LETTURE/ Perché un grande amore non può darci la felicità?

- Valerio Capasa

Dopo aver sperimentato l’insoddisfazione di tutte le cose, crediamo che invece il “grande amore” ci basti. Un inganno che la lettura di Noventa aiuta a smascherare. VALERIO CAPASA

scuola_studente_esame6R400
Tracce tema di Maturità 2016 (Infophoto)

Cosa cambia in noi dopo aver letto un libro? Se anche il libro è bello, e ci lancia in profonde riflessioni, alla fine la nostra vita non rimane forse tale e quale? Potremmo affermare lo stesso di un film, di un cielo stellato, di un incontro importante: cosa cambia dopo? Il problema, tuttavia, non sta nell’oggetto, bensì nel nostro sguardo: con quali occhi entriamo in rapporto con quel libro?

Per esempio, io ho letto Uomini e no di Elio Vittorini senza nemmeno sospettare che quel romanzo nascondesse alcune dinamiche fondamentali dell’amore, decisive non soltanto per i suoi personaggi.

Ha saputo scovarle, invece, un poeta come Giacomo Noventa. Che in un saggio del ’46 intitolato Il grande amore scava nella storia del protagonista, dal nome in codice Enne 2, e del suo amore per Berta, l’unica persona che sembra possa dare senso a una vita che «ha il suo deserto intorno, e non il suo soltanto», dispersa in una sfibrante lotta partigiana in cui «non c’era che resistere per resistere, o non c’era che perdersi». Ogni volta che Berta si affaccia nel suo orizzonte, l’esistenza di Enne 2 trascolora: «Quando tu ci sei non vedo nulla che si sia perduto».

Noventa a questo punto si inoltra nell’abisso in cui il grande amore – che incarna ciò per cui vale la pena vivere – si identifica con la grande illusione: che la persona amata possa rispondere a tutta la domanda del nostro cuore: «il nostro grande amore continuerà a darci l’impressione di poter rispondere a ogni domanda, e di poter appagare ogni richiesta che noi gli facciamo: senza lasciarci avvertire il bisogno di chiedere aiuto al prossimo intorno a noi e alle stelle sopra di noi».

Dopo aver sperimentato l’insoddisfazione di tutte le cose, crediamo che invece il «grande amore» ci basti. In mezzo alle tempeste della vita, ci convinciamo a poco a poco che saremmo felici se fossimo amati, se ci fidanzassimo, e poi se ci sposassimo, e poi se avessimo dei figli (senza renderci conto che, invece, il problema della felicità si moltiplica: prima era solo nostro, ora ci portiamo addosso anche quello dei nostri amori). «Un uomo è felice quando ha una compagna», dice Selva a Enne 2.

Il mondo, pian piano, svanisce al cospetto del bel rifugio che, come accade a Io (una sorta di voce della coscienza di Enne 2), possiamo costruirci: «Il pericolo di Io è proprio quello di vendere tutta la sua curiosità e tutta la sua umiltà di fronte all’universo per il breve, o lungo, e sia pure matrimoniale, uso di una donna: di non accorgersi che il segno dell’amore, il segno del convertirsi di un grande amore in un amore vero e proprio, è proprio il contrario di ciò che egli crede: ed è, insieme al desiderio per la creatura, per la stessa creatura che ci serviva da pretesto o per un’altra non importa, il sentir nascere l’impossibilità di continuare a sottoporla, lei o qualunque altra non importa, a quelle domande e a quelle richieste a cui una creatura non può rispondere». 

Quando, allora, «un grande amore» diventa «un amore vero e proprio»? Quando capiamo che esso – pur essendo grande, anzi proprio perché è grande, e quanto più lo desideriamo – non può rispondere. «Se una creatura potesse rispondere alle nostre domande e placare la solitudine e l’angoscia da cui sorgono, noi potremmo considerarla non solo come la nostra compagna ma come tutto l’universo e tutto il divino, come tutto quello della cui esistenza abbiamo bisogno di essere sicuri per vivere umanamente e che è poi tutto quello che Enne 2 ed Io ed E.V. chiedono a Berta di essere». 

Ma il vertice dell’amore sta nell’accorgersi che l’altro merita infinitamente di più di quanto posso dargli io: le mie parole, i miei gesti, io stesso sono troppo poco. Ed è più facile capire l’infinita dismisura del nostro cuore pensando a chi amiamo che pensando a noi: la vita, a noi, andrebbe anche bene così com’è, ma per chi amiamo desideriamo qualcosa che non possediamo, e nemmeno sapremmo definire. Quanto più amo, tanto più diventa evidente che non sono io a poter dare la felicità all’altro, e che ho bisogno di qualche altra cosa che salvi entrambi. Altrimenti viviamo una finzione: «Se una creatura potesse rispondere… ma non può che fingere. E se una creatura finge di poter rispondere noi possiamo fingerci contenti». 

L’inganno sta nel convincersi che l’altro sia il motivo per cui vivere. Enne 2 lo pensa di Berta: «Tu ogni cosa. Sei stata ogni mia cosa, e lo sei». Una frase struggente, eppure falsa, proprio perché totalizzante. A chi, infatti, potremmo coscientemente dire «tu ogni cosa»? Come le amicizie, le idee, le cose che facciamo, nemmeno un grande amore basta a farci «vivere umanamente»: se non ci è chiara la sua incompiutezza, se non cerchiamo da subito cosa possa sostenerlo, saranno le circostanze stesse a incaricarsi di svegliarci dolorosamente. E non perché l’amore a un certo punto si spenga, ma perché il sentimentalismo iniziale nasconde il seme del cinismo finale: «Tutti i grandi amori che hanno voluto realizzarsi, in cui la donna o l’uomo hanno finto di poter rispondere e la risposta è stata accolta, conoscono queste scene selvagge, e addirittura bestiali, di ribellione al proprio destino di pretesti. Tutte le famiglie, che sembrano così decorose e splendenti, dove il marito è l’unica ragione di vita della moglie e la moglie del marito e i figli dei genitori e i genitori dei figli, tutte le collettività anche non naturali che si costituiscono intorno ad amori simili, mandano odor di serraglio».

Un rapporto che non apra alle stelle puzza di chiuso, un amore che non spalanca all’universo ma pretende di esserlo marcisce. Al protagonista di Uomini e no succede la drammatica fortuna di incontrare una donna come Berta, che «non si rifiuta soltanto ad essere la creatura di un attimo», ma che «non vuole prendere accanto a lui, né concedergli, il posto dell’universo e di Dio». Che questo lungo e sincero amore non giunga al coronamento si rivela un’occasione provvidenziale: per scoprire che la persona che diciamo di amare non è la proiezione dei nostri sentimenti. Un po’ come quando capita che lui pensi a lei dalla mattina alla sera, senza che lei esista ancora: innamorato, più che dell’altra, del proprio innamoramento per lei (e non è un caso che, quasi sempre, quando si attenua il sentimento scompaia anche la persona amata: che dunque non era mai esistita, non era mai stata davvero un tu, offuscata dalle fluttuazioni dell’io). 

Ecco cosa mi cambia dopo aver letto un libro (incrementando il mio sguardo con quello di chi sa guardare meglio di me): che l’altro c’è, irriducibile, con una domanda con cui mi tocca fare i conti, a cui in nessun modo posso rispondere, e che pure urge una soddisfazione. Ora sono anch’io «di quelli che sanno, anche se i loro grandi amori sono destinati a non spegnersi mai, che qualche cosa esiste oltre la poesia e le sue foreste di poetici simboli: che qualche cosa e qualcuno esiste: che gli uomini esistono: non come creature di altri uomini, ma come creature di Dio».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori