LETTURE/ Quando Cicerone risvegliò la fede in sant’Agostino

- Laura Cioni

LAURA CIONI racconta il dialogo a distanza tra sant’Agostino e Cicerone: un esempio illustre di un “incontro” attraverso i libri, che può cambiare la vita

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Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (1502; immagine d'archivio)

Le grandi personalità che hanno contribuito alla storia del pensiero umano a loro volta si sono nutrite di ciò che le ha precedute, con sapiente lungimiranza. Un esempio di questa capacità critica si trova in una delle più belle pagine delle Confessioni di sant’Agostino, in cui egli rievoca l’ incontro con un’opera fondamentale per il suo cammino intellettuale, l’Hortensius di Cicerone, opera a noi non pervenuta, di cui abbiamo notizia solo indirettamente.
Il brano, oggetto talvolta di lettura e di traduzione nelle scuole superiori, ripercorre un avvenimento centrale dell’inquieta giovinezza dell’autore, del suo vagare alla ricerca della verità, tra amori che oltrepassano il confine luminoso dell’amicizia  e i prediletti studi letterari.
In essi bramavo distinguermi, per uno scopo deplorevole e frivolo quale quello di soddisfare la vanità umana; e fu appunto il corso normale degli studi che mi condusse al libro di un tal Cicerone, ammirato dai più per la lingua, non altrettanto per il cuore. Quel suo libro contiene un incitamento alla filosofia e si intitola Ortensio. Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così cominciavo ad alzarmi per tornare a te.

Gli studi di Agostino fino a quel momento si erano orientati all’arte del dire, nella ricerca di fama e onori, ma la lettura di un dialogo dell’oratore latino tutto rivolto alla difesa della filosofia cambia il suo interesse, proprio come era avvenuto a suo tempo per Cicerone stesso.

Come ardevo, Dio mio, come ardevo di rivolare dalle cose terrene a te, pur ignorando cosa tu volessi fare di me. La sapienza sta presso di te, ma amore di sapienza ha un nome greco, filosofia. Del suo fuoco mi accendevo in quella lettura. Taluno seduce il prossimo mediante la filosofia, colorando e truccando con quel nome grande, fascinoso e onesto i propri errori. Ebbene, quasi tutti coloro che sia al suo tempo, sia prima agirono in tal modo, vengono bollati e denunciati in quel libro. Così vi è illustrato l’ammonimento salutare che ci diede il tuo spirito per bocca di san Paolo: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo. E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”. A quel tempo, lo sai tu, lume della mia mente, io ignoravo ancora queste parole dell’Apostolo; pure una cosa sola bastava a incantarmi in quell’incitamento alla filosofia: le sue parole mi stimolavano, mi accendevano, m’infiammavano ad amare, a cercare, a seguire, a raggiungere, ad abbracciare vigorosamente non l’una o l’altra setta filosofica, ma la sapienza in sé e per sé là dov’era.
E’ qui documentato il convergere dell’umanesimo antico e della sapienza cristiana, che si esprime attraverso i secoli con la cura dei manoscritti e con la lettura degli autori anche pagani, esempio tra i più riusciti della capacità di integrare l’apporto antico in una nuova concezione del mondo.

Ancora molti anni dopo la conversione, Agostino ricorda con gratitudine nella sua opera più famosa e più letta l’ardore giovanile della scoperta di un testo che predispose il suo animo a cercare il vero. Nello stesso tempo rammenta come, lontano ancora dalla fede, egli avesse in sé il criterio con cui giudicare il punto carente dell’insegnamento di Cicerone e di tutto ciò che studiava con passione: Così una sola circostanza mi mortificava, entro un incendio tanto grande: l’assenza fra quelle pagine del nome di Cristo. Quel nome per tua misericordia, Signore, quel nome del salvatore mio, del Figlio tuo, nel latte stesso della madre, tenero ancora il mio cuore aveva devotamente succhiato e conservava nel suo profondo. Così qualsiasi opera ne mancasse, fosse pure dotta e forbita e veritiera, non poteva conquistarmi totalmente.
Sarà ancora tortuoso per Agostino l’approdo alla verità: silenziosa lo accompagna la preghiera di sua madre.

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