LETTURE/ Il falò del “Nome della rosa” non risparmia nemmeno Umberto Eco

- Sergio Cristaldi

La negazione dell’ordine dato in una trama orchestrata con accuratezza, l’apologia della contingenza unita al rigetto dell’evento. SERGIO CRISTALDI sul più noto romanzo di Umberto Eco

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Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)

Lo ha detto lo stesso Umberto Eco, in una recente intervista a Repubblica in occasione dei suoi 80 anni: il successo de Il nome della Rosa? «Per me continua a rimanere un mistero». Il professore pensava perfino di dare il romanzo «alla Biblioteca Blu, una collana di Franco Maria Ricci che tirava tremila copie». Non sappiamo se il professore lo avesse pensato davvero; di certo, di copie ne sono arrivate molte, molte di più. Una riflessione di Sergio Cristaldi sul più grande caso editoriale degli anni ottanta.

Pubblicato nel 1980, Il nome della rosa di Umberto Eco ha poco più di trent’anni. Li dimostra? Se apparirà una versione del romanzo riveduta e corretta, potremo valutare l’entità dei restauri. Intanto, non è inutile riprendere in mano la prima edizione, in modo da tener presenti le fattezze originarie del titolato best seller di qualità. Che l’autore meditò e scrisse con un occhio rivolto al XIV secolo e l’altro affacciato sulla scena contemporanea. Assicura Guglielmo da Baskerville – il frate minore eletto a protagonista anziano, con funzioni maieutiche verso il novizio benedettino Adso da Melk, attor giovane – che una grande ventata di rinnovamento si è esaurita: i movimenti religiosi fioriti a partire dal secolo XII non hanno trovato sbocchi effettivi, alcuni sono rimasti catturati dal riflusso, integrandosi nel torpido quadro istituzionale, altri hanno optato per una radicalizzazione estremistica, tanto clamorosa quanto insolvente.

In ogni caso, «la grande epoca della penitenza è finita, e per questo può parlare di penitenza anche il capitolo generale dell’ordine», s’intende l’ordine francescano, che ospita dentro di sé la divaricazione tra conformisti e contestatori, con la sua maggioranza rilassata, pronta a sottoscrivere l’inserimento nel tradizionale assetto ecclesiastico, e con la sua fazione rigorista, sulla difensiva nella dura trincea della povertà e della marginalità. Il dibattito tra l’uno e l’altro schieramento è peraltro superfluo, perché si sa già chi ha prevalso, così come lo si saprà nei primi anni 80 del secolo scorso. La lezione è agra, vi suona più l’accento del reduce che del pioniere. Sopravvive un filo al disincanto?

Guglielmo, sia in tutto o in parte una controfigura dell’autore, non milita né con la corrente di centro né con quella di sinistra, e tanto meno con le schegge impazzite che si situano al di fuori dell’alveo francescano, spingendo lo slogan dell’altissima povertà lungo una deriva terroristica (il gruppuscolo di fra Dolcino, ad esempio, inneggiante alla lotta armata). Il modello di Guglielmo non è un malinconico integrato né un apocalittico più o meno furente, piuttosto un frate che sa di scienza, Ruggiero Bacone, come dire l’intellettuale volto a «studiare i segreti della natura», in modo da usare il sapere «per migliorare il genere umano», intanto emancipando i propri simili da credenze arcaiche, quindi scortandoli verso un benessere più avanzato e maggiormente condiviso. Da liquidare la “vecchia” percezione del cosmo come rimando a Dio: i segni, di cui Guglielmo è investigatore alacre, e indubbiamente perspicace, possono condurre alle cause prossime dei fenomeni, non certo a quelle ultime, e bisogna limitarsi a inferire dalle tracce sulla neve che il sentiero è stato solcato da un cavallo, mentre è vano ogni tentativo di promuovere a vestigia del Creatore le variopinte creature assiepate su direttrici e svolte del mondo.       

Quella di fra Guglielmo è una semiologia ristretta, con invalicabili colonne d’Ercole oltre le quali non è lecito andare, secondo un tassativo ne plus ultra esente da deroghe. Fine dell’intersezione tra immanenza e trascendenza e piena autonomia dell’immanenza, senza gerarchizzazioni interne beninteso, non si decapita un Principio supremo per intronizzarne un altro in formato ridotto e con dimidiata sfera d’azione. Il mondo è un pulviscolo di particolari non aggregabili in categorie, le categorie sono puri nomi, secondo l’insegnamento di Occam, anche lui Guglielmo, come il nostro protagonista. Così le congetture umane si muovono in uno spazio «che non ha centro, non ha periferia, non ha uscita», e dove «ogni strada può connettersi con qualsiasi altra»; ad assicurarcelo, stavolta, è l’autore in persona, nelle sue Postille al nome della rosa, apparse nel 1983 su «Alfabeta» e poi accluse alle ristampe del romanzo. Non c’è dubbio, i paradigmi esplicativi che di volta in volta elaboriamo possono avere una portata complessiva, ma rappresentano una falsariga provvisoria, con momentanea utilità; probabilmente sono necessari, ma guai a farne un assoluto, al contrario bisogna avere l’accortezza di sbarazzarsene quando divengono palesemente scaduti e inservibili. Quanti modelli la scienza ha costruito, attuando di volta in volta una certa presa sulla realtà, un suo proficuo utilizzo, per doverli poi dichiarare obsoleti e passare ad altri di nuova generazione? Ma di fronte a essi non sta  una configurazione oggettiva, semmai un continuum amorfo, variamente riformulabile.

La trama del Nome della rosa risponde a questo assunto, ne rappresenta la dimostrazione sul piano narrativo. Un’abbazia benedettina rigurgitante di delitti, un frate-detective, Guglielmo stesso, che arieggia Sherlock Holmes (Il mastino dei Baskerville è uno dei romanzi con il celebre ispettore strepitoso protagonista), un novizio alle sue costole di nome Adso, insomma Watson: gli ingredienti di un godibile giallo in accordatura medievale ci sono tutti, ma contro le norme del genere, questo è un poliziesco che non prevede il trionfo finale dell’ordine sul disordine. Un monaco è morto precipitando da un’alta finestra, un altro colpito da una sfera armillare, un altro ancora a opera di un potente veleno, e così via, lungo sette macabri giorni, ciascuno col suo fardello di sangue. Ma è lecito ricondurre simili casi a un’oculata regia, a un riconoscibile copione, magari esemplato sulle sette trombe dell’Apocalisse

Certo, una responsabilità non indifferente va attribuita al vecchio benedettino Jorge da Burgos, se non che costui è tutt’altro che il deus ex machina annidato dietro tutte le anse della vicenda tetra, e Guglielmo alla fine se ne rende conto: «Sono arrivato a Jorge inseguendo il disegno di una mente perversa e raziocinante e non v’era alcun disegno, ovvero Jorge stesso era stato sopraffatto dal suo disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause, e di concause, e di cause in contraddizione tra loro, che avevano proceduto per conto proprio, creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno».  È il rigetto di un ordine dato del mondo; rigetto che destituisce sia la strutturazione acronica di leggi di natura e assiomi etici, sia il diagramma di uno svolgimento storico teleologicamente orientato. In termini medievali, hanno torto sia Tommaso d’Aquino che Gioacchino da Fiore; sul sottinteso versante moderno, restano screditate tanto la certezza intorno alle strutture palesi e latenti, quanto la fiducia nella marcia delle magnifiche sorti. Peccato che a mostrare l’assenza di ogni trama sia, in questo romanzo, una trama calcolatissima, accuratamente lubrificata, funzionale in ogni passaggio al suo scopo, con intima soddisfazione di tutti i lettori, specie dei più affezionati ai marchingegni dei giallisti di professione.

Sentina di crimini, la micidiale abbazia ospita anche una biblioteca ricchissima, tra le più prestigiose della cristianità. I misfatti si consumano (quasi) tutti, appunto, per i libri, delizia e croce dei principali personaggi del romanzo, quelli positivi come quelli negativi, accomunati dalla stessa incontenibile passione, obbedienti gli uni e gli altri all’archetipo del bibliofilo a caccia di pagine rare, di titoli introvabili. Il contrassegno del valore appartiene qui alla scrittura piuttosto che al mondo, sua caotica anticamera. Un libro domina in particolare le ossessioni comuni, pericoloso libro secondo chi lo sequestra sottraendolo alla lettura altrui, misterioso e attraente oggetto del desiderio per chi al contrario ne va in cerca, investendo nella quête energie a profusione, fino a rischiare, nientemeno, la vita. In un romanzo apparso qualche anno prima, il Quinto evangelio di Mario Pomilio, il volume ansiosamente cercato era un apocrifo che includeva e superava i quattro vangeli canonici; nel Nome della rosa, una rimodulazione in chiave secolare privilegia la Poetica di Aristotele, per la precisione la sua virtuale seconda parte, che non sarebbe pervenuta per il veto di una reazionaria censura. 

L’ha occultato il vecchio Jorge quel fascicolo eversivo, in grado di insinuare, con la sua trattazione impegnata del comico, che si può e si deve ridere di ogni presunta verità, che occorre far ridere la verità, portandola a scorgere il suo fianco esposto, la sua inevitabile approssimazione. È una decrepita casta di inquisitori, custodi arcigni di un’immobile teologia, di una presunta filosofia perenne, a interdire il sapere decisivo, quello che relativizza tutti i saperi, e così li tutela nell’unico modo possibile, iniettando in ciascuno l’antidoto del riso. Smascherato infine dalle investigazioni di Guglielmo (ma allora c’è un nocciolo da scoprire, così come c’è un avventuroso eroe della scoperta…), Jorge preferisce bruciare il manoscritto, provocando l’incendio della biblioteca e dell’abbazia intera.

Il monito è eloquente: l’apocalisse che ci minaccia, il ground zero che può riprodursi discendono dall’autoritarismo insofferente, dal bilioso rigurgito fondamentalista, ecco l’Anticristo in agguato contro cui prendere le debite contromisure, anche perché l’universo dei libri è fragile, fortemente esposto. Ma è solo l’incubo di censori tetri, alieni dal motto di spirito (unica eredità plausibile dello Spirito di Gioacchino da Fiore e del Geist di Hegel) a suscitare quel finale del romanzo così catastrofico, in cui Guglielmo è a sua volta sconfitto e il giovane Adso sente risuonare nel suo nome l’ombra cupa di Adso da Montier-en-der, il medievale compilatore di un libello sulla fine del mondo?

L’impressione è che l’explicit del Nome della rosa veicoli sottotraccia la diffidenza nei confronti dell’evento in sé, avvertito come cieco, insensato, ostile, da esorcizzare e distanziare il più possibile, sebbene la barriera protettiva dei libri somigli piuttosto alla linea Maginot che alla Grande Muraglia. La questione effettiva sarebbe allora non solo e non tanto la riscossa contro l’intolleranza e le sue varie reincarnazioni dai vessilli sempre univoci e aggressivi, quanto il rapporto con l’ingovernabile accadere, il cui gioco, all’insegna dell’imprevisto, non somiglia per nulla all’immobilismo fossile di monotone griglie teoriche, e nemmeno all’immancabile ascesa di grafici obbedienti al progetto e al calcolo, ma porta con sé una continua novità. L’opzione è pro o contro questo nuovo che si fa strada.

Qual è la vera natura dell’incendio alle nostre porte, dello sconvolgimento che scardina la pretesa di sapere e quella di non sapere? Nel romanzo di Eco, beninteso, le vampe finali alitano esclusivamente un simbolismo negativo. L’esaltazione della contingenza si è convertita nel sospetto verso il suo sporgere.

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