RUSSIA/ Chi può salvare l’uomo quando è stanco di se stesso?

La sconvolgente esperienza di uomini passati attraverso la violenza del totalitarismo è la scoperta, nel proprio intimo, di un «nucleo che nulla riesce a toccare». ADRIANO DELL’ASTA

18.10.2012 - Adriano Dell'Asta
mosca_russia_stellaR400
Infophoto

In occasione del Convegno annuale, promosso da Russia Cristiana, Est-Ovest: La crisi come prova e provocazione. Al bivio tra negazione e riscoperta dell’io, che si svolge a Milano il 19-20 ottobre, presentiamo una sintesi dell’intervento di Adriano Dell’Asta, Direttore dell’Istituto italiano di cultura a Mosca.

Siamo in un campo di concentramento sovietico, un gruppo di prigionieri mutilati sta consegnando gli oggetti personali; tra questi ci sono le loro protesi; ad un certo punto viene il turno di un detenuto che ha questo scambio di battute con l’addetto all’operazione: «“Sicché, quello il braccio, quest’altro la gamba, poi un orecchio, una schiena, e questo qui l’occhio. Finiremo per mettere assieme un corpo intero. E tu cos’hai da darci?”. Ero nudo e mi esaminò attentamente. “Che cosa consegni? L’anima?”. “No” gli dissi. “L’anima non ve la do”». L’attualità del concetto di persona che caratterizza il pensiero russo del XX secolo sta tutta in questo passo dei Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov: l’uomo è un essere irriducibile. Non che abbia qualcosa di irriducibile, è lui stesso irriducibile; non è una cosa o una somma di cose, non vale per qualche virtù particolare o per la somma di tutte le virtù, ma proprio in quanto persona.

La sconvolgente esperienza di uomini passati attraverso la violenza del totalitarismo è la scoperta, nel proprio intimo, di una «sorta di nucleo che nulla riesce a toccare», per usare un’espressione del filosofo Nikolaj Berdjaev, che pure visse nel 1922 l’esperienza del «Terrore rosso», fu sottoposto a interrogatori da Dzeržinskij («l’uomo che aveva creato la Ceka, era un nome insanguinato che terrorizzava tutta la Russia»), e d’altro canto attestava lui stesso di avere un’«anima malata», parlando di «turbamenti emotivi»; ebbene, se fra simili contraddizioni Berdjaev seppe dar prova di tanta fermezza il motivo va evidentemente cercato in qualcosa di diverso rispetto alle virtù o ai difetti personali.

È il paradosso più volte ricordato da Solženicyn; uno dei suoi personaggi, rivolgendosi a un alto esponente del regime, osserva: «Voi siete forti soltanto nella misura in cui non togliete agli uomini tutto. Ma un uomo a cui avete tolto tutto non è più in vostro potere, è di nuovo libero». In contrapposizione all’uomo sovietico, che «suona con orgoglio» (come diceva una canzone propagandistica di regime), queste persone sono degli «scossi» (secondo un’espressione di un altro autore dell’Europa orientale, il filosofo ceco Jan Patocka): uomini toccati e profondamente mutati dalla scoperta che l’uomo non è solo, non è padrone e creatore della propria vita e del mondo, ma ha un «fondamento primo» che è altro da lui e di cui ha «nostalgia»; uomini che, proprio grazie a questa scoperta, hanno capito che non possono essere schiavi di niente e di nessuno che sia di questo mondo, né delle proprie voglie, né delle voglie del potere, e quindi resistono; proprio questo scotimento dà alla loro persona un «io» stabile attraverso tutti i mutamenti.

Madre Marija Skobcova, ortodossa russa emigrata a Parigi che avrebbe dato la vita scambiandosi in un lager nazista con un’altra prigioniera, coglieva la vera vertigine della libertà, dicendo: «A cosa ci impegna il dono della libertà che ci siamo trovati addosso?.. Nel campo della vita spirituale non c’è posto per il caso, né ci sono epoche più o meno fortunate, ci sono invece dei segni che bisogna capire e delle vie che bisogna seguire. E noi siamo chiamati a grandi cose, perché siamo chiamati alla libertà». A uomini simili può essere tolta persino la vita, ma loro possono disarmare il carnefice facendogli dono del proprio essere. Al suo vertice massimo è l’esperienza del martire, da Massimiliano Kolbe a madre Marija; come avrebbe detto più tardi Patočka, «esistono cose per cui val la pena soffrire, e che le cose per cui eventualmente si soffre sono quelle per cui val la pena vivere», in un’assoluta disponibilità al sacrificio di sé e, continua Patočka, del proprio «giorno». Dove l’uso di questa espressione, il parlare della rinuncia a una dimensione diurna deve farci capire che il sacrificio di cui si sta parlando ha un’estensione molto ampia: va dal sacrificio della vita e della libertà per un detenuto in un campo di concentramento al sacrificio del benessere e del prestigio sociale per un libero, al sacrificio dei propri progetti per ciascuno di noi; un sacrificio che, precipitandoci nella notte, ci spinge alla ricerca delle stelle.

Una delle tragedie del mondo contemporaneo, invece, ciò che rende la sua vita insopportabile e piena di angoscia – ciò che genera, in definitiva, la crisi − è il fatto che «l’uomo si è stancato di se stesso»; ha sì creduto di potersi affermare meglio e più pienamente liberandosi di Dio, ma in realtà ciò che ha ottenuto è esattamente il contrario. «Il problema fondamentale dei nostri giorni non è il problema di Dio – come pensano molti, come pensano spesso anche i cristiani che esortano alla rinascita cristiana, – il problema fondamentale dei nostri giorni è innanzitutto il problema dell’uomo», dice Berdjaev, e quindi precisa: «gli uomini hanno rinnegato Dio, ma così facendo non hanno messo in dubbio la dignità di Dio, bensì la dignità dell’uomo. L’uomo non può tenersi in piedi senza Dio. Per l’uomo Dio è appunto l’idea suprema, − la realtà che edifica l’uomo».

Gli uomini rinnegando Dio non hanno soltanto rinnegato l’uomo, ma hanno finito col distruggere il mondo stesso e la vita. Senza un Dio davanti al quale riconoscere il proprio peccato e dal quale attendere la salvezza, l’uomo non solo è ridotto a un essere inevitabilmente senza speranza, ma i suoi mali e le sue disgrazie restano appese al nulla. 

Questa prospettiva cristiana di apertura a un percorso di rinascita e di superamento dei vicoli ciechi in cui sembra precipitarci ogni crisi è una prospettiva propriamente umanistica, nella quale cioè il riferimento a Cristo è tale da superare ogni vecchia contrapposizione tra umano e divino, laico e religioso, medioevo e rinascimento, ragione e fede. La persona irriducibile è tale perché è modellata sulla Persona di Cristo, unità perfetta del divino e dell’umano.

 

Il convegno dal titolo ‘Est-Ovest: La crisi come prova e provocazione. Al bivio tra negazione e riscoperta dell’io’, attraverso due sessioni che avranno luogo rispettivamente a Milano e a Mosca, intende interrogare da vicino due poli culturali e politici europei su tematiche collegate fra loro ma anche specificamente inerenti al contesto locale.

La prima sessione, milanese, tratterà più globalmente problematiche russe ed europee, lasciando spazio ai tentativi di individuare la natura della crisi, le sue componenti e prospettive di soluzioni. Nella seconda sessione, a Mosca, sarà invece in primo piano il rapporto Chiesa-società, attraverso pagine di storia e di attualità tratte dalla storia occidentale e, in particolare, italiana. Qui il programma del convegno

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori