STORIA/ Lenka, un paio di jeans e l’”inganno” dell’Occidente

Per la piccola Lenka andare in un negozio Tuzex era come fare un viaggio in Occidente. Un mercato artificiale che mascherava a mala pena la miseria del comunismo. ANGELO BONAGURO

02.02.2012 - Angelo Bonaguro
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Sul Ponte Carlo, a Praga (Imagoeconomica)

Quella mattina Lenka uscì di casa con in tasca una sessantina di “buoni”. Li aveva comprati per 300 corone dal fratello di Jana, sua compagna di corso, uno che aveva agganci con i cambiavalute che facevano capannello davanti ai negozi Tuzex. Provava un misto di gioia e apprensione: mentre sua madre stava facendo la coda per la carne in un triste negozio della periferia praghese, entrare in un Tuzex era come fare un viaggio in Occidente. Ti seducevano i sorrisi delle commesse – scelte fra l’élite del personale o tra i parenti dei direttori di rete –, ti assaliva l’aroma del caffè, i profumi ti facevano sentire in una boutique parigina, e ti veniva voglia di fare come nella barzelletta di quel poliziotto che scavalca il bancone e chiede asilo politico… C’erano i turisti occidentali che pagavano in valuta, i compatrioti privilegiati che ostentavano i “buoni” maturati grazie ai loro impegni di lavoro all’estero o avuti da amici e parenti dell’emigrazione, e poi la fila dei comuni cittadini come lei, che avevano acquistato i «buoni» al mercato nero. 

Lenka stringeva forte quei fogliettini colorati che le avrebbero permesso il suo primo paio di jeans da indossare la sera, e chissà che non sarebbero bastati anche per una tavoletta di cioccolato svizzero e un pacchetto di sigarette americane. Si ricordava un servizio televisivo sui Tuzex in cui avevano mostrato abiti alla moda, collanine da sogno, televisori moderni – c’era persino un cagnolino giocattolo che faceva la pipì. 

Come negli altri paesi socialisti, di fronte al fallimento dell’economia pianificata e alla necessità di disporre di moneta forte, verso gli anni sessanta la Cecoslovacchia aveva introdotto una rete di negozi che offrivano merce di prima qualità, prodotta internamente o di importazione, a prezzi improponibili per gli “operai e i contadini” ma concorrenziali rispetto al mercato occidentale. In questo modo il regime spillava direttamente valuta pregiata dagli stranieri (turisti o diplomatici) o dai propri cittadini che non avevano il diritto di possederla ed erano costretti a cambiarla in “buoni”.

Con alcune sfumature a seconda del paese, il sistema di negozi per privilegiati si consolidò in tutto il blocco orientale, anche se il primo esperimento risaliva alla rete Torgsin, introdotta in Urss nei primi anni trenta e mirata ad assorbire i rubli d’oro ancora in circolazione. Nelle città e nei porti principali dell’Unione così come negli alberghi per occidentali fiorirono i negozi Berjozka, almeno fino all’88 quando il governo sovietico nell’ambito della campagna di “lotta contro i privilegi e a favore della giustizia sociale”, liquidò il pagamento in “buoni”, e poi alla metà degli anni novanta l’intera rete dei Berjozka fu chiusa perché in perdita.

In Germania Est questi negozi erano chiamati Intershop, e furono introdotti anche ai valichi di frontiera e lungo le “autostrade di transito” che attraversavano il Paese, dove però si poteva entrare solo col passaporto. L’avidità di valuta straniera era tale che negli anni Ottanta a Berlino Est aprirono un Intershop direttamente lungo la banchina della stazione della metro Friedrichstraße per i viaggiatori provenienti da Berlino Ovest: bastava scendere, comprare ogni ben di Dio in vendita a prezzi scontati, risalire sul treno successivo e tornare nella parte occidentale senza doversi sottoporre ai controlli doganali. Inutile dire che la Stasi sorvegliava gli Intershop sia per sapere chi era in possesso di valuta, sia per scoprire ladri e contrabbandieri. 

In Polonia c’era invece la catena Pewex che offriva, oltre ad articoli occidentali (con prezzi scontati anche del 40%), merce di produzione interna destinata normalmente all’esportazione. Durante la crisi economica dei primi anni ottanta, i Pewex erano spesso gli unici luoghi dove si potevano acquistare prodotti di prima necessità compresa la carta igienica, o auto e appartamenti senza attendere un’intera generazione. In Bulgaria la catena Corecom era famosa per le uova di cioccolato della Kinder, ribattezzate “uova Corecom”.

Con la dissoluzione del comunismo queste catene hanno subito un destino simile: i bilanci erano in rosso, e la mancanza di capacità imprenditoriale o di rinnovamento ha fatto sì che nella clientela permanesse l’idea che fossero negozi per privilegiati. Così il cittadino post-comunista ha preferito servirsi alle grandi catene occidentali, nonostante la qualità della merce reperibile nella vecchia rete statale.

Lenka uscì dal negozio con i jeans nella borsa, trattenendo ancora per qualche attimo il profumo francese, prima che l’odore acre del carbone la riportasse nel suo mondo. Tutto quello che la propaganda strombazzava sul corrotto Occidente e sul capitalismo “in putrefazione” era sempre più in aperta contraddizione con il desiderio di trasgressione istigato dal regime stesso tramite quelle vetrine scintillanti, un regime che de facto sosteneva il mercato nero e dimostrava che non tutti i cittadini erano uguali e che tra il comunismo e il consumismo, per certi aspetti, era solo questione di anagrammi.

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