CAFARNAO/ García: non bastano i reperti, servono gli occhi degli apostoli

- José Miguel García

La mostra “Con gli occhi degli apostoli” si concentra sul primo paese dove è vissuto Gesù, per farci immedesimare con quanto è accaduto. Il commento di JOSE’ MIGUEL GARCIA

Sinagoga_CafarnaoR400
I resti della Sinagoga di Cafarnao

La compagnia cristiana nasce dall’incontro casuale tra due giovani di Cafarnao e un uomo di Nazareth, tutti quanti mossi dall’attesa e dal desiderio di compimento delle promesse antiche. Ascoltando e seguendo Giovanni Battista l’amicizia tra questi tre è diventata solida fino al punto di desiderare di rimanere insieme. E Gesù di Nazareth se ne è andato ad abitare con loro, nel loro paese. Così Cafarnao è diventa la città di Gesù. Gli abitanti di questo villaggio sono stati i primi a sentire l’annuncio del Regno di Dio e a vedere il suo inizio nei miracoli compiuti da quest’ospite, così eccezionale come inatteso.

La mostra “Con gli occhi degli apostoli” è centrata su questo paese dove è vissuto Gesù durante la sua vita pubblica. Certamente l’interesse per Cafarnao non nasce dalla bellezza naturale o artistica del posto, che certamente c’è, ma dal suo legame con questo uomo e la sua pretesa. Se Gesù di Nazareth si è posto nel mondo come risposta al mio dilemma umano, alla mia domanda di significato, mi interessa capire di più quello che lui ha fatto e detto, quello che è accaduto a Cafarnao e nel territorio della Galilea. Ci interessa conoscere cosa è successo con il suo arrivo, cosa hanno visto in lui i suoi abitanti, e soprattutto come mai alcuni di loro si sono affezionati così tanto a quest’uomo da andargli dietro fino a dare la vita per lui. La mostra vuole manifestare il cammino di conoscenza e certezza fatto dai primi discepoli.

A questo scopo ci aiuterà immedesimarci nei racconti evangelici, che sono la testimonianza lasciata dai discepoli. Tutto quello che noi sappiamo su Gesù è giunto a noi grazie alla testimonianza degli uomini che Lo hanno seguito nel suo girovagare per le sinagoghe e i campi della Palestina. Come afferma Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth il Gesù reale è il Gesù dei Vangeli, con la sua pretesa di divinità, con la sua eccezionale umanità, con la sua capacità di fare miracoli. La mostra si serve anche di tutto il lavoro archeologico fatto dei francescani dello Studium Biblicum Franciscanum e della ricerca storica. Così si fa più palese la ragionevolezza della fede cristiana.

Certamente il nostro Dio, incarnandosi in un uomo, si è fatto oggetto dei nostri sensi e della nostra ragione, dalla nostra ricerca. Ma Gesù è una persona e non si può ridurre a un oggetto misurabile, a una cosa che si afferra e manipola. In realtà Gesù ha voluto soprattutto diventare soggetto di un rapporto, ha voluto farsi vicino e compagno di cammino. E il rapporto personale richiede un uso della ragione diverso da quello di chi si fa giudice supremo e ultimo di tutto. Nel rapporto umano serve la ragione assetata di verità, desiderosa di conoscere; serve la ragione destata dallo stupore e attratta dal bene e dalla bellezza.

Soltanto l’amore, che desidera conoscere sempre di più, apre gli occhi e porta la ragione alla vera conoscenza. Il Dio incarnato, quindi, si svela sempre dentro un rapporto amoroso, cioè dentro il dialogo libero del tu umano e dell’io divino.

Però non basta mostrare i reperti archeologici o argomentare a livello storico ed esegetico perché l’uomo riconosca la verità di Gesù. Neanche mostrare la ragionevolezza e convenienza della fede, perché la libertà dell’uomo aderisca alla fede cristiana. Tanti abitanti di Cafarnao e dei suoi dintorni hanno udito la predicazione di Gesù, visto i suoi miracoli, sperimentato in qualche modo la sua umanità imparagonabile, e non lo hanno seguito o magari gli sono andati contro. Gesù non risparmia mai la libertà dell’uomo, anzi la mette in gioco. In altre parole, l’imponenza di Gesù era davanti a loro, l’Essere si manifestava e li provocava, ma l’adesione nasce dall’intimo della persona, dalla libertà che cede.

Gli apostoli hanno ceduto e la loro vita ha sperimentato il centuplo quaggiù. Mi auguro che la visita alla mostra favorisca questa mossa della nostra libertà, quest’adesione a Cristo. Così la nostra vita avrà una pienezza insospettata e con Lui potrà affrontare le prove della vita, certi della vittoria di Cristo risorto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori