LETTURE/ Benedetto XVI e von Hayek, liberare la ragione dal “bunker”

La critica di Benedetto XVI della “ragione anti-storica, che intende dominare tutto” incontra il pensiero di Friedrich A. von Hayek, nobel per l’economia nel 1974. PAOLO CAMILLINI

04.11.2012 - Paolo Camillini
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Joseph Ratzinger (Infophoto)

Nella recente intervista a Benedetto XVI in occasione del film Bells of Europe, l’intervistatore pone una grande questione: “Santità, Lei ha più volte ribadito che l’Europa ha avuto e ha tuttora un influsso culturale su tutto il genere umano e non può fare a meno di sentirsi particolarmente responsabile, non solo del proprio futuro, ma anche di quello dell’umanità intera. E domanda come i cristiani possono “cercare vie nuove per affrontare le grandi sfide comuni che contrassegnano l’epoca post-moderna e multiculturale?.

Il Santo Padre, riconoscendo la gravità della questione, premette che “l’Europa deve […] trovare ancora la sua piena identità per poter parlare e agire secondo la sua responsabilità”. E il primo problema su cui focalizzarsi è che “in Europa oggi abbiamo due anime: un’anima è una ragione astratta, anti-storica, che intende dominare tutto perché si sente sopra tutte le culture. Una ragione finalmente arrivata a se stessa che intende emanciparsi da tutte le tradizioni e i valori culturali in favore di un’astratta razionalità. […] Ma così non si può vivere”.

Questa prima osservazione riporta alla mente lo storico discorso di Hayek in occasione dell’accettazione del premio Nobel per l’economia. In quella occasione egli sentì l’urgenza di mettere in guardia i suoi uditori da un problema più ampio dell’ambito strettamente economico e parlò della “pretesa della conoscenza”. Era il 1974 ma, quando una cosa è vera, più passa il tempo e più diventa attuale.

Hayek denunciò come, negli economisti, vi fosse “la tendenza a imitare quanto più strettamente possibile le procedure delle scienze fisiche – un tentativo che, nel nostro campo, può condurre ad un errore molto grave”.  È un approccio “scientistico” che è “decisamente non scientifico, nel senso vero della parola, poiché prevede un’applicazione meccanica e non critica di abiti mentali a campi differenti da quelli in cui sono stati formati”.

Infatti, “mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, e probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante che determina gli eventi osservati sia esso stesso direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”. Succede così che, mentre nelle scienze fisiche il ricercatore va a misurare ciò che, sulla base di una ipotesi, ritiene importante, negli altri campi di ricerca si ritiene importante solo ciò che è misurabile.  Si arriva al paradosso che i fattori misurabili diventano gli unici rilevanti a spiegare i fenomeni. 

Ora, invece, la realtà ha a che fare con una complessità “essenziale” rispetto alla quale dobbiamo riconoscere una nostra “ignoranza” di comprensione nella sua totalità, come gli stessi fondatori dell’applicazione della matematica all’economia riconoscevano. A questo proposito è interessante la citazione di “quei notevoli precursori dell’economia moderna, gli scolastici spagnoli del XVI secolo, che enfatizzarono ciò che denominarono pretium mathematicum, il prezzo matematico, dipendente da così tante circostanze particolari da non poter mai essere conosciuto dall’uomo ma soltanto da Dio. A volte vorrei che i nostri economisti matematici prendessero a cuore tale affermazione”.

Ad una “presunzione di conoscenza esatta, ma probabilmente falsa”, Hayek preferisce “una conoscenza vera, anche se imperfetta”. “L’accettazione acritica di asserzioni che hanno l’apparenza di essere scientifiche” è pericolosa: “nelle scienze umane, quella che appare superficialmente come la procedura più scientifica è spesso la meno scientifica. […] Affidare alla scienza qualcosa di più di ciò che il metodo scientifico è in grado di realizzare, può avere effetti deplorevoli […]. Resisteranno a una tale idea specialmente tutti quelli che speravano che il nostro crescente potere di previsione e controllo, generalmente considerato il risultato caratteristico del progresso scientifico, applicato ai processi della società, ci avrebbe presto permesso di modellare l’intera società a nostro piacere”.

Ma se una conoscenza “esatta” non è possibile, occorre allora rinunciare alla conoscenza? No. Infatti, se l’uomo non può acquisire la conoscenza completa che permetterebbe la padronanza degli eventi, “dovrà utilizzare la conoscenza che potrà conseguire, non per modellare gli eventi come l’artigiano modella i suoi manufatti, ma piuttosto per coltivare lo sviluppo favorendo le condizioni ambientali adatte, così come fa il giardiniere per le sue piante (Peguy fa un esempio ed esprime un concetto molto simile in “Cartesio e Bergson”, nda). C’è un pericolo, nell’esuberante sensazione di sempre maggiore potere che il progresso delle scienze fisiche ha generato, che tenta l’uomo, “ubriaco di successo”, a cercare di assogettare al controllo della volontà umana non solo il nostro ambiente naturale ma anche quello umano. Il riconoscimento dei limiti insormontabili alla sua conoscenza deve effettivamente insegnare allo studioso della società una lezione di umiltà che dovrebbe impedirgli di diventare un complice nel fatale tentativo degli uomini di controllare la società – un tentativo che lo rende non solo un tiranno dei suoi compagni, ma che può renderlo il distruttore di una civiltà che nessun cervello ha progettato ma che è nata dagli sforzi liberi di milioni di individui”.

Tornando al ragionamento del Papa sull’identità europea divisa su due anime, egli continua affermando: “L’altra anima è quella che possiamo chiamare cristiana, che si apre a tutto quello che è ragionevole, che ha essa stessa creato l’audacia della ragione e la libertà di una ragione critica, ma rimane ancorata alle radici che hanno dato origine a questa Europa, che l’hanno costruita nei grandi valori, nelle grandi intuizioni, nella visione della fede cristiana”. 

Appunto: o il “bunker positivista” in cui l’uomo, solo con la sua razionalità, mette a posto la realtà, oppure “giardinieri” di un ambiente che è dato, cioè co-operatori di una storia, una cultura, un creato.

Impressiona come sulla concezione di “ragione” si gioca la partita di una incipiente distruzione dell’umano o, come dice il Papa, di “un nuovo umanesimo, che − aggiunge − deve essere il nostro scopo”.

 

PS. Nella parte economica del discorso di Hayek troveremmo la spiegazione della nostra attuale crisi.

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