KOHL/ Buttiglione: la sua lezione alla Merkel (e a noi) non è ancora finita

- Rocco Buttiglione

Il 1° ottobre 1982 Helmut Kohl diventava cancelliere della Germania, che da lì a 8 anni si sarebbe riunificata. Due generazioni, la sua e quella di Merkel, a confronto. ROCCO BUTTIGLIONE

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Immagine di archivio

Mi sento spesso chiedere che differenze ci sono fra la Germania di Helmut Kohl e quella di Angela Merkel. Parlando di sé e della propria generazione Kohl spesso fa riferimento alla grazia di essere nati un poco più tardi (die Gnade der Spatgeburt). Lui è del 1930. Nel 1945 aveva 15 anni. Troppo pochi per avere commesso dei crimini ed essere stato in qualunque modo corresponsabile dell’orrore. Questa è la prima grazia. La seconda è avere visto e conosciuto l’orrore della guerra. È da questa esperienza che nasce la vocazione europeista di Kohl e della sua generazione. “Mai più la guerra in Europa” è un imperativo morale che si impone come una evidenza indiscutibile. Ad esso è legato un altro imperativo morale: “Mai più Auschwitz”.  È contenuta in questi due imperativi una visione della politica. Carl Schmitt ha scritto che la politica è la decisione sull’amico e sul nemico, sulla pace e sulla guerra. Per Kohl e la sua generazione questo significa che il compito fondamentale della politica è evitare la guerra e creare le condizioni della pace.

Si unisce a questo il sentimento forte di una colpa. La responsabilità dell’orrore, ovviamente, non è collettiva. La responsabilità penale ed anche quella morale sono personali. Non è tuttavia possibile sottrarsi al sentimento di una responsabilità storica del proprio popolo verso l’Europa. I tedeschi hanno commesso crimini orribili, e questo lo sanno tutti. I tedeschi sono stati puniti in modo orribile, e questo lo sanno solo i tedeschi. Le città sono state ridotte in polvere dai bombardamenti alleati: a Lipsia sono morte forse più persone che ad Hiroshima. L’Armata Rossa ha condotto nelle terre tedesche invase una guerra di sterminio: gli uomini sono stati uccisi, le donne violentate, milioni di persone sono fuggite verso l’ovest nel terribile inverno 1944/1945, molti di loro non sono mai arrivati. La divisione della Germania è stata per una generazione il segno della disgrazia tedesca.

La tragedia non è stata solo materiale. È stata anche e soprattutto morale. Il nazismo non era solo una dottrina politica, era una religione che dava un sentimento invincibile di appartenenza e di comunanza di destino. Era quella religione della nazione che, in forme meno virulente, aveva contagiato allora tutti i Paesi europei. Quella religione è fallita. La Germania ha sperimentato in modo ancora molto più intenso che non l’Italia quella che De Felice ha chiamato “la morte della patria”.

Dove ritrovare il senso positivo della identità tedesca? Per molti giovani come Kohl il riferimento spirituale sul quale ricostruire la propria identità culturale fu una fede cristiana profondamente vissuta sotto la guida di maestri come Romano Guardini o Josef Pieper. Il nazismo (ed il comunismo) furono visti come la conseguenza dell’abbandono della fede cristiana. Questa coscienza di fede è accompagnata anche dal sentimento forte di una vocazione politica: ricostruire la Germania su di una base cristiana. È questo il contesto nel quale la Democrazia Cristiana va al governo in Germania ed in questo contesto nasce anche la vocazione politica democratico cristiana di Kohl. 

La Germania ha completato rapidamente la propria ricostruzione ed è diventato il Paese più ricco d’Europa con un ruolo fondamentale anche nell’Unione europea. Kohl ha sempre rivendicato ed esercitato questo ruolo di guida, ma con tatto e generosità. Una volta mi ha detto “se vedo la bandiera tedesca la saluto una volta, se vedo la bandiera francese la saluto tre volte, perché mi ricordo del male che i tedeschi hanno fatto alla Francia”. Lo stesso avrebbe potuto dire di molte altre nazioni europee. Negli anni della riunificazione della Germania e dell’Europa, Kohl ha usato generosamente la forza della Germania al servizio di un disegno politico di riconciliazione e di pace. La visione politica ha prevalso sul calcolo strettamente economico. L’Europa è il benessere, ma non un benessere fine a se stesso, piuttosto un benessere per assicurare la pace. 

Angela Merkel appartiene ad un’altra generazione e ad un altro contesto spirituale. Anche questo non è un contesto solo individuale ma esprime il modo di essere e di pensare di un’altra generazione. La rottura generazionale, per la verità, non avviene con la Merkel ma piuttosto con Schroeder. La  nuova generazione di tedeschi istintivamente vorrebbe essere un popolo come tutti gli altri, senza una pesante memoria storica con cui fare i conti ed anche senza un ruolo di guida all’interno dell’Europa.

La nuova generazione è cresciuta in un mondo pacificato. Per loro la riconciliazione è un fatto compiuto ad anzi dato per scontato. Una guerra fra Francia e Germania è per loro inconcepibile e, quanto a questo, anche una guerra fra la Germania e qualunque altro Paese europeo. Il contenuto politico dell’Unione europea non viene sentito con la stessa forza e si è più proclivi a calcolare se e quanto l’Unione europea serva e chi ci guadagni di più o invece di meno. Si ha meno voglia di guidare ed anche meno voglia di pagare più degli altri o di rispettare le suscettibilità dei vicini. Il ’68 ha anche cambiato la sensibilità culturale. Invece di vedere nel nazismo la conseguenza dell’allontanamento dalla fede, molti vedono in esso l’espressione di una mentalità autoritaria che sarebbe condivisa anche dalle chiese cristiane e che dovrebbe essere superata in un assoluto relativismo. Questa crisi spirituale investe anche la Democrazia Cristiana, tentata di ridefinirsi in modo unilaterale come partito dell’efficienza economica piuttosto che come partito dei valori cristiani.

Angela Merkel guida una Germania profondamente cambiata e mostra chiaramente di comprendere benissimo gli umori del Paese che guida. Li condivide interamente? È capace, se necessario, di dire al popolo verità sgradevoli e di guidarlo e convincerlo invece di limitarsi a seguire le tendenze di superficie dell’opinione pubblica? Angela Merkel non è una persona senza convinzioni. Il padre era un pastore protestante che apparteneva alla Chiesa Confessante (die bekennende Kirche), la minoranza della Chiesa evangelica guidata da Niemoller e Barth che si oppose al nazismo. Mentre milioni di persone fuggivano dall’Est verso l’Ovest per sfuggire il totalitarismo comunista, il padre della Merkel emigrava dall’Ovest all’Est perché credeva davvero che il comunismo potesse costruire una nuova Germania. Evidentemente l’uomo si sbagliava, ma nessuno può dire che non avesse carattere. 

Anche la figlia in alcuni momenti ha mostrato di avere carattere. Dopo avere a lungo ondeggiato ha preso una posizione chiaramente europeista ed è riuscita a farla digerire all’elettorato tedesco. Ha preso l’impegno di non ostacolare le decisioni di Mario Draghi per la salvezza dell’euro ed ha messo a tacere rapidamente le resistenze che si sono manifestate. Adesso però sembra giunta al limite di ciò che la sua consumata abilità tattica può conseguire. Non si esce dalla crisi senza un rilancio forte dell’Unione politica dell’Europa e questo non si può fare senza una forte convinzione ideale. Se si dissolve l’euro, nel corso di una generazione o forse meno la guerra tornerà ad essere possibile in Europa. Se questa generazione non lo sente intuitivamente come quella precedente, sarà necessario spiegarglielo. Qui forse Angela Merkel ha bisogno di Helmut Kohl e di riscoprirsi sua discepola. 

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