LETTURE/ A chi giova tirare per la giacca lo schivo Samuel Beckett?

- Enrico Reggiani

Samuel Beckett, spiega ENRICO REGGIANI, non ricercava visibilità. Sembra quindi paradossale la frequenza con cui viene citato, da John Hurley a Nick Clegg ai giornalisti nostrani

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Samuel Beckett (Ansa)

In questi tempi di esternazioni e coming-out (quasi mai richiesti), provo ad esternare anch’io (tranquilli, nessuna sorpresa, si tratta soltanto di letteratura…).

Confesso una mia incertezza beckettiana – nel senso che riguarda Samuel Beckett (1906-1989). Eccola: davvero non mi sento di affermare che questo principe degli scrittori novecenteschi apprezzerebbe l’affettuosa ed insistita visibilità che oggi gli viene spesso concessa dalla cosiddetta opinione pubblica nelle forme più disparate e, assai di frequente, senza adeguato rispetto della sua “volontà autoriale” – ed ecco già mi immagino che, di fronte a questa scomoda espressione, ci sarà sicuramente qualche paladino di un radicale e pseudomoderno reader-oriented criticism che non potrà astenersi dal boffonchiare alcuni politically correct del tipo “già, ma esiste davvero?” oppure “ma come si fa a determinarla?” ovvero “ma siamo sicuri di individuare quella giusta?” et al..

Anzi, rincaro la dose: non solo non mi sento di affermare che Beckett apprezzerebbe la suddetta visibilità, ma, al contrario, sono perfettamente certo che essa gli sarebbe risultata del tutto sgradita. Figuriamoci, proprio Beckett che, secondo Rónán McDonald, praticava un costante rifiuto della publicity – con il prevedibile esito, tuttavia, di veder crescere la sua popolarità e finanche una sorta di mystique della sua persona e della sua opera. A meno che non si voglia maliziosamente pensare – in omaggio all’antica logica che “a pensar male si fa peccato, ma ci s’azzecca” – che tale rifiuto non fosse strategicamente dichiarato proprio in vista di tale esito…

Non credo, ad esempio, che Beckett avrebbe apprezzato la visibilità prodotta da un’emissione “a tiratura limitata” di circa 20mila monete d’oro da venti euro (del costo di 50 euro cadauna) e di circa 30mila d’argento da 10 euro (del costo di 20 euro cadauna)(1), decisa nel 2006 dalla Banca Centrale irlandese per celebrare il centenario della sua nascita e così presentata dall’allora Governatore John Hurley (in carica dal 2000 al 2009): “la raffigurazione del volto di Beckett cerca di coglierne l’inconfondibile atteggiamento dramatic. Altrettanto dramatic è la rappresentazione sulle monete della sua opera più famosa Waiting for Godot. L’aspetto ossessivo delle due figure sotto l’albero è riecheggiato nel ritratto di Beckett”. (2)

Non ci si può, infatti, nascondere che è proprio da tale preziosa e raffinata emissione che si evincono, in realtà, almeno due dati culturali non rassicuranti per il nostro povero Beckett: in primis, l’indeterminatezza della scelta dell’aggettivo dramatic impiegato nella presentazione pubblica dall’ex-governatore Hurley, che non consente di comprendere se si tratti del riferimento a uno specifico effetto “drammatico” o di un’annotazione più generalmente “teatrale” (per limitare a due le sue possibili interpretazioni); in secundis, le conseguenze della trasformazione operata dall’illustratore Emmet Mullins nella rappresentazione dell’esile e spoglio tree del primo atto di Aspettando Godot, che nel secondo atto, “has four or five leaves” (per una serie di ragioni che non è possibile approfondire in questa sede, ma che dovrebbero essere tenute in seria considerazione da registi e critici): nella raffigurazione di Mullins, tale albero diventa purtroppo una sorta di scheletrica pianta ad alto fusto (di quelle che spaventano i piccoli spettatori dei film di Walt Disney), la cui cima finisce nella chioma del povero Sam con incontrollabili conseguenze ermeneutiche. E poi, suvvia, come la mettiamo con lo sferzante atteggiamento di Beckett nei confronti del denaro e della proprietà di beni materiali…

Non credo neppure che egli avrebbe apprezzato il tipo di visibilità di cui oggi continua a godere nell’ambito della quotidianità politica ed istituzionale del Vecchio Continente. Eccone due casi emblematici: Nick Clegg, il capo dei LibDem britannici, che ha recentemente dichiarato di considerarlo “my hero” e di ammirare la sua “volontà di mettere in dubbio ciò che il resto di noi considera scontato” (3); l’anonimo giornalista di Liberal (10 ottobre 2009) che, nell’ambito del dibattito politico nostrano, si è invece spinto fino all’applicazione del famoso “nasciamo tutti quanti matti, qualcuno lo rimane” (pronunciato da Estragon in Aspettando Godot) alle esagitate dinamiche relazionali dell’italica comunità socio-politica – chi scrive ha già avuto modo di segnalarlo e (se lo permettete) stigmatizzarlo in altra sede (4).

Si tratta, com’è evidente, di una visibilità strumentale che Beckett non avrebbe rifiutato perché afflitto dalla diffusa superficialità politico-culturale o dal fazioso schematismo dei nostri giorni: è facile immaginare che l’avrebbe rifiutata soprattutto perché incompatibile con il profilo personale – solitario, ma istituzionalmente rispettoso – di un genio letterario universalmente riconosciuto in vita, che, al di là degli scorbutici stereotipi biografici cui si accennava all’inizio di queste brevi note, accettò però la Croix de Guerre nel 1945 “con buone maniere, deferenza, cortesia” (pur senza farne parola con alcuno, come ricorda Deirdre Bair), il Premio Nobel per la Letteratura nel 1969 (conferitogli mentre risiedeva in Irlanda e ritirato dal suo editore francese Jérôme Lindon) ed il prestigioso titolo di Saoi [Saggio, Maestro] dell’Aosdána [una sorta di Accademia Irlandese degli Artisti] nel 1984.

Intendiamoci bene: anche se egli non l’avrebbe gradita, chi potrebbe oggi negare visibilità (cosa non si farebbe nel suo nome…) al genio di Samuel Beckett? Con queste brevi note si intende, però, timidamente suggerire che sarebbe meglio rendere sempre più visibile ciò che si conosce: anzi, ciò che ci si impegna a conoscere sempre meglio e in ogni sua manifestazione (nessuna, ma proprio nessuna, esclusa). Per questo è giusto salutare con grande favore la recente uscita di due novità che vanno ad arricchire il già ricco catalogo editoriale beckettiano: i suoi Racconti e prose brevi pubblicati nel 2010 da Einaudi (con la preziosa introduzione di Paolo Bertinetti ed il contributo di numerosi e valenti traduttori), che ampliano considerevolmente e completano un agile volumetto con Assunzione e Un caso su mille uscito da Via del Vento nel 2009 con traduzione e cura di Francesco Cappellini, nonché postfazione di Gabriele Frasca.

Sono testi folgoranti ed emblematici questi, che, come ha scritto Massimiliano Parente (Il Giornale.it) (5), spesso “sono negazione di racconti perché si pongono il problema di cosa significhi raccontare. La voce narrante si incarna nelle cose, vi resta imbrigliata, gli oggetti aggrediscono il pensiero, ne diventano ossessione sorda e parlante. E Beckett è costretto a non poter tacere, a dire l’inadeguatezza, l’impossibilità di narrare le cose”.

Sono testi ideali per andare all’origine dell’esperienza della scrittura beckettiana, al di là di semplicistiche contrapposizioni tra “una scrittura impressionistica dove quello che interessa all’autore sembra essere non la capacità di comunicare, ma il gioco linguistico” e “la comunicazione vera” che “sarebbe arrivata più tardi, con il teatro” (Ida Boni, L’Arena.it) (6).
Sono testi perfetti per assaporare – con contemporanea soddisfazione di corpo, spirito, mente, et al. – la caratteristica e originaria trasversalità della testualità di Beckett, dotata di straordinaria coerenza fin dall’inizio della sua parabola creativa, anche perché capace di travalicare i limiti dei vari ambiti testuali, integrando le loro radici antropologiche, le loro impalcature epistemologiche e le loro proiezioni socio-culturali fino a farle implodere e a dimostrarne la sterilità nei confronti del bene, insostituibile ma fragile, della vita. 

Ciò fin da quel folgorante “he could have shouted and could not” – la prima frase di Assumption (“Assunzione”), mirabile opera prima narrativa beckettiana pubblicata nel giugno 1929 sulla rivista parigina transition – che i due testi segnalati in questo breve contributo traducono in modo significativamente e programmaticamente diverso: “avrebbe potuto gridare e non poteva” (Einaudi), “avrebbe potuto gridare oppure no” (Via del Vento).

Ai lettori il compito di giudicare quale delle due risponda più compiutamente a quei criteri di rispetto per lo scrittore e di responsabilità ermeneutica che troppo spesso vengono trascurati a vantaggio di un lettore apparentemente onnipotente e sostanzialmente irresponsabile, anche nei confronti di se stesso come lettore.

 

(questo articolo è l’anticipazione dell’Irish Forum di Enrico Reggiani previsto per oggi, 30 maggio 2011. I dettagli su http://wbyeats.wordpress.com/catholica/)

 

(1) http://en.wikipedia.org/wiki/Euro_gold_and_silver_commemorative_coins_(Ireland)
(2) http://euobserver.com/9/21450
(3) http://www.guardian.co.uk/books/2010/apr/30/nick-clegg-my-hero-samuel-beckett
(4) http://wbyeats.wordpress.com/2009/10/14/beckett-e-litalica-politica/
(5) http://www.ilgiornale.it/cultura/e_beckett_mise_scena_sfacelo_materia/cultura_moderna-cultura-beckett-opere-materia/25-10-2010/articolo-id=482434-page=0-comments=1
(6) http://www.larena.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/242127__beckett_agli_esordi_prima_del_teatro_giochi_con_la_lingua/

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