipazione, quindi, non sono prive di una certa “selettività”. Gli esclusi, che non riescono a rivendicare in questo modo il dovuto riconoscimento, scelgono tragicamente anche la via della violenza.

Anche se in Italia è stato raggiunto il quorum di un referendum solo dopo tanto tempo, la prassi dei referendum generalmente appare meno eccezionale come ad esempio in Germania, dove fino a poco tempo fa era praticamente una forma di partecipazione sconosciuta. In modo significativo il libro di Ulrich Beck sulla «(re-)invenzione del politico» (Die Erfindung des Politischen), è stato tradotto sotto il titolo L’era dell’e, frutto della riflessione degli anni 90: esso può aiutare oggi a leggere l’attuale crisi non solo come crisi economica, ma anche politico-democratica, e come impegnarsi a trovare nuove forme di partecipazione politica, usando anche i nuovi media. Per rimanere nella logica di Beck, bisognerebbe prendere criticamente atto degli sviluppi attuali e pensare costruttivamente a possibili riforme sulla base delle nuove esigenze della società individualistica. In questa chiave, innanzitutto, individualismo significa tutt’altro che “disinteressamento politico”. Potrebbe essere, secondo l’auspicio di Beck, che in un certo senso ci troviamo in una nuova, creativa fase di un’ulteriore appropriazione della democrazia da parte della società. Se Beck dà a questa strategia di interpretazione positiva e costruttiva dei processi democratici attuali il nome di “seconda modernità” – in quanto avviene la reale appropriazione dei valori democratici “moderni” –,la via intrapresa da Merkel e Sarkozy, di imporre alle nazioni una strategia decisa tra capi di Stati e quindi lontana da una forma di legittimazione democratica, sembra piuttosto ancora un rimedio della “prima modernità”.

Nella direzione di esplorare nuove forme di partecipazione, notiamo da qualche tempo vari sforzi e tentativi, più ancora in altri paesi che in Italia, di trovare meccanismi per “reintegrare” il potenziale politico espressosi nelle proteste nella democrazia stessa, e di trovare quindi la risposta alla participation crisis. Alcuni pretendono più forme dirette di partecipazione democratica come in Svizzera, effettuate generalmente da referendum. Innanzitutto tale modus darebbe potenzialmente a tutti uguale possibilità di esprimersi, e impedirebbe efficacemente le tendenze oligarchiche dei partiti. Tanti oppongono, però, e con buone ragioni, che un tale sistema per sua natura semplifica troppo le decisioni politiche, perché le varie opzioni vi devono essere proposte in un modo “semplice”, (“sì” o “no”), il che appunto non permette le necessarie differenziazioni richieste. Ma proprio possibili exit strategies dalla crisi, come sono richieste oggi, si presentano come complesse ed incapaci di essere semplificate in una scelta tra “sì” o “no”.

Qualcun altro obietta che forme di democrazia diretta danno in realtà un dominio non irrilevante a chi formula le domande, appunto perché è lui che impone le necessarie semplificazioni delle opzioni ai quali rispondere con un “sì” o con un “no”. Inoltre, un sistema di democrazia diretta si presterebbe a tendenze demagogiche perché consente a leader politici di polarizzare l’opinione politica, identificandosi con posizioni nette che non devono essere esposte alla “fatica del compromesso”. Infine, qualcuno dubita anche del fatto che tali forme di democrazia diretta valorizzino veramente tutti, perché i voti della minoranza nel momento della vittoria della maggioranza “si annullano” non avendo nessuna possibilità di influire, in forma di opposizione o di compromessi, sulla decisione politica. Questi svantaggi della democrazia diretta si relativizzano in Stati piccoli, ma aumentano per Stati grandi come l’Italia e la Germania, come del resto notava già il massimo teorico di questa forma di democrazia e cioè Rousseau.

Tutte le forme di partecipazione diretta realizzano quindi lo stesso svantaggio di giovare maggiormente a quella parte della società che ha la formazione, l’interesse, il tempo e i presupposti economici per avvantaggiarsene e che quindi sa di “articolarsi” tramite questi canali. Inoltre tali forme di partecipazione diretta spesso arrivano troppo tardi, perché la maggior parte della popolazione non si lascia entusiasmare per i temi ancora in una fase molto preliminare ed astratta di progettazione. I temi diventano tanto più appetibili per il pubblico quanto più concreti sono, ma a un tale punto spesso è già troppo tardi per fermare o modificare un progetto pubblico. In questo stadio, infatti, spesso le frontiere del discorso sono già irrigidite e poco suscettibili di compromesso.

Un’ulteriore considerazione ricorda che la politica deve sempre essere legittimata su basi democratiche, e non soltanto in quei momenti puntuali di decisioni che sono in grado di suscitare un sufficiente audience pubblico. Questa esigenza riduce di molto le possibilità di una maggiore partecipazione diretta. In Italia, tra il 1971 e il 2010, la partecipazione ai referendum è stata in media del 53 per cento, mentre il l’87 per cento della popolazione ha votato per il parlamento nazionale. Persino nel paese esemplare quanto a “democrazia diretta”, la Svizzera, il quadro non cambia, ma si ripropone addirittura a livello fortemente ridimensionato: ad una partecipazione nei referendum de 42,5 per cento nello stesso periodo corrisponde una partecipazione a livello federale del 47,8 per cento. Sempre vale il fatto che soprattutto i ceti medio-alti realizzano il loro diritto di voto.

Nei confronti di questi dati, allora, si pone con maggiore incidenza la domanda di quali strategie intraprendere per trovare nuove forme di partecipazione politica. Innanzitutto conviene costatare che “realizzare” la “partecipazione politica” non significa una presa di posizione incondizionata per forme dirette: esse non sono prive di problematiche di legittimazione democratica, e anche nella prassi non dimostrano di avere i risultati auspicati. Innanzitutto sono da considerare criticamente nel loro rischio di escludere chi non può o non vuole esprimersi. Bisogna, infatti, considerare che esiste anche il diritto di non esprimersi – e che chi non si esprime (o perché non vuole o perché non può) non deve trovarsi escluso dalla legittimazione democratica. Questo contraddirebbe al suo “diritto di riconoscimento”, secondo Honneth, e quindi ai suoi diritti fondamentali. E’ da evitare, in altre parole, di realizzare, anche se inconsciamente, una sorta di «tirannia della partecipazione» (Norbert Kersing) – per specificare l’argomento della «tirannia della maggioranza» di Tocqueville e Rosmini sulla problematica partecipativa. La strada proposta da Mouffe e Laclau, sostenute anche da Liotti, che l’«antagonismo politico» dovrebbe svegliare una nuova «passione politica» per risolvere la participation crisis, misconosce quindi in maniera pericolosa la dimensione fondamentale dei diritti individuali: la “partecipazione” non deve diventare mai tirannica ma esprimersi attraverso diritti fondamentali. Se quindi questi autori cercano di recuperare sul fronte sinistro l’idea di legittimazione diretta di Schmitt, specificando che ogni gruppo sociale si definisce soprattutto attraverso la contrapposizione agli altri gruppi, strumentalizzano in modo pericoloso la “lotta” sociale e rischiano di sacrificare la solidarietà nazionale e il “bene comune” attraverso le differenze dei partiti. A questo punto, si capisce maggiormente – ex negativo – che questo “bene comune”, in termini democratici, appunto è soprattutto la “partecipazione politica” che non viene incentivata ma messa a rischio dalla “lotta” sociale.

“Partecipazione” in questo senso del “bene comune”, quindi del “diritto” di tutti, significa allora che ciascuno deve avere le possibilità ad innescare e ad integrare nel processo democratico positivamente i propri potenziali, senza ledere il diritto di quelli che per vari motivi si astengono. Più di forme dirette di democrazia si tratta quindi di meccanismi volti ad assicurare la trasmissione delle posizioni e delle idee dalla base fino al livello dell’effettiva decisione politica. Ma in quale modo un fatto così “spontaneo” come l’interesse e la mobilizzazione politica della popolazione può essere “canalizzato” politicamente? Fenomeni come la Piratenpartei (“partito dei pirati”) in Germania che nel parlamento di Berlino ha ottenuto l’8,9 per cento dei voti, difficilmente può essere una soluzione, in quanto tali movimenti di protesta non articolano proposte costruttive. Nel momento in cui sono chiamati ad assumersi responsabilità politica, sono costretti ad indossare la veste istituzionale. Generalmente, infatti, non è possibile “istituzionalizzare” la spontaneità e la protesta, ed iniziative che iniziano come movimenti di protesta a lungo andare non possono evitare di diventare partiti affermati e in grado di condividere molto di ciò che prima avevano criticato.

