150 ANNI/ Il Pinocchio di Collodi, un’infanzia perduta o la parabola del cristiano?

Pinocchio nasce dalla mente di Carlo Collodi nel 1881. Una storia che davvero, fatta l’Italia, ha contribuito a “fare” gli italiani. LAURA CIONI rilegge due noti interpreti del burattino

10.03.2011 - Laura Cioni
pinocchio_R400
Foto: Fotolia

Nel 1881 compare a puntate sul Giornale per i bambini di Ferdinando Martini La storia di un burattino di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini. Due anni dopo viene pubblicato il libro  Pinocchio e ottiene uno straordinario successo in Italia e all’estero. Come il  quasi contemporaneo Cuore di De Amicis, apparso nel 1886, documenta una delle tante questioni che si ponevano nei decenni immediatamente successivi all’unità d’Italia quando, come si disse con espressione fortunata, fatta l’Italia bisognava fare gli italiani. Argomento attuale non solo per le celebrazioni dei 150 anni dell’unificazione, ma perché quello educativo è problema di sempre.

Due lettori  molto diversi, accomunati dall’amore per questo libro, offrono spunti che aiutano a comprendere i significati  nascosti  nella vicenda fantastica di Pinocchio. Alberto Asor Rosa mette in luce  il percorso della trasformazione di un pezzo di legno in un burattino discolo e incostante, non cattivo ma imprudente e superficiale, che attraverso amare esperienze diventa un ragazzino perbene, obbediente ed affettuoso: metafora ricca di invenzioni e di simboli, profondi ed elementari al tempo stesso del passaggio dallo stato ingenuo dell’infanzia alla relativa consapevolezza dell’adolescenza. Non solo, ma anche disegno fantastico, non realistico, della trasformazione che ogni italiano deve compiere, soprattutto se proviene dai ceti subalterni ai quali Collodi si rivolge,  passando dalla nativa  irrazionalità al controllo della coscienza sulle scelte da operare in campo individuale e civile. Certo, l’impianto fantastico rende meno evidente l’intenzione educativa, almeno rispetto all’impostazione realistica e scopertamente moralista di Cuore, che si rivolge principalmente alla borghesia, e lascia spazio all’ironica simpatia dell’autore per l’indisciplina di Pinocchio, per la sua inclinazione all’avventura, per i suoi incontri con esseri strani e divertenti, di cui la storia è costellata.

Asor Rosa esprime il sospetto che nel toscanaccio Collodi alberghi addirittura una certa nostalgia per i difetti nazionali che del resto egli riprende; ciò gli consentirebbe di dare degli italiani un’immagine più variegata di quella offerta da tanta produzione letteraria della sua epoca. “La grandezza di Collodi, come scrittore per l’infanzia e come interprete della nostra realtà nazionale – egli conclude – sta nell’aver capito che crescere significa acquistare, ma anche perdere qualcosa: il burattino possiede ricchezze, che il ragazzo non potrà più avere”.

Il secondo lettore è Giacomo Biffi, già cardinale di Bologna. Pinocchio è il suo libro fin dall’infanzia, letto e riletto tra attrazione e noia, fino a che, un bel giorno, rivela il suo segreto: “Sotto il velame della fiaba – racconta il Cardinale – traspariva una dottrina nitida e definita, che gli umili hanno conosciuto e amato da sempre. Di là dall’incalzare degli avvenimenti narrati, in apparenza perfettamente gratuiti, intravedevo la visione delle cose più alta e più popolare, più suggestiva e più saziante, più ricca e più semplice, più estrosa e più logica che sia mai stata offerta alla mente dell’uomo. Pinocchio: ovvero dell’ortodossia cattolica”. Sorpresa: Collodi modesto impiegato, soldato, giocatore, affiliato alla massoneria, ora diviene anche maestro di teologia. Biffi ne è convinto, perché “aveva un cuore più grande delle sue persuasioni e più alto della sua militanza politica” e in questo modo, proprio mentre l’Italia rinnegava in gran parte la fede dei padri e non aveva voci che dicessero al mondo qualcosa di eterno, l’unica voce fu quella di Pinocchio, in consonanza con quelle di san Francesco, di san Tommaso, di Dante, di Muratori, di Vico, di Rosmini, di Manzoni: “cioè, tra gli italiani di fama, le persone più serie”.

 

Queste e altre cose il cardinale Giacomo Biffi racconta nel suo commento teologico a Pinocchio, dal titolo Contro Maestro Ciliegia. La storia che si snoda come un sogno e che del sogno ha tutte le incongruenze, è quella, reale, dell’uomo legnoso come un burattino che non sa amare neppure se stesso, ma è amato da suo padre che l’ha fatto e alla fine di mille deviazioni ritrova la via di casa, se stesso diventato di carne e capace di amare, suo padre che l’ha atteso da sempre e lo abbraccia. Perciò un pezzo di legno non è solo un pezzo di legno, come vorrebbe il principio d’identità e tutti quelli che, come Maestro Ciliegia, credono solo a quello che vedono. E’ molto di più. Pinocchio invita a guardare alle cose che custodiscono in sé l’impronta che il Padre vi ha lasciato e che costituisce il desiderio segreto di tutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori