150 ANNI/ Galli della Loggia: gli italiani hanno riscoperto l’unità, ma non sanno dove trovarla

150 anni, paese diviso, Lega riottosa, decreto del governo, Chiesa, risorgimento, fascismo: l’unità italiana secondo ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, editorialista del Corriere

24.02.2011 - int. Ernesto Galli della Loggia
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Immagine d'archivio

L’allarme lo aveva lanciato, Ernesto Galli della Loggia, nel suo ultimo editoriale dell’anno scorso sul Corriere. «Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sé e del suo futuro». In un’Italia alla deriva, priva di una classe politica credibile, a destra come a sinistra, non restava altro, scriveva il professore, che la condanna ad un «necessario, disperato, qualunquismo».  Una scelta obbligata, in pratica. «Disperato perché frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità sul nostro oggi e sul nostro ieri». Cominciamo allora da «ieri», dal passato. Da quell’unità d’Italia che senza un decreto del governo ha rischiato di rimanere nel limbo di una festa non-festa, spaccando la maggioranza di governo. Ecco, lunedì, la proposta di Galli della Loggia insieme ad Andrea Carandini, sempre sul Corriere. Gli italiani stanno riscoprendo l’unità, dicono i due studiosi, ma non sanno dove trovarla. Occorre un museo – sì, un museo – che raccolga la memoria della nostra storia patria. Un’iniziativa che arrivi a «coronamento delle celebrazioni già in corso», una sintesi visiva – non estetica, ma storica – di cos’è stata l’Italia fino ad ora.

Ma scusi, non vorrebbe dire «congelare» tutto? Un sentimento nazionale dovrebbe alimentarsi di un ideale presente, non di un ricordo passato.

Ma no, che vuol dire? Allora non si dovrebbero fare i musei d’arte contemporanea? È un rischio che non esiste. Il vero rischio è la mancanza della nostra memoria storica. Quella che proponiamo è una cosa semplice, chiunque potrebbe capire di che si tratti: un luogo di conoscenza, in cui oggetti, immagini e storie possano spiegare cos’è stata la storia d’Italia dal punto di vista culturale, delle città e soprattutto delle persone che hanno fatto l’unità del paese. Una cosa che in Italia ancora non c’è.

Col presupposto, quindi, che senza passato non c’è presente…

C’è un presente sfocato; un presente, infatti, c’è sempre. Direi che senza memoria esso diviene assai povero di significati. Soprattutto, senza un passato è difficile costruire un futuro.

Rischiamo una disgregazione morale prima che politica?

Disgregazione morale è un’espressione astrattamente moralistica che non capisco e non condivido. Che vuol dire? Che non abbiamo più il senso del bene e del male? Può essere vero oggi esattamente come lo era un anno o due anni fa.

Cosa pensa del dibattito sulla celebrazione del 17 marzo e del decreto che ha diviso il governo?

Penso che in un paese normale dovrebbe essere una decisione ovvia e dettata dal senso comune quella di festeggiare i 150 anni dell’unità. Ma in Italia le cose non vanno come nei paesi normali. C’è un partito, la Lega, che ha come suo punto fermo l’idea che l’unità d’Italia è stata la disgrazia peggiore che potesse capitare all’Italia settentrionale. È un’autentica sciocchezza, ma siccome è un partito votato dal 10 percento degli italiani e siamo un paese democratico che riconosce a ciascuno il diritto di pensarla come vuole, può legittimamente sostenerlo. E farlo valere in tutte le sedi politiche in cui pesa la forza che le viene dal suo 10 percento.

 

Ilvo Diamanti, su Repubblica, ha detto che è anche grazie al secessionismo della Lega «anni ’90» che il paese ha recuperato un sentimento unitario. È d’accordo?

 

Sì, è una lettura credibile. Spesso quando uno vede attaccata una cosa, pensa con molta più attenzione al rischio di perderla, e capisce se quella cosa è importante o no per lui.

 

Al contrario, non potrebbe essere l’elemento particolarista – il campanile, l’arte di arrangiarsi – a segnare nel profondo il popolo italiano? E dunque che il vero fattore identitario non sia quello unitario ma quello localistico, ben interpretato, infine, proprio dalla Lega?

 

Io penso che l’attaccamento alla patria locale e a quella nazionale si possano conciliare perfettamente. Ognuno di noi appartiene nello stesso tempo a molte identità: ci sono molti aspetti diversi dell’animo umano e ogni identità ne copre alcuni. Si può benissimo essere insieme cattolici e italiani, proprio come si può essere lombardi e italiani, cattolici e tifosi del Milan. Ogni persona, proprio perché siamo una molteplicità di cose, è in grado di avere una molteplicità di appartenenze.

 

Renan diceva che la nazione è il plebiscito di tutti i giorni. Il plebiscito che si celebra ogni giorno in Italia invece è quello pro o contro Berlusconi.

