IDEE/ Barcellona: la vera sfida politica è salvare il nostro io interiore

PIETRO BARCELLONA richiama l’attenzione sulla vera sfida antropologica dei nostri tempi: la “scomparsa” della nostra vita interiore, con gravi conseguenze per la società e la politica

06.02.2011 - Pietro Barcellona
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Foto Imagoeconomica

È veramente paradossale che mentre da un lato si afferma la necessità di ridare corpo e anima all’idea di “cittadinanza”, invocando il ripristino della tutela dei diritti di libertà, dall’altro lato la stessa idea di “città” viene sottoposta ad un’erosione continua fino a perdere qualsiasi riferimento ai significati storici tradizionali.

In verità sembra difficile immaginare una cittadinanza attiva e consapevole, come invocato ad esempio da Zagrebelsky nella lezione magistrale al convegno di Giustizia e Libertà, e poi constatare che la città non esiste più e che i suoi abitanti sono monadi fluttuanti in una rete globale fatta di flussi informatici e di manipolazioni mediatiche.

Senza i tradizionali caratteri spazio-temporali, che davano alla città il ruolo del luogo pubblico per eccellenza, non si riesce infatti ad immaginare in che modo e in quali forme il cittadino possa esercitare i propri diritti e rispetto a cosa possa misurare le proprie aspettative e i propri desideri. È invece proprio sul terreno del rapporto fra cittadinanza e spazio pubblico che si misura una diagnosi del presente non superficiale e retorica.

Sotto questo profilo, è davvero sorprendente che siano i documenti della conferenza episcopale, più che le analisi degli scienziati sociali e dei politologi, a richiamare l’attenzione sul vero tema sul quale si dovrebbe concentrare l’attenzione e la riflessione di tutti. I documenti episcopali insistono infatti con toni di crescente drammaticità sul mutamento antropologico che sta caratterizzando questo passaggio d’epoca che si affaccia minaccioso sulla vita quotidiana di tutti gli abitanti del pianeta.

Che vuol dire mutamento antropologico? Forse è opportuno accennare brevemente all’origine dell’antropologia come scienza specificamente umana che nasce nel momento in cui nell’area del Mediterraneo le società hanno cominciato a guardare se stesse e a porsi la domanda su che cosa è l’uomo rispetto a tutti gli altri esseri viventi.

L’antropologia nasce quando ci si comincia a porre il problema di che cosa è l’uomo e a tentare di dare una risposta a partire dalle realtà concrete nelle quali si sviluppa la vita e la sopravvivenza degli esseri umani. Solo gli uomini sono stati capaci di porre questa domanda a se stessi e di farne oggetto di una riflessione e di una consapevolezza che ha messo in evidenza prima di ogni altra cosa il fatto che gli uomini, a differenza degli altri esseri viventi del mondo animale che ripetono da secoli gli stessi comportamenti, non hanno un codice di comportamento precostituito. L’assenza di determinazioni normative e di regole di condotta eterne costringe perciò l’uomo a darsi regole e a costruire “immagini influenti” e rappresentazioni di se stessi che si proiettano nello spazio e nel tempo per configurarne i modi e le forme di utilizzazione.
 

Fino a qualche decennio fa la civiltà umana si sviluppava attorno a due categorie fondative dell’esperienza individuale e sociale: lo spazio e il tempo. Lo spazio del lavoro, della produzione, dell’abitare; il tempo della vita, del lavoro, del succedersi delle generazioni. Spazio e tempo sono state le costanti dell’evoluzione del modello di uomo che ha presieduto alla nascita e alla evoluzione della civiltà occidentale. Artemide, dea del confine, ha segnato fin dai tempi dell’antica Grecia la differenza fra la selvatichezza della vita delle campagne e dei boschi e la domestichezza della vita urbana con le case e le piazze che delimitano lo spazio pubblico e lo spazio privato in un’armoniosa configurazione. Il tempo ha scandito i rapporti fra passato e futuro attraverso la celebrazione delle feste e degli eventi che richiamano alla memoria l’intera storia di un gruppo umano.

Non ci vuole molto a costatare come oggi queste categorie essenziali che strutturano la vita umana, lo spazio e il tempo, sono radicalmente modificate fino al punto da rendere insignificanti tutte le derivazioni  implicate in questa terminologia tradizionale. Il tempo, come si suol dire, è ormai il tempo “reale” dell’immediato presente, in cui tutta la temporalità si concentra senza articolazioni in una sorta di presenza infinita senza rimandi al prima né al dopo. Paradossalmente, il tempo reale è un non tempo.

Se si pensa a quanto scriveva Norbert Elias sul carattere normativo e sociale dell’immagine del tempo che caratterizza una società determinata, organizzandone le forme di vita, ci si rende conto di quanto oggi il tempo reale abbia smesso di svolgere qualsiasi funzione regolativa, eliminando dalla percezione del tempo ogni riferimento al contesto reale della vita. L’operaio associava tradizionalmente il luogo del lavoro al tempo della sua prestazione e si rappresentava l’immagine della fabbrica e quella dello spazio della città divise tra l’abitare e il produrre. Oggi, nell’epoca del lavoro digitale, sempre più diffuso e sempre e più pervasivo, il lavoratore si trova a navigare in un flusso di informazioni che lo rende praticamente un semplice punto di intersezione di coordinate che si svolgono e si sviluppano al di là di ogni sua possibile comprensione. Allo stesso modo, lo spazio si è dilatato, eliminando ogni riferimento a luoghi determinati e gettando ogni uomo nella “corsa” avanti e indietro nelle autostrade informatiche che coprono l’intero pianeta. La distinzione fra il prossimo e il lontano, tra il vicino di casa e l’abitante di un altro emisfero del globo è annullata nella nuova comunicazione informatica che attraversa i nostri corpi rendendoci disponibili a inauditi viaggi senza avere veri e propri movimenti fisici.
 

La realtà, con la sua pesantezza e con la sua forza di gravità, si è liquefatta in una virtualità che non è puro immaginario ma nuova organizzazione della vita quotidiana. La virtualizzazione della presenza fisica del corpo non è una pura fantasticheria ma la nuova forma in cui si esprimono le istanze vitali di ciascuno. Nella rete e nella connessione globale ciascuno di noi esiste perché è sempre presente, disponibile e raggiungibile. Il luogo in cui si trova il nostro corpo non ha alcun significato. Le amicizie, i contatti, le relazioni sono tutte immerse nella rete e tracciano linee di incontri che sostituiscono interamente la realtà tradizionale dello stare insieme nello stesso luogo, in uno spazio specifico e determinato. Non c’è ancora una vera e propria spiegazione del significato dello “stare” nella dimensione ormai totalmente virtuale dei contatti informatici. Certo è che questa radicale metamorfosi del tempo e dello spazio sta rendendo le vite individuali e quelle collettive una sorta di eterno errare senza mete precise. In una dimensione rarefatta che produce soltanto una sensazione inaudita di sradicamento totale e di assenza di peso corporeo,  ci troviamo sempre più fluttuanti e confusi rispetto alle direzioni di marcia.

Come alcuni studiosi hanno notato, l’unico contesto globale, veramente normativo è quello del movimento del Capitale nelle sue diverse forme di merce, denaro e informazione. L’unica possibilità di rappresentazione dell’essere umano, come hanno sottolineato i vescovi nel loro documento, è quella di un consumatore che affida soltanto al mercato ogni risposta alle proprie attese e ai propri desideri. Ogni essere vivente è soltanto un punto dell’universo mercificato e la sua vita è totalmente eterodiretta dall’imperativo universale di produrre merce, ricchezza e consumo.

La mutazione della percezione del tempo e dello spazio non è soltanto la fenomenologia di una diversa organizzazione dell’apparato sensoriale, che si esaurisce nel vedere e nel toccare, ma la cancellazione nella rappresentazione umana del binomio che ha costituito lo statuto antropologico dell’essere umano nella civiltà occidentale: la distinzione fra dentro e fuori, fra interno ed esterno, fra vita interiore e vita pubblica. Nella confusione e continua intersezione degli spazi virtuali del mondo globale e della temporalità istantanea dell’eterno presente, gli uomini non riescono più a distanziarsi come persone concrete e particolari dalla superficie liscia dei flussi informatici che trasmettono di volta in volta imperativi di azione e immagini attraenti. L’uomo si identifica totalmente con la esteriorità della sua condotta e con la sua “navigazione” senza centro e senza periferia. La vita interiore, che è stata per secoli l’oggetto della riflessione della filosofia, della religione e della psicoanalisi, si è prosciugata fino a coincidere con il puro apparire nella scena mediatica.
 

Senza vita interiore, come scrive Hillmann, comparando religione e psicoanalisi, non c’è più memoria, né relazione affettiva, né bisogno di esprimersi dando forma e figura alle proprie emozioni. Le emozioni coincidono con le sensazioni e non c’è più alcuno scarto tra ciò che si muove nello spazio tradizionale della mente e del cuore e ciò che si pone di fronte agli occhi come realtà esterna, oggetto del desiderio duraturo, alterità con la quale entrare in rapporto di consonanza affettiva.

Già nel Novecento alcuni studiosi profetici avevano immaginato un nuovo tipo d’uomo senza qualità, partecipe di folle solitarie e totalmente diretto e manipolabile da centri di potere invisibile. Ma oggi queste profetiche anticipazioni, come molti racconti fantascientifici, sono diventati paradossalmente effettivi, giacché la virtualità sembra coincidere con l’effettività di un accadere senza residui e senza rimandi.

Il mutamento antropologico, sul quale bisogna dunque lavorare con urgenza, è questa scomparsa della vita interiore che da sempre si è espressa attraverso la rappresentazione di se stessi che gli uomini hanno dato ponendo il proprio Io in rapporto con la spazio e con il tempo. Senza vita interiore l’Io diventa una semplice pellicola permeabile, priva di autonoma consistenza.

La città dei monumenti e dei quartieri, della archeologia depositata nelle tracce materiali, si sta liquefacendo in un’architettura priva di ogni rapporto con il territorio e le nostre giornate trascorrono senza alcuna scansione temporale in un continuo stato di sonnolenza ottusa. Resistere a questo mutamento antropologico, trasformarlo nella ricerca di un nuovo spazio umano, progettare nuove forme di città e di abitazione, ridare senso al proprio bisogno di affetti e di comunità è il tema politico di questo passaggio d’epoca. 
 

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