LETTURE/ Dal Pci a Dossetti, tutte le “profezie” avverate di Augusto Del Noce

- Alessandro Banfi

Massimo Borghesi, nel suo ultimo saggio, libera Augusto Del Noce dall’immagine stereotipata, restituendone correttamente l’originale pensiero. Ce ne parla ALESSANDRO BANFI

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Augusto Del Noce (Ansa)

La “filosofia è il proprio tempo appreso col pensiero”, questa famosa frase di Hegel dovrebbe campeggiare sulla copertina dello splendido saggio di Massimo Borghesi, edito da Marietti e appena uscito nelle librerie, su Augusto Del Noce (Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno). Del Noce infatti la citava spesso, come ricorda brillantemente Borghesi, per giustificare il suo impegno, una volta si sarebbe detto, “militante” di pensatore cattolico, atipico, originale, sostanzialmente solitario rispetto alla cultura cattolica ufficiale del nostro Paese.

E allo stesso tempo totalmente immerso nella contemporaneità, quasi come, per certi versi, solo don Luigi Giussani a partire dagli anni Cinquanta aveva fatto, sempre alla ricerca della verifica della fede nella storia. Dice nella bella intervista a 30 Giorni del 1984 ripubblicata in appendice al volume: “Nato cattolico, per uscire dal cattolicesimo avrei dovuto avere delle ragioni; ma queste ragioni, proposte da più parti, non mi hanno mai convinto”.

Grande conoscitore del marxismo (Massimo Cacciari lo ritiene ancora uno dei maggiori esperti del pensiero del filosofo di Treviri) e del Seicento da Cartesio a Malebranche, il Del Noce che Borghesi ci regala è un uomo vivo, attento, che ha la straordinaria intelligenza di cambiare idea nel corso degli anni. Un pensatore che sa entrare, con grande profondità, nelle ragioni degli avversari, e allo stesso tempo mostrarne elegantemente le contraddizioni interne. Un filosofo capace di cogliere i segni dei tempi: risoluto (e isolato) antifascista negli anni del consenso, quando con la guerra d’Etiopia del 1936 il fascismo raggiunge l’apice anche nel mondo intellettuale italiano; primo lettore di Maritain in Italia e quindi fra i primi a teorizzare l’incontro degasperiano fra democrazia e libertà religiosa; pacifista ostinato e vero amico di Aldo Capitini, l’ideatore della marcia della pace Perugia-Assisi.

Dialoga con tutti i grandi intellettuali del Novecento italiano: da Norberto Bobbio a Eugenio Garin, ottenendo sempre attestati di stima e riconoscimenti anche postumi. Nel 1957 intuisce che il socialismo reale, il blocco sovietico realizzazione storica del marxismo, imploderà e crollerà, per così dire, da solo. Nel 1989, all’indomani della caduta del Muro, arriverà a ricordare la tensione religiosa originaria del marxismo, rivalutando addirittura la necessità di un po’ di utopia (e forse questo è uno spunto che servirebbe anche a noi oggi per comprendere ciò che ci sta accadendo).

Del Noce è stato un grande interlocutore della Democrazia Cristiana, la cui esperienza ha accompagnato sempre con grande perspicacia ed attenzione. È stato anche protagonista di un fitto dialogo con i cattolici comunisti e con Franco Rodano, fin dal 1943. Molte sono le sue tesi rimaste attualissime, in particolare l’illuminante giudizio sulla “società opulenta”, sulla omologazione, in parte valorizzando Pier Paolo Pasolini, di cui però criticava il “decadentismo”. È Del Noce a capire che la sinistra cattolica, dalla Base di De Mita ai dossettiani, approderà velocemente a posizioni “neo borghesi”, così come il Pci finirà per diventare quel “Partito radicale di massa” che oggi abbiamo sotto gli occhi nella forma del Pd. Intuizioni meravigliose di un’intelligenza che la fede sviluppa e potenzia e che ancora oggi fanno riflettere.

Borghesi ha il grande merito di liberare Augusto Del Noce da un’immagine stereotipata e sbagliata, reazionaria e tradizionalista, restituendogli libertà e genialità, e riproponendone intatta l’originale interpretazione della storia e della filosofia. Per noi del Sabato degli anni Ottanta, primo fra tutti proprio il “collega” Borghesi, Del Noce fu un Maestro curioso, appassionato ed ironico, stimolatore di idee e di posizioni, tanto eccentriche rispetto al luogo comune, anche cattolico, quanto feconde nello sviluppo di un giudizio sulla modernità che segnò quella stagione intellettuale. Fu davvero un cattolico adulto, nel senso che cercò tutta la vita di rendere ragione della sua fede nella temperie della storia e del dibattito culturale. Fu pienamente portatore di quel carisma (cultura, carità, missione) l’incontro col quale segnò, con entusiasmo memorabile, i suoi ultimi anni.

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