ARTE/ Daumier, “sconfitto” ma fedele ai propri sogni

- Francesco Baccanelli

Insieme a Géricault e a Delacroix, a Courbet e a Manet, l’800 francese ci ha regalato anche Honoré Daumier (1808-1879), padre della satira moderna. FRANCESCO BACCANELLI

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Uno dei tanti Don Quijote di H. Daumier (1868, particolare. Fonte: Wikipedia)

Sul fronte della pittura l’Ottocento francese è stato splendidamente generoso. Infatti, insieme a Géricault e a Delacroix, a Courbet e a Manet, agli impressionisti e ai post-impressionisti, ci ha regalato anche Honoré Daumier (1808-1879), il padre della satira moderna. Con le litografie pubblicate su “La Caricature” e “Le Charivari” Daumier conferisce al genere una piena dignità artistica. 

La sua verve ironica, impreziosita da uno sconfinato campionario di situazioni, non si risparmia nulla e, senza scadere nella volgarità, mette alla berlina le debolezze umane. Daumier ne ha davvero per tutti. Ne ha per i potenti, come il re Luigi Filippo, che immortala nelle vesti di Gargantua beccandosi sei mesi di prigione. Ne ha per la gente comune, alla quale dedica tanto spazio da creare un’ampia “comédie humaine”. E ne ha perfino per i personaggi della letteratura.

In questa direzione la strada più battuta sembrerebbe quella della tradizione classica, che Daumier trasferisce con spregiudicata libertà (le “licenze poetiche” rappresentano una costante) nell’originalissima Histoire ancienne pubblicata da “Le Charivari” tra il 1841 e il 1843. 

Sono pochi i personaggi letterari che si salvano dalla sua matita. Achille, il primattore dell’Iliade, è spogliato della maschera da eroe e rimane vestito soltanto della sua permalosità. Non va certo meglio a Elena, che, sfornita della proverbiale bellezza, viene assorta a simbolo della lussuria: è infatti lei a rapire Paride e anche a guerra conclusa, tornata tra le braccia di Menelao, sembra già pronta per una nuova scappatella. Enea invece è un guerriero mingherlino dal naso enorme, che verso Didone mostra sollecitudine solo quando, col pretesto della pioggia battente, cerca di convincerla a entrare nella grotta. Accanto a loro, e a molti altri personaggi di fantasia, compaiono anche alcune figure storiche, come Socrate, Alessandro Magno, Apelle, i Gracchi, Giulio Cesare; figure appartenenti a epoche lontane dalla nostra – sembrano suggerirci le litografie – ma vicinissime a noi nei vizi e nelle debolezze.

Con un briciolo di patriottismo, Daumier guarda anche alla letteratura francese e così, oltre a divertirsi con le caricature di Victor Hugo e con i ricordi delle favole di La Fontaine, finisce per dedicare molta attenzione alle opere di Corneille, Molière e Racine. La rilettura più divertente è senza dubbio quella della figura di Rodrigo. Il protagonista del Cid, diviso tra l’amore per Chimena e l’obbedienza al proprio padre, viene infatti trasformato da Daumier in un indimenticabile tontolone che, non sapendo ragionare con la propria testa, rimane continuamente schiavo delle decisioni altrui.

La figura letteraria più amata dal nostro pittore è però don Chisciotte. All’hidalgo dedica stampe, disegni, dipinti. Lo studia a lungo e lo raffigura nelle più svariate situazioni. Chi si aspetta un don Chisciotte irriso, beffeggiato, rimarrà probabilmente deluso nel vedere le opere che Daumier gli dedica: nel raffigurarlo infatti mette da parte ogni sfumatura comica e punta dritto all’animo del personaggio. Non è semplice capire le ragioni di una simile scelta. Forse in don Chisciotte Daumier ritrova l’immagine di suo padre Jean-Baptiste, che aveva abbandonato la provincia (e un lavoro sicuro) per tentare la carriera di poeta a Parigi. O forse nel personaggio cantato da Cervantes vede addirittura se stesso. Infatti, nonostante le entusiastiche recensioni dei principali intellettuali del tempo (Baudelaire, ad esempio, riconosce in lui «uno dei rappresentanti più eminenti non solo della caricatura, ma dell’arte moderna in generale»), le tasche sono sempre vuote e molti – sua moglie in testa – non perdono occasione per criticare il suo attaccamento alla satira. 

A Daumier questi scogli, per quanto rognosi, non offrono comunque motivi sufficienti per congedare le amate litografie e così, giorno dopo giorno, continua a fare il lavoro che gli piace con la stessa dignitosa pazzia dei suoi don Chisciotte. Continua imperterrito a combattere la sua battaglia, convinto che a restare sconfitto non è chi viene emarginato dalla massa, ma chi getta al vento la vita senza inseguire i propri sogni.

 

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