LETTURE/ Come trovare la verità nell’”assedio” delle cose

- Edoardo Rialti

Ieri a Firenze si è svolta la VII edizione di Performance d’Autore, manifestazione di Diesse Firenze. Quest’anno era dedicata a Clemente Rebora. La lettura di EDOARDO RIALTI

rebora_R439
Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)

Ieri a Firenze si è svolta la VII edizione di Performance d’Autore, manifestazione di Diesse Firenze dedicata a scrittori e poetiche non sempre è stato finora possibile valorizzare adeguatamente nei programmi scolastici. Nelle edizioni passate centinaia di studenti da tutta Italia hanno avuto così modo di paragonarsi con il genio artistico di Palazzeschi, Papini, Caproni, Luzi, Betocchi, Campana. Questa edizione è stata dedicata al poeta e sacerdote Clemente Rebora, e vi hanno partecipato oltre 500 studenti, aiutati ad incontrare Rebora dagli interventi dei poeti Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano e del dott. Simone Magherini. Proponiamo l’introduzione di Edoardo Rialti.

“Qualunque cosa tu dica o faccia
c’è un grido dentro:
non è per questo, non è per questo!”

“Qualunque cosa”: non c’è evento, circostanza, dettaglio, grande o piccolo, lieto o doloroso, che non sia oggetto dell’attenzione e dello sguardo di Clemente Rebora; è egli stesso ad accusare questo vero e proprio assedio del reale, che provoca ed insiste: “l’egual vita diversa urge intorno”; una vita – la sua, la nostra – che è appunto “diversa”, fatta di tanti elementi differenti, eppure a suo giudizio “uguale” nel suo essere sempre interessante, capace di colpire e coinvolgere. Tutta la sua scrittura nasce da questo credito accordato alla realtà che preme, questo avvertire l’urgenza di dedicarle un’attenzione seria e costante, e per questo Rebora si distanzia subito da qualsiasi posa puramente estetica o sentimentale, come riconobbero subito i suoi primi celebri lettori, come Emilio Cecchi: “far l’elogio di questa posizione spirituale autenticarlo col raffronto di tanta viltà e scioccheria nella nostra letteratura odierna, equivarrebbe a offendere lo scrittore” (“La Tribuna”, 12 novembre 1913).

Si tratta di una voce che impressiona proprio per la forza con cui investe il lettore, come riconosceva Boine: “mi vien voglia di segnar commosso qui la parola GRANDE” (“Riviera Ligure”, settembre 1914); uno sguardo che può risultare ostico, e che si comunica spesso con uno stile altrettanto spigoloso ed aggressivo: di qui la facile scappatoia – ieri come oggi – di bollare una simile posizione e la sua espressione come oscure, difficili e faticose, ed allontanarsene “per i soliti affari di letteratura”, per ciò che può gratificarci, perché in fondo non è scomodo e già lo conosciamo. Ma, come notava sempre acutamente Boine, esporsi ad una realtà difficile può forse farci sorprendere una vastità che non possiamo trovare altrove, come chi si avventuri in un temporale: “Sissignori, c’è burrasca. Sissignori c’è un maraviglioso divampare di elettrici sprazzi in un rotto cielo e convien passare il mare e vederlo perché tutti i giorni non capita”. Ed è proprio questo quel che succede a chi decida di ascoltare i versi di Rebora: conviene soffermarsi, perché “qui c’è una fonte viva; qui c’è un anima e un uomo”.

Un uomo che racconta e sorprende i momenti lieti e leggeri quando corrono “per l’aria imagini di bene/ con riso di speranza” ma anche lo sconforto “del sogno disperso/ dell’orgia senza piacere/ dell’ebbra fantasia”, un giovane che si incanta ad osservare il “respiro pieno del lago” o le stelle che in cielo sembrano vive anche loro e, come delle ragazze, danno “bàttiti di ciglia/ divini”; che si accorge di come esistano dei suoni così cari, così familiari per le tante memorie che si portano dietro, che uno potrebbe quasi dire loro “voce tua, voce mia” – come le campane che ascoltava fin da bambino. 

Rebora ha cantato quegli strani imprevedibili momenti in cui pare di cogliere “la realtà segreta”, quando uno si scopre felice, senza quasi saper dire perché o cosa o chi ringraziare, e tutto sembra in sintonia con quello che avverte dentro: “e quasi sento un caldo àlito umano/ sul viso e dietro il collo un far di baci/ e tra’ capelli morbida la mano/ d’amante donna in carezze fugaci”; i giorni gagliardi della giovinezza quando “lo spirito fulgido balza,/ né culmine è sì bello/ che a ciascun passo ne vorrebbe cento” dietro all’“amor che nel nostro cammino accende/ l’ inconsapevol brama triste o lieta”, e non c’è bisogno di immaginarsi le cose e le persone diverse e migliori, ma le si ama e le si gode di per sé: “quando si nutre il cuore/ un nulla è riso pieno,/ quando si accende il cuore/ un nulla è ciel sereno:/ quando s’ eleva il cuore / all’ amoroso dono,/ non più s’ inventan gli uomini, ma sono”.

Ma Rebora ha dato voce anche allo strazio doloroso di eventi come la Prima Guerra Mondiale, o di tante sconfitte personali, quei momenti che sono come il rovescio della medaglia di quanto cantato nella gioia, quando uno si guarda dentro ed attorno e sente che “dovunque è specchio senza/ imagine, fondiglio non deposto/ un che di non nato e già vecchio”. Non nati e già vecchi, come ci si può sentire a vent’anni o a cinquanta. Sono momenti, eventi in cui quello che sembrava tanto facile non basta più: “oh, pura baldanza eretta con forza,/ tu sgretoli giù morta” e le aspirazioni più fiduciose si riducono alla frustrazione di un “forsennato voler che a libertà/ si lancia e ricade […] e fatica e rimorso e vano intendere:/ e rigirio sul luogo come cane”. Ed il poeta non può che maledire e palesare la vera radice del suo sconforto: “odio l’ usura del tempo/ paurosamente solo”.

Questo è il grande vasto arco della sua scrittura, una poesia, appunto, “di sterco e di fiori”, di ciò che è puro e di ciò che è sporco, di risolto e di difficile, “qualunque cosa”, appunto, ma sempre con un “grido dentro”, sempre percorsa dal fulmine di un’unica perenne urgenza, che chiunque sia serio osservatore di sé − questa la sua provocazione − non può non sorprendere: “una segreta domanda” che volutamente riecheggia i versi con cui il pastore errante di Giacomo Leopardi, un secolo prima, interrogava il cosmo intero:

“se l’uom tra bara e culla
si perpetua, e le sue croci
son legno di un tronco immortale
e le sue tende frale germoglio
d’ inesausto rigoglio
questo è cieco destin che si trastulla?
Se van dall’ universo eterne voci
e dagli atomi ai soli si marita
fra glorie ardenti e tenebrosi falli
una grandezza infinita
che lo spirito intende,
questo è per nulla?

Rebora sfida il suo lettore, affermando che questo è in fondo ciò che ci chiediamo tutti: l’ infinità varietà dei nostri amori, affanni, interessi, sarebbe “per nulla”? Questo è ciò che egli non si rassegna a tralasciare di scoprire, esigendo niente meno che la verità: “il mio volto s’ alza a chiedere/ la verità alla vita,/ che l’attimo contrasta/ e il dolor solo accoglie, ed è con profondo, scomodo realismo che egli subito dopo fa piazza pulita di qualsiasi posa estetizzante o romantica: “ma il dolore non basta/ e l’ amore non viene”.

Come notava ancora Boine “quasi in ogni verso qui è non sai se l’elegia o il peana della vita breve e dolorosa d’ ogni giorno, la quale ti lascia in cuore lo sconforto e l’amaro ma è pregna dell’ infinito.

