USA/ Giovanna d’Arco e lord Byron rischiarano lo squallore di Times Square

- Paolo Valesio

Da una rappresentazione inedita con dieci Giovanna d’Arco a letture drammatiche che evocano la crisi: alcune esperienze teatrali newyorkesi. PAOLO VALESIO

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Foto Infophoto

Fare teatro vuol dire, fra tante altre cose, mettere le idee in piazza. E questo non è mai facile; soprattutto in un paese come gli Stati Uniti, dove le piazze sono virtualmente inesistenti. Il “Prato Comunale” al centro di tanti paesi e cittadine è un’entità socialmente importante ma diversa, e una “piazza” come la famosa Times Square a New York è un’altra cosa ancora: è un crocicchio, una traversata tumultuosa, un insieme d’intersezioni – tutto, insomma, tranne che una piazza (ignoro l’origine dell’antica denominazione, Boulevard d’Enfer, di quello che oggi a Parigi è conosciuto come Boulevard Raspail, ma ogni volta che passo per Times Square quel nome originario mi salta alla mente). È anche vero che, quando si parla di mettere le idee in piazza, non si indica una localizzazione urbanistica concreta bensì un luogo mentale da cui erompe una comunicazione esuberante ed espansiva; e nella comunicazione teatrale non importa se le idee messe in piazza siano ideone o ideucce, se siano completamente chiare o un po’ confuse; basta che siano veramente idee, e in quanto tali distinte dalle pseudo-idee (in realtà, battutine) messe in piazza dalla maggioranza delle realizzazioni cinematografiche e televisive.

C’era un’idea centrale, nello spettacolo Giovanna d’Arco: Voci tra le fiamme messo in scena recentemente alla Riverside Church come prova di laurea del Master in Fine Arts di un gruppo di studenti della sezione teatrale della Scuola delle Arti all’ università di Columbia? Beh, se c’era risultava difficile trovarla. Dieci giovani attrici occupavano costantemente il palcoscenico, in cui apparivano a volte anche alcuni attori, e il testo recitato era una sorta di centone tratto da vari drammi scritti attraverso i tempi sulla figura di Giovanna d’Arco; ma mentre gli attori maschi si alternavano in parti diverse, ognuna delle dieci ragazze (tutte brave) era Giovanna, e solo Giovanna. Quello che non risultava chiaro era se quelle Giovanne realizzassero una voce collettiva, o se invece ognuna di esse dovesse essere percepita come individualità distinta e potenzialmente contrastiva rispetto alle altre. Tuttavia ciò che è suggestivamente rimasto come eco dopo lo spettacolo, più che un’idea, è stata una parola – una parola sola: “Dio”. Che è risuonata più volte come sfida e testimonianza nel corso degli interrogatori inquisizionali – e che ogni volta (nella freschezza di quelle voci) aveva il suono limpido di una campanella d’argento. 

In quegli stessi giorni, lo spettatore poteva passare dalla piazza-come-cripta di quella chiesa alla piazza-come-teatrino di un piccolo locale dalle parti di Times Square dove si ascoltava la prima di una serie di “letture rivelatrici” organizzate (in collaborazione con la New York University) dall’ottima Compagnia del Toro Rosso: vale a dire letture drammatiche (niente scenografia, niente costumi, attori in piedi dietro una fila di leggìi) di testi poco rappresentati, appartenenti alla tradizione del teatro classico inglese fra il Barocco e l’Ottocento.

E va notata intanto la capacità creativa di un micro-capitalismo flessibile (il sistema del teatro in una grande città gremita di gruppi in competizione), che ha imparato ad arrangiarsi e non esita a fare le nozze coi fichi secchi − eppure sono egualmente nozze scintillanti cui vale la pena di assistere. Ti trovi fra le mani dieci laureande da far lavorare? E allora ti inventi un ventaglio di Giovanne d’Arco (letteralmente: entrando nel  teatro a palcoscenico aperto, prima dell’inizio, lo spettatore si trovava davanti a tutte le attrici distese immobili a raggiera sulla scena deserta; la prima impressione era quella di una comunità del massacro − un’anticipazione del rogo − ma poi le ragazze una dopo l’altra scattavano alla vita). Sei una compagnia seriamente impegnata sui classici che sperimenta la pressione della crisi? E allora ti inventi una stagione di sole letture drammatiche, ma senza compromessi sulla bellezza dei testi e sull’abilità dei recitanti,  che non sono “fini dicitori” ma attori di ottimo livello professionale.

La lettura che ha inaugurato la serie è stata la tragedia Sardanapalo di Lord Byron (pubblicata nel 1821); e qui l’idea-guida c’era, e come: era lo splendido flusso poetico creato da Byron, che conferiva  profondità umana alla storia dell’ultimo imperatore d’Assiria il quale, sconfitto, si autosacrifica su un rogo sontuoso. Pare che Byron definisse “teatro mentale” il tipo di dramma molto detto e poco agito che lui e i suoi colleghi in Romanticismo praticavano accanto alle poesie. Quel che è certo è che il dramma si sentiva, lo scontro umano e morale penetrava gli spettatori/ascoltatori, le lacrime nel viso della protagonista mentre, attrice della sua lettura, si aggrappava al leggìo nel momento finale erano un’autentica espressione emotiva; e in quei lunghi momenti infuocati si sentiva emergere la tragedia contemporanea del Medio Oriente. 

Uscendo nella notte di Times Square, la poesia risuonava ancora (teatro mentale) e lottava contro lo squallore all’intorno: il Boulevard d’Enfer non era più tale.

 

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