STORIA/ La pietà di Schuster sulle rovine dell’”inutile strage” di bambini a Gorla

- Giuseppe Reguzzoni

Durante i bombardamenti del 20 ottobre 1944, un ordigno raggiunse la scuola elementare di Gorla, a Milano, provocando la morte di 184 bambini. GIUSEPPE REGUZZONI

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Foto: InfoPhoto

Il 20 ottobre 1944 fu una delle giornate più terribili per la città e la popolazione di Milano, investita da ben tre ondate di bombardamenti alleati. Trentotto B24 del 461.mo Bomb Group colpirono gli stabilimenti Isotta Fraschini, altri ventinove, del 484.mo, lo stabilimento dell’Alfa Romeo. Contestualmente, dall’aeroporto di Foggia erano decollati trentasei B24 del 451.mo, al comando del colonnello James Knapp, con il compito di distruggere gli stabilimenti della Breda, a Sesto San Giovanni. Nei piani della 15.ma Air Force Usaaf l’obiettivo era quello di piegare la capacità di produzione bellica della Repubblica di Salò, fiaccando la resistenza, anche morale, delle forze italo-tedesche. Quest’ultima finalità passava attraverso la strategia dei “bombardamenti a tappeto”, con cui si mirava a punire e piegare la popolazione civile. Mentre i primi due attacchi ebbero successo, concentrandosi sugli obiettivi industriali indicati, il terzo, almeno stando ai resoconti ufficiali, si risolse in un errore tecnico, da cui derivò un’immane tragedia umana.

Le cronache ufficiali parlano di un’errata trascrizione delle coordinate in codice, per cui, una volta raggiunta la città di Milano, lo stormo deviò di 22° a destra, invece che a sinistra. Il comando, una volta constatato l’errore, ritenendo impraticabile un secondo volo di allineamento, decise di far sganciare il carico di bombe, ormai innescate, sull’abitato, invece che sulla campagna circostante o sul Mare Adriatico, durante il volo di ritorno. Sui quartieri popolari di Gorla e Precotto si rovesciarono così 342 bombe, per un totale di circa ottanta tonnellate di esplosivo.

Una di queste bombe attraversò il vano scale della scuola elementare “Francesco Crispi” di Gorla, sino a raggiungere il rifugio sotterraneo, provocando in tal modo la morte di 184 bambini e di tutto il corpo docente, oltre che di molte altre persone nel vicinato (tra cui altri venti bambini in tenerissima età). 

È difficile, se non impossibile, stabilire quanta volontà ci sia stata di compiere quell’inutile strage. Il colonnello Stefonowicz del 49.mo “Wing”, da cui dipendeva il 451.mo Bomb Group, nel suo rapporto dichiarò che quella missione era stata un fallimento totale a causa della scarsa capacità di giudizio e del poco lavoro di squadra.

Certo, si può ragionevolmente supporre che la scuola non fosse l’obiettivo diretto dell’incursione. Gli aerei volavano a circa 7-8mila metri di altezza e a una velocità di 260 km/h. Non erano riusciti a individuare e centrare gli estesissimi capannoni della Breda. Difficile pensare che abbiano intenzionalmente centrato la tromba delle scale della “Crispi”. Le bombe, allora, non erano “intelligenti”, né pretendevano di esserlo. Non lo sono neppure oggi, malgrado le dichiarazioni di intenti degli alti comandi militari. La storia della scuola elementare di Gorla non ha nulla a che fare con l’intelligenza, ma, forse, proprio con l’assurdità della guerra e la falsità della propaganda. 

Era falso che i “liberatori” rispettassero la popolazione civile. Era falso che gli obiettivi fossero solo militari (la guerra del terrore mirava, invece, proprio alla popolazione civile e indifesa). Era falsa la propaganda di un regime, quello fascista, che voleva costruire l’Impero e “fare gli italiani”, e non riusciva nemmeno a proteggere la propria popolazione e a costruire rifugi aerei degni di questo nome. Era falso e ipocrita l’uso che il regime fece della notizia di quella strage in funzione di propaganda antiamericana. È falso e ipocrita il silenzio che su quell’evento è calato nella storiografia ufficiale del nostro Paese, nella volontà di riscrivere la storia in termini non reali, ma surrettiziamente ideologici.

Sul monumento che ricorda i “piccoli martiri” di Gorla sta scritto: «Ecco la guerra». La guerra è quasi sempre un’inutile strage, come aveva acutamente osservato papa Benedetto XV, di cui il generale Cadorna diceva che andasse fucilato come “disfattista”. Quando la strage riguarda delle vittime innocenti e un luogo di pace come una scuola, è ancora più evidente la sua inutilità.

Don Ferdinando Frattino, insegnante di religione alla Crispi, fu tra i primi ad accorrere tra le macerie della scuola di Gorla. Così ricorda l’arrivo del card. Schuster: «Il Cardinale Arcivescovo comparve poco dopo le 13 sul luogo dell’incursione. Dovevo essere a scuola a far lezione di religione: quel giorno per gli impegni parrocchiali non vi andai (…). Accorsi e mi trovai di fronte a un mucchio di macerie. Le scale erano crollate insieme ai bambini che stavano scendendo; gli alunni che erano arrivati per primi al fondo li trovammo come se dormissero. Quelli sulle scale rovinati e schiacciati. Appena il Cardinale mi vide sporco e lacero, mi chiamò due volte per nome: don Ferdinando! Don Ferdinando!».

Una madre, Gina Fiorentini, a distanza di anni ricorda l’accaduto: «Ero ferma davanti alle macerie della scuola crollata, ci sono stata per ore, e il mio bambino era là sotto. Era di venerdì, soltanto alla domenica mio marito l’ha trovato all’obitorio, tutto nudo ma bello, l’ha riconosciuto dai capelli che erano biondi. A fianco a lui c’erano dei sacchi con pezzi di bambini».

La guerra moderna colpisce soprattutto i civili, colpisce nella «massa», indistinta e quasi senza nome. La sua assurdità sta anche in questo. Proprio a partire dai bombardamenti a tappeto della seconda guerra mondiale e dagli orrori dei campi di sterminio e di concentramento è evidente che la guerra non ha di mira l’apparato militare, ma quello civile. Essa annichila ciò che ci fa essere civiltà: l’avere un nome e una storia, riducendoci a orrore, numero di morti e vergogna di ricordare.

Il Cardinale «mi chiamò due volte per nome». Non era solo la volontà di consolare, antica e nobile opera di misericordia insegnata dalla Chiesa, ma il desiderio che ciascuno avesse un volto, il ricordo amoroso e personale di chi era rimasto in vita e di chi la guerra aveva spazzato via.

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