VERSO IL MEETING/ I paradossi di Pasternak alla ricerca del prodigio quotidiano

ADRIANO DELL’ASTA ci parla della mostra dedicata allo scrittore russo Boris Pasternak, allestita in occasione del prossimo Meeting di Rimini che aprirà i battenti il 21 agosto

08.08.2011 - Adriano Dell'Asta
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Le lettere di Pasternak (Foto Ansa)

«E l’esistenza diventa un’immensa certezza». Quando abbiamo letto il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno, con questa idea di una realtà che torna a essere quello che è, un’immensa certezza, nella sua imponenza misteriosa e irriducibile, ci è sembrato che non ci potesse essere titolo più vicino all’esperienza di Pasternak, il grande scrittore russo autore del Dottor Živago, premio Nobel per la letteratura nel 1958: per Pasternak, vivere la vita, che non è cosa «semplice come attraversare un campo», significa «ritrovarla nella sua antica certezza»; è il paradosso della vita e della realtà: sono una certezza, un’imponenza e un’evidenza assolute, al punto che negarle è follia, ma questo non toglie nulla al loro irriducibile mistero: sono un mistero, anzi sono mistero.

Come abbiamo cercato di mostrare con la mostra intitolata «Mia sorella la vita» (dal titolo di una famosa raccolta poetica), la lettura di Pasternak a ogni pagina ci restituisce il mistero della vita, quel suo mistero infinito che la rende vivibile, perché senza infinito, come dice lo stesso Pasternak, la vita «è soltanto un malinteso provvisoriamente non chiarito» e perde la sua stessa dimensione più autentica.

La realtà della vita, infatti, scompare là dove la si vuole ridurre e la si vuole possedere, là dove si pretende di conoscerne la formula; è la verità che Pasternak ci fa scoprire, nel suo grande romanzo, descrivendo la figura di Strel’nikov, il giovane, amante della giustizia e dell’umanità, divenuto uno spietato rivoluzionario (il suo nome significa «il fucilatore») proprio per questa pretesa di poter dominare tutto: «Due tratti distintivi, due passioni lo dominavano. I suoi pensieri erano di una chiarezza e di un equilibrio estremi. Possedeva in misura rara purezza morale e senso della giustizia, era acceso dai più nobili sentimenti. Ma per essere uno scienziato che apre nuove vie, alla sua intelligenza mancava il dono del fortuito, la forza che con scoperte impreviste viola la sterile armonia del prevedibile. Nello stesso modo, per operare il bene, alla sua coerenza di principi mancava l’incoerenza del cuore, che non conosce casi generali, ma solo il particolare, ed è grande perché agisce nella sfera del piccolo».

La stessa esperienza personale di Pasternak era stata quella della difficile riscoperta e difesa della realtà che l’ideologia aveva voluto a ogni costo ridurre per poter dominare; come si dice in una delle ultime pagine del Dottor Živago, cercando di trarre un bilancio umano del grande terrore degli anni Trenta: «Io credo che la collettivizzazione sia stata una misura sbagliata, un fallimento, e non si poteva riconoscere l’errore. Per nascondere il fallimento, bisognava con tutti i mezzi dell’intimidazione far in modo che la gente disimparasse a giudicare e a pensare, costringendola a vedere ciò che non esisteva e dimostrare il contrario dell’evidenza. Di qui la crudeltà senza precedenti del periodo di Ežov».

E contro questa pretesa fallimentare e omicida che, cercando di dominare il reale, invece di trovarlo porta a distruggerlo e a perdere le cose più grandi come le più piccole, Pasternak scopre che arrendendosi al mistero che la attraversa anche la cosa più banale di questo mondo si trasforma da un evento casuale e insensato in un pezzo dell’eternità: è il prodigio della quotidianità, della primavera che si ripete ogni anno e ogni anno è un prodigio impensabile; ed è ancora il prodigio della poesia che, come dice Pasternak, «resterà sempre quella cosa, più alta di tutte le Alpi di celebrata altezza, che giace nell’erba, sotto i piedi, così che basta solo chinarsi per vederla e raccoglierla da terra…».

L’opera di Pasternak è piena di questi paradossi che ci mettono sulla strada della vita e del suo significato: il paradosso del rapporto tra certezza e mistero, il paradosso dell’incontro tra l’eterno e il quotidiano o tra le cime alpine e l’erba dei campi, o ancora il paradosso dell’unione tra ciò che accade «accidentalmente e a caso», in maniera «inopportuna e intempestiva» e improvvisamente invece si rivela non solo l’unica cosa autentica ma anche quella che determina il cammino di un uomo verso la sua verità.

Era stato così per Pasternak, che era stato mosso alla poesia dalla scoperta casuale di due libri di poesie che Rilke aveva donato a suo padre, e che poi era stato tratto fuori dall’incertezza circa la sua vocazione grazie a una lettera che lo stesso Rilke gli aveva scritto poco prima di morire: non poteva sognare nulla di simile, scriverà Pasternak molti anni dopo parlando di questa lettera, eppure non poteva esservi nulla di più confacente al suo destino.

È così per molti suoi personaggi che, incontrandosi per caso, scoprono il loro vero destino e ci indicano così come uscire dalla sterile alternativa nella quale viviamo, secondo la quale o tutto è guidato da una legge a noi estranea o tutto è retto dall’insensatezza: ancora una volta scopriamo la legge della poesia e dell’arte, dove tutto accade per caso ma nulla senza una ragione e il caso è la mano della Provvidenza che ci libera dalle ferree leggi dell’algebra e che, come nelle opere di Pasternak, ci offre la vita non come un terreno di conquista, ma come un dono sorprendente.

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