LETTURE/ Cosa ci insegna il caso Carofiglio-Ostuni?

- Giuseppe Frangi

Lo stato dell’editoria di oggi si rispecchia nel caso della disputa tra lo scrittore Carofiglio e l’editor Ostuni nel dopo Premio Strega. Il commento di GIUSEPPE FRANGI 

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Gianrico Carofiglio (InfoPhoto)

Devo ammettere di provare una grande simpatia nei confronti di Gianfranco Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, un marchio “piccolo” che fa parte della grande scuderia editoriale Mauri Spagnol. Ostuni, all’indomani del premio Strega dove un suo libro correva tra i favoriti (quello di Trevi dedicato al rapporto tra Pasolini e Laura Betti), deluso per la sconfitta di misura, si è lasciato andare a valutazioni magnificamente scorrette. Le ripropongo, per dovere di cronaca, ma anche per una dichiarata ammirazione. «Finito lo pseudo fair play della gara, dirò la mia sul merito dei libri», ha detto. «Ha vinto un libro profondamente mediocre (quello di Piperno, che l’ha spuntata per due voti su Trevi, ndr), una copia di copia, un esempio prototopico di midcult residuale. Ha rischiato di far troppo bene anche un libro letterariamente inesistente (quello di Gianrico Carofiglio, arrivato terzo per sette voti, ndr) scritto con i piedi da uno scribacchino inesistente, senza un’idea, senza un’ombra di responsabilità dello stile, per dirla con Barthes».

Non so quanto Ostuni abbia ragione nel merito: non sono un critico letterario e dei tre libri in questione ho letto solo quello di Trevi. Ma una reazione così fuori dai denti, così poco obbediente ai formalismi, così “di pancia” mi ha trovato a priori consenziente. Del resto Piperno e Carofiglio sono due scrittori a cui non manca certo il successo, sono stabilmente in classifica, firmano sui grandi quotidiani, piacciono al grande pubblico nel senso che sono “ritagliati” sui gusti del grande pubblico.

Il seguito della storia è noto: mentre Piperno, il vincitore, ha elegantemente lasciato perdere, Carofiglio ha voluto citare in giudizio, con tanto di richiesta danni, Ostuni. Al che si è mossa una bella fetta di società letteraria, in particolare romana, che ha inscenato un flash mob contro la decisione di Carofiglio, settimana scorsa davanti ad un luogo letterariamente molto simbolico: il commissariato di Piazza del Collegio Romano, dove Carlo Emilio Gadda aveva immaginato lavorasse don Ciccio Ingravallo, il protagonista del suo Pasticciaccio. Una mobilitazione magari legittima nelle ragioni ma che evidenzia come bene ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere «uno snobismo civettuolo» e uno «spirito da clan». E a riprova dello spirito di clan, Battista ricorda che nessuno aveva inscenato proteste quando Saviano aveva avviato un’azione simile a quella di Carofiglio, causa civile con richiesta di risarcimento faraonica, contro Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, per una disputa attorno a un episodio della biografia del filosofo napoletano.

Non c’è nulla di che sorprendersi: questa è la situazione di fondo della società letteraria italiana, oggi caratterizzata da modeste ambizioni e da attenti calcoli di bottega. Così ben venga che uno come Ostuni, di tanto in tanto, almeno rompa le righe contravvenendo ogni tacita regola del gioco e spargendo veleni in modo poco calcolato, magari pestando i piedi a uno scrittore, Carofiglio, che ieri era magistrato e oggi è seduto sugli scranni del Senato della Repubblica. 

Visto che Gadda è stato evocato, immaginiamo che Gadda stesso si sarebbe divertito: ma non nel vedere il girotondo un po’ patetico sotto le porte del Commissariato del suo Ingravallo, bensì rileggendo quelle parole di Ostuni, incendiate da sano astio. Lui del resto era uno che non si tirava indietro quando si trattava di usar la parola come un bisturi, accusando i suoi colleghi di «dabbenaggine addobbata di sopraccigli», di «ottusità gocciolante di buoni sentimenti». E a protezione di tutti i “diffamatori” ricordava il sonetto che Cecco Angiolieri, poeta irrispettoso, riservò al grande Dante: «Dante Allighier, s’io son buon begolardo – tu mi tien bene la lancia alle reni.  – S’io pranzo con altrui, e tu vi ceni:  – S’io moro il grasso e tu ne succi il lardo». Non risulta che Dante abbia mai querelato né richiesto danni a quell’irriguardoso di Cecco…

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