DIBATTITO/ A che serve un’arte che non domanda più niente?

- Giuseppe Frangi

GIUSEPPE FRANGI interviene su una polemica estiva partita da alcune considerazioni di Jean Clair sul compito e il ruolo dell’arte ai giorni nostri

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L'installazione di Maurizio Cattelan alla Biennale di Venezia intitolata "Turisti" (Foto Ansa)

«Jean Clair non chiede più all’arte di essere domanda sul mondo, ma piuttosto una conferma del già dato e del già vissuto. La sua è una sfiducia nel futuro, vede l’arte come una minaccia». Si potrebbe chiudere qui, con queste parole di Achille Bonito Oliva, la polemica estiva lanciata da Il Corriere della Sera dopo l’uscita in Francia del pamphlet (non il primo) di Jean Clair contro l’arte contemporanea (L’hiver de la culture).

Mi sembra che Bonito Oliva colga la questione, che va oltre la valutazione dei valori estetici e formali e va oltre le furbizie mediatiche a cui tanti artisti oggi ricorrono. La questione è più radicale e riguarda il senso di fare arte oggi, il nesso con la vita del mondo e degli uomini.

La prospettiva di Jean Clair rischia di essere una prospettiva ultimamente accademica, che chiude fuori dalla porta le convulsioni del mondo e mette l’arte in una sorta di riparo estetico e intellettuale. Francamente la trovo una prospettiva poco interessante. Non mi interessa che un pittore dipinga bene, mi interessa che la sua pittura si giochi drammaticamente con la vita del mondo (è questa la differenza tra Jean Clair e Giovanni Testori, che pur difendeva a spada tratta la pittura).

Non mi interessa una prospettiva in cui l’approdo del fare arte sia la parete privilegiata di un qualche collezionista “ben educato” ai valori dell’arte (e comunque molto sensibile a quelli del mercato). Non è un caso che Jean Clair usi categorie come quella dell’“imbarbarimento” o del declino estetico che appartengono al vocabolario elitario della vecchia “connoisseurship”.

Bisogna riconoscere che Jean Clair coglie anche una questione vera: una buona fetta dell’arte di oggi punta su strategie di marketing aggressive, e a volte davvero insopportabili. Maurizio Cattelan, dopo aver annunciato il proprio ritiro in quanto “artista” in diverse interviste, ha invaso la recente Biennale con i suoi piccioni impagliati appollaiati a centinaia nel padiglione ai Giardini. Verrebbe da dire: una presenza di indubbia efficacia, ma pensata per “rubare” la scena.

Dal canto suo Damien Hirst, come ha scoperto Luca Fiore nel suo blog Noname, sta preparando per il 2012 una mostra “globale” che occuperà tutte le sedi della galleria più prestigiosa e potente del mondo (Gagosian gallery), presentando i suoi quadri realizzati componendo dei punti ordinati. Non sono di sicuro le sue cose più interessanti, né tanto meno si tratta di capolavori, ma il New York Times gli ha già dedicato una pagina… E c’è da credere che anche una polemica come quella lanciata da Jean Clair sia ultimamente utile a quelle loro strategie di marketing. In fondo si ritrovano sempre al centro del dibattito mediatico…

E allora come regolarsi in questo folle (ma vitalissimo) ottovolante in cui è stato trasformato il sistema dell’arte? Innanzitutto ci si deve guardare bene da chi propone ricette schematiche. Se la vera ragion d’essere dell’arte, come dice Bonito Oliva, è quella di “essere domanda”, può essere domanda un grande quadro di Lucian Freud, come l’immenso cuore d’acciaio smaltato di rosso di Jeff Koons.

Inoltre, proprio perché domanda sul mondo, l’arte porta dentro necessariamente il rischio, la tensione e anche il dolore di una risposta cercata, attesa, desiderata. È quindi un’arte che ha dentro una ferita aperta, sia che si dipinga “all’antica” su una tela, sia che si ricorra a una performance provocatoria. Così si è liberi di intercettare quelle cose grandi che Cattelan artista ha pur sempre realizzato, in barba all’imperversante Cattelan mediatico.

 

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