150 ANNI/ Quella vecchia “disputa” sulle tasse che spiega l’Italia di oggi

- La Redazione

Scialoja criticava la gestione delle finanze statali del Regno dei Borbone. Nitti apprezzava la semplicità del sistema tributario napoletano. Il commento di FRANCESCO BALLETTA

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Napoli, Galleria Umberto I (Imagoeconomica)

Le domande che ci poniamo, a 150 anni dall’unità d’Italia, sono se la unificazione fu opportuna, e quali regioni da essa ricevettero vantaggi. Sulle opportunità, l’evoluzione degli avvenimenti ci dice che fu un processo necessario. Su quale parte dell’Italia ricevette più vantaggi dall’unificazione, se il Nord o il Sud, occorre fare qualche considerazione, esaminando le finanze dei primi anni dell’Unità.

Faremo riferimento ad Antonio Scialoja, spietato antiborbonico, e a Francesco Saverio Nitti, che apprezzò le finanze del Regno di Napoli. Entrambi furono studiosi e ministri, scientificamente preparati nel settore finanziario.
Scialoja fu un critico feroce della gestione delle finanze statali del Regno dei Borbone. Riteneva che il gettito tributario non andasse a vantaggio della popolazione, bensì dei regnanti. Riconosceva che il sistema tributario piemontese era più gravoso di quello napoletano, tuttavia i piemontesi erano contenti di pagare di più, perché ricevevano più servizi. Ciò era solo in parte vero, perché le maggiori entrate del Regno Sardo servivano per le guerre d’indipendenza. Anche al Sud le spese per l’esercito erano elevate, ma il peso procapite era inferiore a quello piemontese e una parte delle spese andava a sostegno delle giovani imprese industriali che si stavano preparando per la concorrenza estera.

Nitti apprezzava la semplicità del sistema tributario napoletano e la minore gravosità. È pur vero che si trattava di un sistema basato, principalmente, sulle imposte indirette, che colpivano le classi più povere, mentre il sistema piemontese, dal 1848, aveva aumentato la pressione sulle imposte dirette, cioè sui guadagni della nascente borghesia, ma le imposte indirette non furono abolite.

Con l’unificazione dell’Italia, dal punto di vista tributario, si aprì un quinquennio di grande confusione, poiché non fu facile unificare i sistemi dei sette stati preunitari, informati a principi molto diversi. La difficoltà stava nella individuazione delle fonti di reddito da colpire. Si era in un’epoca di transizione da un’economia agricola ad un’economia industriale e dei servizi. Pertanto unificare i sistemi tributari e cambiare la fonte da colpire non era una operazione facile. Si cimentarono nella riforma dei tributi Bastogi, Sella, Minghetti e Scialoja. Tutti partivano ancora dall’ipotesi che bisognasse colpire in primo luogo le rendite fondiarie, ma per rivedere i catasti. Ci sarebbero voluti alcuni decenni per poi constatare che il maggiore reddito non derivava dall’agricoltura, ma dall’industria.

L’unico studioso e ministro delle Finanze che seppe meglio interpretare i mutamenti dell’economia fu Scialoja, che si ispirò, per le sue riforme, ad alcuni principi nuovi: 1) semplificazione del sistema tributario; 2) separazione della finanza statale da quella locale; 3) imposizione di più tasse e meno imposte in modo che il contribuente avesse più chiara la corrispondenza fra tributo pagato e servizio ricevuto; 4) colpire il reddito complessivo dei contribuenti e non i singoli redditi. Erano gli stessi principi che ispiravano la scienza delle finanze di Nitti. Egli infatti definì bella l’Imposta di Ricchezza Mobile pensata da Scialoja, che colpiva con un’aliquota più bassa il reddito derivato dal lavoro e con aliquota più alta quello derivato dai capitali.

I ministri dei primi anni dell’unificazione non crearono un sistema tributario giusto che tenesse conto delle differenze fra l’economia delle diverse regioni unificate. Dalla confusione i più danneggiati furono i meridionali, che videro aumentare la pressione tributaria e furono costretti a farsi carico, con l’unificazione dei debiti degli stati preunitari, dell’elevato indebitamento piemontese. Così dall’unificazione ebbero vantaggi le regioni del Nord più avanzate dal punto di vista industriale e coscienti della conseguenza di una politica liberistica.

I parlamentari napoletani si ribellarono ai tributi ingiusti per il Sud, ma non furono ascoltati. I contadini si ribellarono con il brigantaggio, ma furono repressi con la forza, per cui, sfiduciati, emigrarono all’estero, lasciando nel Mezzogiorno vecchi, donne e bambini incapaci di fare fronte ad un mercato sempre più “globalizzato”. La politica, dopo la prima guerra mondiale, non riuscì a rimuovere le ingiustizie dei primi decenni dell’unificazione. Così, mentre oggi il processo di allargamento del mercato sta riducendo il divario esistente fra i paesi poveri e quelli ricchi, al momento dell’Unità il processo di “globalizzazione” finì per ampliare inesorabilmente il divario fra il Nord e il Sud del paese.

(Francesco Balletta)



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