GUARESCHI/ Quella “favola di Natale” che il lager non ha potuto soffocare

- Francesco Baccanelli

La sera del 24 dicembre 1944, nel lager di Sandbostel, Giovannino Guareschi legge ai compagni di prigionia La favola di Natale, un racconto appena terminato. FRANCESCO BACCANELLI

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Immagine di archivio

Impedire a un artista di tradurre in arte i periodi più cupi della sua vita è un’impresa difficile. Se poi l’artista si chiama Giovannino Guareschi e sa spaziare tra i più disparati argomenti, vestendo tra l’altro con disinvoltura sia i panni dello scrittore che quelli del disegnatore, l’impresa si fa davvero impossibile. Non dobbiamo stupirci, perciò, se la sera del 24 dicembre 1944, nel lager di Sandbostel, Guareschi legge ai compagni di prigionia La favola di Natale, un racconto che tre muse d’eccezione – “Freddo, Fame e Nostalgia” – gli hanno suggerito nelle settimane precedenti.

Accompagnata dalla musica composta per l’occasione da un altro recluso, il sorrentino Arturo Coppola, la lettura offre un po’ di serenità ai presenti, che per qualche ora riescono a dimenticare il clima di angoscia in cui vivono e a tornare, almeno con il pensiero, dai loro cari. Il testo, infatti, racconta il favoloso viaggio che un bambino, Albertino, compie la sera della vigilia di Natale per andare a trovare il padre, rinchiuso in un campo di concentramento. Il viaggio, affrontato insieme alla nonna, si rivela ricco di sorprese. E nel Bosco degli Incontri, che la simpatica mappa disegnata da Guareschi situa a metà strada tra il Mondo della Pace e il Mondo della Guerra, Albertino riesce finalmente a riabbracciare il genitore, scappato in sogno dal lager (per sua fortuna, infatti, “i sogni non hanno piastrino; non c’è l’appello notturno dei sogni; non esistono ‘zone della morte’ per i sogni”). Così, nonostante il poco tempo a loro disposizione, i tre possono festeggiare insieme la nascita di Gesù. Il povero prigioniero sa di dover rientrare nel lager, ma prova ad assaporare fino in fondo quel piccolo grande momento di vita familiare.

A guerra conclusa, Guareschi decide di pubblicare la Favola. Prima di consegnarla all’editore, però, impreziosisce il testo con alcune illustrazioni. Il corredo grafico, votato alla semplicità, passa da un registro all’altro con sorprendente scioltezza. La poesia si alterna con la satira, la malinconia con la voglia di sorridere. E, descrivendo il viaggio di Albertino, i disegni evidenziano anche la vis polemica del racconto, una componente che i prigionieri del lager di Sandbostel, secondo la testimonianza dello stesso Guareschi, non avevano compreso del tutto. I riferimenti stilistici sono molti e, accanto a ripetute incursioni nel campo dell’illustrazione per l’infanzia e in quello della vignetta satirica, si notano figure che richiamano George Grosz (è il caso della gallina mascherata da uomo) e, se guardiamo alla rappresentazione del cimitero simbolico, perfino un accenno alle atmosfere di Caspar David Friedrich.

Il “ritratto” dell’addetto alla censura postale è indimenticabile. Guareschi, con modi che ricordano da vicino Honoré Daumier, lo raffigura grande e grosso, sgraziato, ottuso. L’uomo, chiamato a esprimersi sulla poesia che Albertino ha imparato a memoria per Natale – poesia che ha l’aspetto di un uccellino coperto di parole –  sembra piuttosto allarmato dal contenuto delle strofe. 

Nel testo Guareschi racconta: «Cominciò a leggere i versi scritti sulle ali. Din-don-dan: la campanella / questa notte suonerà… “No!” disse. “Proibito fare segnalazioni acustiche notturne in tempo di guerra!” E, con un pennello intinto nell’inchiostro di Cina, cancellò molte parole. Poi, di lì a poco, scosse ancora il capo. Una grande, argentea stella / su nel ciel s’accenderà… “Niente! Contravvenzione all’oscuramento!” disse. E giù pennellate nere. Latte e miele i pastorelli / al Bambino porteranno… “Niente! Contravvenzione al razionamento!” borbottò. E giù ancora col pennello. I Re Magi immantinente / sul cammello saliranno… “Niente!” urlò furibondo. “Basta coi re! Guai a chi parla ancora di re!” E giù pennellate grosse così. Poi, afferrato un grosso timbro, le timbrò le ali e disse che poteva entrare. La Poesia si mise a piangere. “E come faccio a entrare così? Con tutte queste cancellature io non sono più una poesia…”».

Oltre a questo gretto personaggio, nella favola si incontrano molti altri nemici del Natale. Ci sono le guardie del lager, ad esempio. Ci sono gli energumeni che tentano di sostituire Gesù Bambino con il dio della Guerra. E c’è perfino un ufficiale che ricorre ai cannoni contraerei per impedire agli «angeli bombardieri» di scaricare «sulle case, sopra gli ospedali, sopra i campi di prigionia, grossi carichi di sogni». Malgrado i loro sforzi, però, questi nemici del Natale non riescono ad avere la meglio sui sentimenti dei prigionieri. Non riescono a impedire che il padre di Albertino vada incontro, almeno in sogno, al figlioletto. I muri e il filo spinato possono incarcerare il corpo dell’uomo, ma non la mente.

Nel Diario clandestino Guareschi, rivolgendosi alla Germania di Hitler, scrive: «Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti». È impossibile spezzare i legami che uniscono un uomo alla sua interiorità, alla sua famiglia, alle sue idee, al suo passato. È impossibile impedire a un prigioniero di vivere la speranza che il Natale porta con sé. E così nell’ultima illustrazione della Favola vediamo che il lager è costretto a incassare la sconfitta: nel cielo è comparsa la stella che annuncia a tutti la nascita di Cristo e non c’è modo di oscurarla. La stella è più che mai decisa a rischiarare di speranza le sofferenze dei prigionieri. La notte di Natale anzitutto, ma anche nel resto dell’anno.

 

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