ILDEGARDA DI BINGEN/ Una “neodottoressa” di ferro che dà lezioni alla Thatcher

- Rino Cammilleri

La proclamazione a dottore della Chiesa di santa Ildegarda di Bingen può ingenerare l’impressione che fosse una specie di straordinaria eccezione. Il commento di RINO CAMMILLERI

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Santa Ildegarda di Bingen

La proclamazione di santa Ildegarda di Bingen “dottore della Chiesa” può ingenerare nei nostri contemporanei, avvezzi (perché plagiati) a usare lo stomaco al posto del cervello – cioè l’emotività in luogo del raziocinio – per comprendere il mondo circostante, può ingenerare, dicevamo, l’impressione che Ildegarda, vissuta al tempo di Federico Barbarossa, fosse una specie di straordinaria eccezione, specialmente nella sua epoca.

Certo, eccezionale lo era, come lo sono tutti i santi. Non a caso anche santa Teresina di Lisieux è dottore della Chiesa, pur non avendo brillato per erudizione e contatti coi Vip internazionali della politica. Il cristianesimo, fin dall’inizio e senza bisogno di quote rosa, ha semplicemente liberalizzato l’accesso alla santità, così che chiunque, uomo o donna, bambino o adulto, povero o ricco, dotato o limitato, potesse conseguire, se lo voleva e a Dio piacendo, la Sapienza. Non a caso il cristianesimo (cattolico) è l’unica religione che ha al suo vertice, subito dopo Dio stesso, una donna, Maria, invocata anche come speculum sapientiae. Che non era – a differenza di Ildegarda – consultata da papi e imperatori, almeno finché fu in terra.

Il cristianesimo ebbe questo, di rivoluzionario, rispetto ai tempi che lo avevano preceduto: le cose le faceva chi le sapeva fare, senza preclusioni di sesso, di età, di provenienza e di censo. Nei secoli cristianissimi, una Cristina da Pizzano (o Christine de Pisan, se si preferisce la dizione provenzale) arrotondava tranquillamente i suoi proventi scrivendo romanzi e poesie, che vendeva a buon prezzo, nel tempo libero da casalinga. Le regine erano copiose come i re, e stiamo parlando della massima carica politica. Ci informa la medievista Régine Pernoud che c’erano pure donne crociate, anche se non abbondavano per il semplice motivo che in guerra si usava il braccio, non il dito (per il grilletto).

La scarsa menzione storica è dovuta al fatto che nessuno sentiva l’esigenza di sottolineare la presenza di donne nei vari campi, quasi fosse un fatto, appunto, eccezionale. Addirittura, un Robert d’Arbrissel poteva con la massima serenità fondare un ordine “doppio”, quello di Fontevrault, nella cui abbazia risiedevano monaci e monache che, pur stando in edifici separati, avevano in comune gli uffici liturgici e la mensa. 

Per giunta, il fondatore aveva preteso che a comandare su tutti ci fosse una donna, un’abbadessa, e che questa fosse scelta non tra le vergini bensì tra le vedove, affinché fosse provvista di esperienza di mondo. Certe badesse medievali avevano rango vescovile, portavano il pastorale e lo stesso diritto di precedenza dei vescovi.

I problemi per le donne in quanto tali cominciarono con l’Umanesimo e il Rinascimento, quando la riscoperta del mondo «classico» fece venire di gran moda la grecità e la romanità. Comprese le loro mentalità sessiste. Così, poco alla volta, alle donne viene imposto il cognome del marito, viene interdetta la firma di contratti senza la di lui approvazione, viene vietata l’arte medica, in un crescendo che culmina con Lutero, il quale proibisce loro anche la carriera religiosa. Ed ecco le donne diventate, per forza, «angeli del focolare». E basta. Diventa un ricordo sbiadito il tempo in cui un’analfabeta come santa Caterina da Siena era in grado di far tornare a Roma il papa (per giunta francese) dopo i settant’anni avignonesi imposti da Filippo il Bello.

Ancora nel terzo millennio si celebra con un film l’eccezione di una “dama di ferro”, la Thatcher, che si è imposta senza bisogno di corsie riservate. E l’unico film in cui compare –di sguincio- Ildegarda di Bingen è Barbarossa, di Renzo Martinelli (che ha pure dovuto difendersi dall’accusa di aver fatto un’opera “leghista”). Naturalmente vi appare come una specie di visionaria isterica e funerea, quasi che l’imperatore germanico fosse andato a consultare la sua cartomante di fiducia. Ma va bene così. In fondo, se oggi qualcuno facesse un film su di lei, sarebbe già tanto se non affidasse il ruolo a Sabina Ferilli. Per cui, amici  registi, lasciate perdere. Per vedere Ildegarda al cinema preferiamo aspettare tempi migliori. Ci è bastato Agorà

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