LETTURE/ Tommaso Ceva e quel poema su Gesù disprezzato dai “laici” Croce e Carducci

- Danilo Zardin

Siamo nella Milano spagnola del tardo Seicento. Il gesuita Tommaso Ceva pubblica un poema in versi latini, Iesus puer, sulla fuga della Sacra famiglia in Egitto. DANILO ZARDIN

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Immagine di archivio

“Spirto divino”: così il grande poeta lombardo Francesco de Lemene definiva Tommaso Ceva, “quel padre saggio” che aveva conosciuto da vicino e di cui era diventato devoto amico, nella Milano spagnola del tardo Seicento. Con lui aveva condiviso l’intensità di una comune vocazione intellettuale, spartendola con letterati del calibro di Carlo Maria Maggi e dell’ancora più noto Ludovico Antonio Muratori.

Oggi questi autori hanno perso lo smalto della loro antica fama. I manuali scolastici li ignorano e i loro testi sono diventati terreno di caccia degli specialisti. Ma non fu così finché quei protagonisti della cultura italiana dei secoli scorsi furono in piena attività e continuò a farsi sentire l’influenza di una fortuna estesa, nei casi più felici, a una vasta cornice internazionale. Quella di Ceva, in modo speciale, è una figura di straordinario interesse.

Nato proprio a Milano, nel 1648, era entrato nella Compagnia di Gesù nel 1663. Dal 1675 visse e insegnò nel Collegio dei gesuiti di Brera, che era la fucina delle classi dirigenti della città, dove rimase fino alla morte, nel 1737. Genio dell’arte retorica, era un fine umanista e si distinse in particolare come poeta. Nello stesso tempo, acquistò la reputazione di “gran matematico”. Aperto alle conquiste della nuova scienza di matrice sperimentale e post-galileiana, perfettamente al passo con le ricerche che si sviluppavano negli ambienti accademici e nei circoli di dotti dell’alta cultura europea alla vigilia dell’esplosione dei Lumi, Ceva si trovava in bilico tra due mondi, che però erano ancora capaci dialogare tra di loro. 

Con il suo fertile estro creativo, contribuì a nutrire di nuova linfa il loro intersecarsi non sempre pacifico e armonioso: alle spalle, stava la gigantesca eredità di un sistema complessivo del sapere fondato sul classicismo cristiano e sul riuso della filosofia degli antichi, messi al servizio dell’antropocentrismo cattolico combinato con l’esaltazione del primato di Dio; di fronte si stagliava la forza crescente di attrazione di una modernità rivestita del fascino della precisione, tesa alla conoscenza spasmodica della realtà, sorretta dalla volontà di manipolarla sempre più a fondo, a vantaggio degli interessi e delle passioni della persona umana.

La frattura polemica tra “antichi” e “moderni” non si era ancora tramutata in un conflitto mortale. Come Muratori, come molti altri fra gli uomini di lettere con cui Ceva fu costantemente in contatto – per esempio Daniello Bartoli, o il matematico Guido Grandi – egli poteva ancora puntare alla sintesi, e la sua sintesi non poteva che essere quella di una totalità inclusiva, dove i linguaggi artistici e il patrimonio teologico-filosofico di una venerata tradizione arrivavano a infiltrarsi nei laboratori degli artefici della fisica e dell’astronomia anticonformiste, reagendo alle sfide di un avanzamento verso la verità che imponeva di rinunciare a molte delle vecchie tesi, colpite nella loro pretesa di validità. 

“Vecchio” e “nuovo” si mescolavano contagiandosi a vicenda, e non è una bizzarria estrosa il fatto che Ceva scelse a un certo punto di cimentarsi in un’opera di divulgazione scientifica non solo calata nella nobile forma comunicativa degli esametri latini, ma per di più schierata sotto l’emblema di un titolo che era già in sé il manifesto di un programma ambizioso: Philosophia novo-antiqua (1704).

Muovendosi tra le due sponde estreme di un’unica cultura organica, Ceva rimase in effetti, fino alla fine dei suoi giorni, un sapiente enciclopedico, votato alla coltivazione delle arti delle Muse. Muratori lo celebrò come “uno dei primi” fra i “poeti moderni” più “possenti e maravigliosi”. Francesco Redi vide in lui il “Virgilio sacro di cotesta città di Milano e di tutta l’Italia”. L’opera in versi che lo rese celebre fu il poema in versi latini Iesus puer, apparso in prima edizione nel 1690, poi rivisto nel 1699 e più volte ristampato nella prima metà del Settecento. Gli studiosi che se ne sono occupati in anni recenti (Felice Milani, poi ripreso da Emanuele Colombo) hanno parlato di una accoglienza segnata da “entusiasmo” in tutta l’Europa cristiana, che fece del suo autore uno degli esponenti di punta della poesia neolatina devota dell’età moderna, a fianco dei più valenti campioni della scena letteraria, italiani e stranieri, fra cui il Sannazaro e il Vida. Arrivarono presto numerose riedizioni all’estero, varie imitazioni, nonché la traduzione in lingua tedesca e francese.

L’intreccio su cui il poema è costruito è una rielaborazione dei primi anni della vita di Cristo in chiave epica: ma si tratta di un’epica ormai totalmente cristianizzata, dalle corti e dai campi di battaglia degli antichi cavalieri abbassata fino al registro umile della vita dei poveri contadini e dei semplici pastori che hanno fatto da corona alla travagliata esistenza del Divino Bambino. Lo spunto è prelevato, oltre che dagli scarni frammenti dei testi biblici sull’infanzia di Cristo, dal favoloso leggendario dei Vangeli apocrifi, dalla letteratura agiografica accumulata nel corso dei secoli, da una florida tradizione esegetica che, da sant’Atanasio e Ireneo di Lione, arriva fino ai teologi gesuiti contemporanei come il portoghese Sebastiano Barradas, autore di un commento sulle concordanze delle “storie evangeliche”. A Barradas il Ceva rinvia nella premessa al lettore, spiegando il suo desiderio di esaltare la divinità del Figlio di Dio nascosta in modo inscindibile nella pienezza della sua umanità in quanto creatura indifesa esposta alla violenza del male.

L’esca che dà il via alla storia è la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Il suo arrivo provoca la rovina degli idoli pagani che là erano venerati. E da qui si scatena la rabbia dei diavoli, decisi a tutto pur di muovere guerra al Bambino che minaccia il loro oscuro influsso sul mondo. Tornati in Palestina, Maria e il Bambino lasciano Nazareth per rifugiarsi presso il Giordano, nella grotta in cui Giovanni, pure lui ancora in tenera età, già conduceva la sua profetica vita da eremita. 

 

Questo primo riparo però non bastava per proteggere l’incolumità del Redentore. Si decide di farlo riparare niente meno che nel Paradiso Terrestre, e subito dopo si scatena la battaglia decisiva degli angeli contro le creature demoniache, che una volta sconfitte fanno entrare in gioco, per vendicarsi, i loro servitori mondani, impersonati da Simone il Mago, inventore delle più terribili eresie. In terra di Samaria Simone sembra sul punto di prevalere, attirando dalla propria parte il culto delle folle suggestionate. Per porre fine con un colpo decisivo all’impero dell’errore, Maria allora convince il Bambino ad anticipare lo svelamento della sua divinità, partendo dagli abitanti di Nazareth. La manifestazione della sua vera natura avviene solo qualche anno più tardi, dopo lo smarrimento a Gerusalemme di Gesù ormai ragazzo, con il suo ritrovamento nel Tempio e il ritorno nel paese dove la famiglia viveva, in un tripudio di luci, di canti, di presenze angeliche osannanti, che costringe anche la natura a piegarsi in una esaltante dimostrazione di ossequio festoso.

Si può anche sorridere con supponente ironia, davanti al fantasioso dispiegarsi dell’immaginario così ingenuo, e così affettivamente caricato, degli autori cristiani dei secoli scorsi. È stata proprio questa la scelta dei fondatori dell’ideologia progressista e secolarizzata dell’Italia risorgimentale e post-unitaria, che hanno voluto liquidare, sostanzialmente emarginandola, la robusta continuità sotterranea della cultura di matrice religiosa che ha plasmato la nostra modernità più segreta e tenace. Carducci, da par suo, bollò l’“eroica scimunitaggine del padre Ceva”. Anche Croce non vi vedeva molto di più che il trionfo delle tendenze “devote e pinzochere”, che a suo dire avevano inquinato le arditezze della cultura barocca.

Se non si vuole restare prigionieri degli schemi del laicismo moderno, ci si può invece piegare a riconoscere il valore intrinseco di una mentalità certamente molto diversa dalla nostra, molto meno sobria, spoglia e misurata, ma carica di una vitalità che francamente si può oggi invidiare. La poesia di Ceva, e degli uomini che gli sono stati vicini, è la poesia della gioia. La sua è la lirica sacra della gloria, cioè dello splendore di una fede legata al trionfo del cuore e insieme alla potenza creativa di una ragione non imprigionata nella prigione del dubbio e nello scetticismo. Al centro si trova l’esaltazione della densità storica e della permanente attualità della storia mai conclusa della salvezza. Nelle stanze del suo Paradiso Terrestre, gli affreschi alle pareti rievocano le recenti vittorie di Vienna e di Buda contro le armate ottomane. I diavoli che fanno guerra al germe della presenza divina nel mondo sono tratteggiati come avveduti artigiani alle prese con i lavori più quotidiani delle botteghe operaie: il diavolo-arrotino affila a pagamento unghie e corna agli altri diavoli, il diavolo-maniscalco ferra i calcagni dei diavoli-centauri.

 

Il meraviglioso cristiano che si nutriva della mitologia e delle favole degli antichi è un meraviglioso tutto radicato nella concretezza della realtà più fisica e materiale. Il sacro a cui rinvia, è un sacro che si è fatto carne. Cesellando le imprese del suo primo affacciarsi sulla scena del teatro del mondo, la poesia di Ceva elabora il repertorio di un realismo che è consanguineo al realismo descrittivo della pittura lombarda dei Sei-Settecento, e già prefigura il verismo che più tardi sarà il blasone onorifico di Manzoni e Porta. I dettagli minuti e l’ancoraggio alla “verità” dei fatti sono stati l’anima di un modo geniale di mettere in rapporto tra loro l’ideale religioso e l’amore al destino dell’uomo vivente nel flusso inesorabile della storia.

In Iesus puer, il cammelliere reduce dall’Egitto che sciorina il racconto delle avventure dei profughi sfuggiti alla strage di Erode decanta anche la bontà del vino offertogli per bagnare la gola arsa dalle cipolle crude. Gli alberi che si piegano per rendere omaggio al Bambino Gesù scrollano i loro frutti facendoli cadere sulla testa di un povero asino inconsapevole. Nelle vigne di Palestina, il primo miracolo che si impone è quello che fa fiorire fiori e frutta nel pieno rigore dell’inverno, mettendo in subbuglio la folla agreste dei dintorni. E quando il ragazzo ritrovato nel Tempio fa il suo ritorno da eroe tra i compaesani nazareni, alla testa di un esercito di “creature celesti”, bello come la “stella del mattino”, a segnare i suoi passi sono “gli acanti, la margheritina mista al partenio, il convolvolo, il giaggiolo e i fiori color giallo oro del campo”.

 

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