Piuttosto, quindi, la nuova partecipazione politica deve avviarsi attraverso una riforma dei partiti istituzionalizzati che per la loro tendenza oligarchica sono i primi responsabili alla participation crisis della nostra democrazia. Come può avvenire, però, una tale riforma dei partiti?

A parte l’esigenza già nota di più trasparenza dei loro lavori, i partiti dovrebbero cercare di impegnarsi maggiormente nella comunicazione con i cittadini e nel loro coinvolgimento a partire dalla base – lì dove è legittimamente radicato il processo di formazione della volontà politica di una popolazione. A questo livello, poi, e meno nel processo di elezione e decisione politica stesso, sarebbero da considerare anche tutte le forme possibili di e-democracy, da rivalorizzare quindi soprattutto a livello consultivo. Ma dato il fatto accennato che anche i mezzi elettronici sono selettivi, nel lavoro dei partiti essi non possono pretendere il monopolio. Le nuove tecnologie non sostituiscono la fatica da parte della politica di impegnarsi concretamente per tutte le generazioni e maggiormente per quelle giovani.

In questo modo, di maggiore partecipazione nella fase di consultazione, informazione, comunicazione ed articolazione delle opinioni da parte dei cittadini, la politica riacquisisce la consapevolezza di doversi collocare molto di più sul livello della società civile, e non direttamente al livello astratto dello Stato dove rischia di rinchiudersi in processi meramente formalizzati. Il luogo della partecipazione è la società civile, e se l’attuale participation crisis è l’occasione per la popolazione di appropriarsi maggiormente del processo democratico, nel senso di Beck, allora potrebbe avvenire in maniera costruttiva – e non di “lotta” – la participatory revolution. Dobbiamo riscoprire l’effetto civile e costruttivo insito nella democrazia, invece che il “pericolo” per i partiti istituzionalizzati e per i mercati: per Mill e Tocqueville è la partecipazione che genera cittadini migliori.

L’importante è che si riesca ad istituzionalizzare una nuova partecipazione vera, non limitata ad alcuni gruppi di interesse. In questa direzione si stanno sperimentando da alcuni anni proposte molto interessanti. In Francia si sta facendo strada il modello del débat public, svolto per la prima volta in occasione della linea di alta velocità tra Lione e Marsiglia, e formalizzato con la legge Barnier del 1995. Dal 2002 sono stati svolti 31 débats publics che in cinque casi hanno avuto il risultato di far ritirare il progetto in causa, mentre in tutti gli altri casi hanno aperto a modifiche.

Un’altra idea, in fase di sperimentazione in varie democrazie, è quello di coinvolgere i cittadini tramite sorteggi: così vengono costituiti gruppi di discussione che si occupano per un determinato tempo di tematiche definite, ispirandosi evidentemente alle giurie dei tribunali. Il deliberative polling è poi questo metodo esteso a gruppi più grandi, cioè alcune centinaia di cittadini. Ad esempio a Torino nel 2008 è stato sperimentato questo metodo per questioni di immigrazione. In tutti questi modelli viene senz’altro mantenuto il principio rappresentativo e perciò non si tratta di forme di democrazia diretta: hanno valore consultivo, a volte connesso con l’obbligo per il parlamento di tenerne conto. Il potere decisionale, in ogni caso, rimane presso il parlamento.

Con questo nuovo canale creato per garantire il trasferimento dell’opinione politica dalla base al livello decisionale, si riesce ad assegnare una nuova legittimità democratica alla politica rappresentativa. È l’opposto di quanto si cercherebbe di fare imponendo a forme dirette di democrazia l’obbligo decisionale. In tal modo la base democratica rimane “libera” di esprimere la propria spontaneità nei cortei degli indignati e nei referendum, ma che perderebbe se si volesse istituzionalizzala attraverso un sistema di votazioni frequenti. Per questa via il ruolo dei partiti rimane fondamentale ed anzi risulta rinforzato; a patto che essi sappiano riformarsi e mettere in atto queste nuove forme di partecipazione. Altrimenti la participation crisis toglierà loro la necessaria legittimazione, e non soltanto a loro ma al sistema democratico in quanto tale.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori