IDEE/ Si può cambiare una tradizione?

Che senso ha quel passato così “particolare” al quale (non) siamo legati, e che arriva fino a noi? Un dato certo è che qualsiasi tradizione oggi non è più scontata. FRANCESCO BOTTURI

02.11.2012 - Francesco Botturi
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Immagine di archivio

L’idea di tradizione è oggetto di disputa nella filosofia e nella cultura moderne. Una disputa che ancora ci riguarda, in un tempo in cui le tradizioni si ritrovano nel contesto inospitale di una globalizzazione tecnica e finanziaria che non ama le identità e le differenze, ma in cui d’altra parte il senso della tradizione e dell’appartenenza non è sopito, anzi si è ridestato. 

È interessante notare che nella disputa moderna sulla tradizione è determinante l’idea di verità. Due orientamenti estremi definiscono la tradizione come non-luogo oppure come luogo di verità: la visione illuminista e positivista da un lato, e quella romantica e tradizionalista dall’altro. 

Nel primo caso la tradizione ha un significato inerziale e residuale, come tramandamento di forme culturali che non hanno legittimazione se non il fatto stesso di esserci e di perdurare nel tempo. La tradizione è un prodotto del “sonno della ragione” critica, una fattualità oscura che va illuminata e che in tale illuminazione trova la sua dissoluzione. Nel secondo caso, quello del romanticismo tradizionalista, la tradizione è invece per eccellenza l’organo della verità, perché in essa risuona l’eco delle origini e dell’Origine, cioè del rapporto dell’uomo alla Verità divina. 

Nella filosofia  contemporanea il tema della tradizione si ripropone nel pensiero ermeneutico. Se all’impresa ermeneutica non fosse sotteso il filo della tradizione, l’estraneità tra soggetto e oggetto (forme culturali) o tra i soggetti autori di interpretazione sarebbe insuperabile. Qui la tradizione è una comunanza dinamica entro cui è possibile l’incontro e la sua verità.  

In tempi più recenti una ripresa interessante del tema della tradizione è presente nel neocomunitarismo, che in un autore come MacIntyre è svolto in una chiave sociale originale. La tradizione è intesa come l’autocomprensione vivente della comunità e questa come l’atto di sintesi storica di una tradizione. La modalità culturale di tale sintesi ha la forma di narrazione. Ma  la tradizione è fatta anche di forme pratiche vigenti, misurate da criteri di eccellenza, da “virtù”. La tradizione è dunque il fenomeno di trasmissione narrativa di pratiche e dei loro criteri di eccellenza, e tale trasmissione dà forma storica alla comunità.

Quanto abbiamo richiamato sinora offre una pluralità di posizioni teoreticamente distanti, che tuttavia si potrebbe tentare di unificare in un percorso ideale che integra i contributi delle diverse linee di pensiero: la verità della tradizione, intesa come produttività di forme di una vita comunitaria, vive interpretando e interpretandosi e rinvia al problema dell’origine più che culturale del senso. In altri termini, il destino della verità di una tradizione non sono necessariamente il relativismo e la dispersione, bensì l’esperienza storica della verità e la sua apertura, dall’interno delle culture, al Fondamento di ogni verità.

C’è un altro aspetto della verità della tradizione che resta da indagare: la verità nel suo senso soggettivo. Sotto questo profilo è rilevante piuttosto l’aspetto attivo e attuativo della tradizione, il suo farsi piuttosto che il suo essere stato e il suo contenuto. Per comprendere la cosa si potrebbe sfruttare la differenza di significato di due verbi latini: tradere e transmittere, tramandare e trasmettere; il primo dei quali esprime di più l’idea della consegna di qualcosa a qualcuno, mentre il secondo esprime di più l’idea di affidare a qualcuno qualcosa. La traditio mette in evidenza il contenuto, la transmissio il coinvolgimento soggettivo di chi riceve. 

Il linguaggio primario di un tradizione è quello narrativo, che non è solo uno strumento comunicativo, ma entra intimamente nella vita del soggetto. La fabulazione narrativa è la premessa indispensabile affinché il piccolo d’uomo impari a rapportarsi alla realtà e a maneggiarne i significati, introducendosi al mondo dell’esperienza già trasmessa e a quella ancora da vivere. Così anche la tradizione, in quanto racconto di eventi significativi, memoria di valori importanti, modello di relazioni esemplari, ecc. ha a che fare con la costituzione soggettiva e con la sua generazione come protagonista di storia.

In altri termini, una tradizione è vivente se non si limita a essere solo un tradere, ma è anche un transmittere, un affidare alle nuove soggettività (singole o collettive) chiamate a prendere posizione rispetto ad essa. Ancora una volta, una tradizione è viva se non si limita a trasferire dei contenuti, fossero anche valori, ma si offre come patrimonio (patris munus), dono di paternità, di cui appropriarsi e da cui prendere le distanze. 

Le patologie della tradizione vera sono allora facilmente diagnosticabili, sia sul fronte della tradizione stessa, sia su quello dei suoi riceventi. Sul primo fronte la riduzione delle tradizione a sola traditio, a trasferimento di significati e contenuti, di valori e comportamenti senza la trasmissione delle condizione di esperienza che li aveva prodotti, per cui sia reso possibile il coinvolgimento dei destinatari. È questo il principio di un tradizionalismo intellettualistico e/o moralistico, destinato a un decadimento più o meno traumatico.

Sul secondo fronte – spesso esito in reazione al precedente fallimento – la patologia di un individualismo astratto o di un nichilismo concreto che ha perso la percezione dell’indispensabile appartenenza generatrice del soggetto, e pensa perciò l’inizio come azzeramento dell’alterità significativa e lo sviluppo come autorealizzazione sufficiente. 

 

Traditio e transmissio sono due dimensioni, indispensabili e irriducibili, dell’identico fenomeno e della sua verità. Solo l’unità-differenza di tali dimensioni rende possibile la vita di una tradizione ovvero l’esistenza di un’eredità non solo come sanzione di un passato, ma anche come possibilità per un avvenire. Non è la commemorazione di un passato che fa essere una tradizione, ma la memoria generatrice, nel presente, del futuro. 

 

Il testo è una sintesi dell’intervento tenuto dall’autore in occasione del recente convegno Tradition and innovation, organizzato da philosophicalnews.com presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano.

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