Se lei vuol dire che in Italia, in certe circostanze – e quella che stiamo vivendo è una di queste – lo scontro politico ha offuscato l’appartenenza nazionale, sono d’accordo. Ma questo è all’origine della nostra storia, perché lo scontro politico tra laici e cattolici sull’esistenza dello stato della Chiesa ha determinato una crisi al momento stesso della nascita della nazione e del formarsi della sua identità. Una parte del paese non si è sentita politicamente italiana, lasciamo perdere se a torto o a ragione, e questo ha prodotto fin dall’inizio il sovrapporsi di politica e nazione. Anche in seguito, spesso, nella lotta politica italiana ci si è scambiati l’accusa di essere contro l’Italia, di essere antinazionali; mettendo insieme due cose che dovrebbero essere completamente separate, perché un conto è pensarla in un modo, un conto essere o non essere italiani.

 

Molti commentatori laici hanno sottolineato che oggi è la Chiesa a promuovere il senso dell’unità nazionale in un paese diviso dallo scontro: lo fa il cardinale Bagnasco, quando indica nel vincolo religioso il vero sostrato identitario. Lei che ne pensa?

 

La Chiesa – non dico i cattolici, che richiederebbero un discorso molto più complesso – è passata dal rifiuto dello stato nazionale alla sua lenta accettazione e ai Patti lateranensi, per arrivare infine ad una totale identificazione con esso. Da questo punto di vista la sua evoluzione culturale è netta e i cattolici sono diventati quella parte della popolazione più schierata a favore della conservazione dell’unità nazionale.

 

La scomparsa dei partiti di massa cos’ha cambiato nel nostro sentimento unitario?

 

Tra la riscoperta del senso dell’unità nazionale e il declino dei partiti di massa e delle ideologie forti c’è sicuramente una relazione. Poiché quei partiti destavano un forte senso di appartenenza, occupando uno spazio privilegiato nella psicologia e nell’animo delle persone, il fatto che siano venuti meno ha lasciato libero, dentro la testa e il cuore degli italiani, lo spazio per un’altra appartenenza non ideologica.

 

Non potremmo essere in una fase di transizione, in cui l’unità è un significato da ripensare?

 

Sì. Non si vede ancora bene dove porti questo ripensamento, ma potremmo definirlo così.

 

In Italia l’idea di nazione, nella sua forma risorgimentale, è morta nel 1943, avendo il fascismo preteso di essere la realizzazione autentica del risorgimento. Ma allora, se l’unità non può più essere centrata sul mito risorgimentale…

No. Il fascismo tentò di presentarsi come una continuazione del risorgimento, ma che lo abbia realmente fatto è molto discutibile. Il risorgimento italiano ha avuto una caratteristica particolare rispetto a tutti gli altri movimenti nazionali dell’Ottocento, quella di aver coniugato l’indipendenza nazionale e le istituzioni rappresentative come espressione delle libertà individuali. Ma il fascismo le cancellò, e questo fa essere molto discutibile quello che lei dice del fascismo come erede compiuto del risorgimento. Dire che è finita per sempre la nazione risorgimentale mi sembra sbagliato, se pensiamo che anche una parte della resistenza – non tutta – fu combattuta in nome degli ideali del risorgimento.

 

Allora l’identità nazionale italiana è destinata ad indebolirsi con il passare delle generazioni?

 

Dipende da noi. Certo se nella scuola non si studia più la storia italiana, non si parla più l’italiano ma solo l’inglese, se la televisione offre solo programmi orrendi, allora il sentimento nazionale si appanna, si esaurisce, e la nazione si indebolisce. Lo stesso accade se diamo credito all’idea che gli stati nazionali non contano più nulla perché conta solo l’Europa: un’autentica sciocchezza, che come tante altre sciocchezze in Italia ha moltissimo corso. Ma tutto questo non è fatale: dipende unicamente da noi.

 

Secondo un recente sondaggio Demos per La Repubblica, più del centrodestra è il centrosinistra che vuole festeggiare il 17 marzo «senza riserve» (lo dice più del 60% degli intervistati); il centrodestra si ferma al 45%. Cosa dice questo dato?

 

È la débacle culturale della destra italiana, che è stata capace di regalare alla sinistra anche il sentimento nazionale che storicamente fa parte del suo patrimonio. Ma esprime anche lo straordinario opportunismo politico e culturale della sinistra, capace di appropriarsi di qualunque cosa politicamente le sia utile. In passato il rapporto della sinistra con il sentimento nazionale è stato quantomeno problematico, ora invece è senza riserve; ma può esserlo perché dall’altra parte si è di molto affievolito. Anche in questo caso, però, vediamo quella terribile commistione tra politica e cose che con la politica non dovrebbero entrarci più.

 

(Federico Ferraù)

 

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