DIBATTITO/ 1. Chi ci libera dalle illusioni del cattivo desiderio?

Pietro Barcellona ha riproposto il tema della modernità tecnologica e del suo orientamento al post-umano. Ma siamo sicuri che basti riproporre il vecchio umanesimo? FRANCESCO BOTTURI

20.07.2011 - Francesco Botturi
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Preparazione di un robot (Imagoeconomica)

In un recente intervento di Pietro Barcellona viene riproposto il tema della modernità tecnologica  e del suo orientamento al post-umano, in cui si delinea un’alternativa pratico-storica alle “tradizioni culturali umanistiche” con il loro patrimonio etico-religioso e metafisico. Una rinnovata riflessione, insomma, sul potenziale, e in parte già attuale, rivolgimento antropologico, di cui parlavano anche due recenti e interessanti pezzi di Antonio Allegra.

La questione è oggi fondamentale; ci si ostinerebbe a non voler comprendere il nostro tempo, se non si prendesse atto che esso è attraversato da una tendenza, altamente sintomatica per quanto minoritaria, a considerare antiquato e fallito l’umanesimo occidentale (v. Sloterdijk, ricordato da Allegra) e a prospettare come unica alternativa possibile e auspicabile una messa a disposizione tecnica integrale dell’uomo e del mondo, quale razionalizzazione creativa dell’esistenza. Dunque non un’alternativa laica interna all’umanesimo tradizionale (quello – per intenderci – dei diritti umani, della solidarietà internazionale, della democrazia liberale, ecc.), ma un’alternativa frontale e globale all’idea dell’umano come paradigma e misura intangibile di senso.

Appunto non una forma nuova di umanesimo, bensì un’ipotesi post-umanista, in cui l’umano trova nuovo senso in quanto soggetto-oggetto insieme delle più avanzate possibilità di trasformazione tecnica. Una tecnica non più concepita a servizio di un grande progetto riformatore (saremmo ancora entro la visione umanista di un ideale meta-tecnico posto a guida dei processi storici), bensì una tecnica quale operatrice di una grande anzi integrale trasformazione conseguente al suo stesso sperimentalismo (di cui a mio avviso l’idea del “futurismo” italiano fu un’interessante anticipazione artistico-culturale: la tecnica non più come esecutrice di progetti, ma creatrice in se stessa di novità,  produttrice di per sé di nuova antropologia).

Tale esasperata visione del nostro futuro si regge e diviene attraente in ragione di un concorso di fattori persuasivi, che è opportuno evidenziare: razionalità tecno-scientifica, esercizio di potere e esperienza di  libertà. Una sintesi operativa che, in realtà, non lascia indifferente nessuno, perché mette in gioco fattori antropologici primari. Per questo anche chi non fa sua una visione postumanista hard, ne condivide facilmente la prospettiva di fondo di considerare l’uomo come un costrutto psichico o sociale modificabile a piacere – come ricorda Barcellona -, come è già particolarmente visibile nel vasto ambito della biopolitica contemporanea; anzi, l’accettazione di tali prospettive è il modo normale con cui l’umanesimo tradizionale si sgretola dal suo interno nel costume contemporaneo.

Acquisito questo, però, non credo che sia redditizio procedere attraverso una sistematica contrapposizione tra il nuovo paradigma e quello della tradizione umanista. Anche perché in questo tipo di confronto, tra ciò che ha dalla sua il passato e ciò che ha dalla sua il futuro, è scontato chi sia il più persuasivo… Piuttosto si tratta di entrare nella sindrome antropologica che sta alla base della prospettiva postumana per comprendere che cosa dell’umano sia in gioco e che cosa renda così attraente tale gioco dell’umano.

Ho detto di tre fattori convergenti significativi; riprendiamoli in considerazione. L’importanza della razionalità scientifica e tecnica è ovvia, come è palese il riduzionismo che fa di esse il paradigma del conoscere e dell’operare. La critica a tale riduzionismo è già consueta e facilmente condivisibile: anche altre forme del conoscere e dell’operare sono essenziali all’uomo e alla sua condizione storica. Meno consueta è, invece, la considerazione della motivazione che rende affascinante tale riduzionismo. Questa è connessa al baricentro della sindrome postumanista, che sta nell’esercizio di potere, espressione pratica, concreta ed efficiente di un fattore umano sottinteso, assolutamente decisivo: il desiderio.

Il fascino della prospettiva postumanista – anche le sue esasperazioni e follie – è il suo appello segreto al desiderio umano di trasformazione della sua condizione storica in una condizione qualitativamente superiore. Desiderio che è il vettore insopprimibile dell’avventura umana (come ho cercato di mostrare ne La generazione del bene, Vita e Pensiero 2009). L’impotenza odierna della tradizione umanista – a mio avviso – deriva principalmente dalla sua incapacità di farsi competitiva sul piano del desiderio umano, della discussione sul suo oggetto adeguato, della sua proposta come forma possibile di vita. Allora anche il terzo elemento di fascino, l’esperienza della libertà potrebbe assumere un significato diverso da quello di un esercizio libertario e tutto soggettivo della scelta per diventare volontario impegno con l’avventura del desiderio e relazione solidale con le altre libertà.

Per una prospettiva neoumanista non basta la contrapposizione al postumanesimo; è necessaria una prospettiva avveduta, in cui i fattori portanti del postumanesimo, sapere, desiderio e potere, libertà trovino un’ampiezza e una sintesi migliori.



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