Negli stessi anni Dino Campana aveva inseguito − come abbiamo visto nella passata edizione − il richiamo della “Chimera”, di una promessa di bellezza sempre intravista e sempre sfuggente; Rebora usa una immagine simile per descrivere la sua personale ed affannosa ricerca: “E quando per cingerti io balzo − sirena del tempo − un morso appena e una ciocca ho di te”.

L’uomo che si dedichi a questa ricerca di senso, scopre una misteriosa affinità tra sé e tutto il mondo, quasi non ci sia dettaglio grande o piccolo che non partecipi ed esprima la medesima aspirazione: “mar che ti volgi è riva e chiami,/ cuor che ti muovi ovunque è pena e l’ ami; il grande mare “di fuori” dialoga  coi suoi moti e le sue leggi col grande mare che è “dentro” al cuore del singolo.

Ed in fondo tutti e ciascuno aspirano a comunicare questa segreta urgenza − “voleva ognun confidare/ qualcosa ch’era tanto: […] volea ciascun gridare/ ciò che non era mai detto”, ma è tanto facile fingere il contrario, ed accontentarsi di meno: “e riser tutto il dì per non sapere,/ mentre ogni cuore sciupava/ la sua farfalla”.

 Che si tratti di una provocazione rivolta dall’artista al lettore, che egli − al pari di Baudelaire o Rimabud, come notava Betocchi (“Il Frontespizio”, aprile 1937) − non sente e non vuole che possa sentirsi spettatore estraneo, lo si evince a chiare lettere: Rebora non ci vuole neutrali, e si rivolge direttamente a noi, facendoci una domanda che attraversa lo spazio ed il tempo e ci raggiunge oggi:

“Dimmi, passante dai tristi occhi belli,
non forse udisti in gravi ritornelli
chieder dall’urto profondo
del sogno e della vita
quello che tu non sai
e profetar dal mondo
ciò che non giunge mai?

E nei suoi versi affiora costantemente tale bizzarra commistione di sconfitta eppure di rinnovata tensione, un’attesa, che non ha motivazioni logiche o razionali, eppure più forte di qualsiasi calcolo: “dall’imagine tesa/ vigilo l’ istante/ con imminenza di attesa-/ e non aspetto nessuno”.

Come un soldato Rebora ha “vigilato”, ed il “nessuno” tanto atteso si è per lui concretizzato nell’incontro col Dio cristiano, che getta una luce nuova anche su tutti gli anni ed i travagli passati: “sempre ho sbagliato strada,/ sull’Alpi, avventurandomi da solo;/ e una mano infine mi avviava”, ma tale nuova dimensione conoscitiva, che sfociò nella scelta di diventare sacerdote, non abolisce affatto lo sguardo e la tensione di prima, né li considera superflui o superati: per questo Contini notava che la poesia di Rebora, prima e dopo la conversione, è “tutta solida e coerente” (“Esercizi di lettura”, 1974) e lo stesso Pasolini ammirava come, dai primi esordi agli ultimi anni, è “come se fosse passata una sola notte” (“Passione e Ideologia”, 1960). Il giovane poeta che aspirava che “palesasse il mio cuore/ nel suo ritmo l’umano destino nel descrivere la sua vocazione attinge alle stesse immagini che avevano ispirato le sue liriche più celebri: essa è “come una campana” e “come come un fiume”, né il mondo ha smesso di parlargli, pieno di una misteriosa ricchezza, che ha tanto da dire sul mistero stesso di essere uomini:

“Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo:
spasima l’ anima in tutte le sue doglie
nell’ ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con raccolte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco si inabissa ov’ è più vero.

Rebora continua a farci guardare così, dentro e fuori di noi, invitandoci ad inabissarci in cerca della verità più autentica di noi stessi e del mondo. Ogni sua poesia costituisce tale mano tesa, tale possibilità di cammino autenticamente umano.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori