STORIA/ Quando i sindacati spedivano i lavoratori in crociera. Sotto gli occhi della Stasi…

Durante il comunismo capitava che venissero organizzate dall’ex DDR delle crociere per il “popolo”. Ma non tutto andava sempre per il verso giusto. ANGELO BONAGURO

13.04.2012 - Angelo Bonaguro
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Nave da crociera nell'ex DDR (Immagine d'archivio)

«Cara Lenka, ieri sera abbiamo festeggiato la fine della crociera, ci hanno servito zuppa di tartaruga, involtini di halibut e manzo lardellato, un buffet tanto incredibile che papà l’ha fotografato, e quella sfacciata della zia si è nascosta le posate in borsetta! Io mi son bevuta anche un paio di Manhattan, mi girava la testa e non sono riuscita nemmeno a ballare!.. Cuba è un’isola meravigliosa, tutto questo viaggio è stato stupendo, anche se da Rostock non abbiamo mai attraccato in nessun porto perché hanno paura che, una volta scesi, qualcuno possa scappare… Sai che abbiamo il telefono in cabina? Se penso che i miei hanno dovuto aspettare anni per averlo a casa… L’unica scocciatura è la caccia allo sdraio; mio fratello ne ha contate più di 200, ma i passeggeri saranno almeno il doppio e non bastano mai per tutti. Leni, peccato che tu non sia qui ad abbronzarti e a nuotare in piscina! Vieni a trovarmi appena rientriamo a Dresda: ti racconto tutto e ho anche un pensierino esotico per te – Tua Sabine».

Sabine era stata più fortunata della sarta di Markranstädt che si era vista negare il permesso di partecipare a una crociera diretta a Cuba, dopo che la Stasi, controllando la sua posta, si era insospettita perché aveva dei conoscenti in Svizzera. Il papà di Sabine era invece un funzionario del sottobosco politico-sindacale, aveva un pedigree politicamente corretto, disponibilità economica e conoscenze giuste, perciò la sua famiglia finì tra gli oltre 200mila tedesco-orientali privilegiati che dal 1960 agli anni 80 erano saliti a bordo di una delle tre navi da crociera battenti la bandiera «degli operai, dei contadini e degli scienziati».

«È un po’ come stare in gabbia – aveva scritto all’amica praghese. – Certo, poi torni e ti ritrovi in un paese economicamente in rovina, ma almeno hai visto il mondo da un hotel di lusso. Non a tutti lo posso raccontare: se penso ai miei compagni di corso, alcuni mi invidierebbero e sarebbero capaci di tutto».

Nell’estate del 1958 le fughe in massa verso Occidente spinsero Berlino Est a dare un segnale forte ai propri sudditi: era inutile cercare la felicità all’estero perché l’economia del paese si stava consolidando. Così fu ripescata l’idea lanciata all’indomani dei moti operai del giugno ’53 dal presidente della Federazione dei sindacati, quella cioè di costruire alcune navi da crociera per premiare i lavoratori politicamente affidabili e al contempo stuzzicare l’immaginazione collettiva con il miraggio dell’esotico.

Nel ’59 la Germania Est acquistò dalla Svezia un piroscafo che fu ribattezzato Amicizia fra i popoli. Quando prese il largo l’anno dopo, la stampa accompagnò l’evento con una robusta opera di propaganda: sui giornali apparvero immagini insolite di «vichinghi» in occhiali da sole davanti alle piramidi o ai templi greci. Specialmente dopo la costruzione del Muro di Berlino, doveva essere chiaro che, se non ti facevi venire idee strane, lavoravi sodo e seguivi le direttive del Partito, potevi pagarti una vacanza da sogno che ti portava sulla costa del Maghreb, nei Caraibi, sul Mar Nero, mentre per la maggioranza dei cittadini era già difficile trovare un posto di villeggiatura nei boschi della Turingia. 

Ulbricht, il segretario del Partito, col solito sarcasmo rimproverò i sindacati per la loro mentalità spendacciona: «Ben vengano i viaggi nel Mediterraneo, ma il problema vero è: chi paga? Occorre considerare i costi di ammortizzazione, per voi sembra che sia tutto un dono piovuto dal Cielo. Dato però che non siamo una filiale della Chiesa cattolica, è evidente che non si può andare avanti così». Solo nel quinquennio 1976-80 l’Amicizia tra i popoli era costata allo Stato 65 milioni di marchi, e anno dopo anno diventava sempre più difficile reperire pezzi di ricambio. Inoltre c’era un problema ideologico di fondo: se le crociere dimostravano la potenza economica nazionale, esisteva pur sempre il pericolo che i passeggeri confrontassero il socialismo con il reale livello di vita che incontravano nel mondo occidentale.

Nonostante i richiami di Ulbricht, il 25 giugno 1960 l’antica città anseatica di Wismar fu testimone del varo della Fritz Heckert, che nella sua breve esistenza avrebbe toccato 59 porti di 24 paesi del mondo, Occidente compreso – almeno fino al ’62 quando, durante una sosta in Nordafrica, 26 tra passeggeri e membri dell’equipaggio non erano più risaliti a bordo. Poi, viste le precarie condizioni, l’avevano trasformata in casa galleggiante e infine in botel svenduto agli arabi. Nell’85 anche l’Amicizia fra i popoli fu disarmata e sostituita dalla moderna Arkona, costata 165 milioni di marchi.

Ancor prima che prendesse il largo, la Stasi si occupò di assicurarne la sorveglianza, piazzando un agente ogni 5 passeggeri per scongiurare tentativi di fuga. I più temerari, tra i circa 200 fuggiaschi svaniti durante le crociere, si erano buttati nel Mare del Nord per farsi ripescare dalle motovedette tedesco-occidentali, altri nel Bosforo o presso le coste siciliane. Naturalmente questi episodi, amplificati dalla stampa occidentale, nuocevano alla propaganda del regime, perciò le rotte più «rischiose» vennero tolte dai programmi e perfezionati i metodi di screening preventivo e di sorveglianza a bordo.

Poi i costi lievitarono a tal punto che le navi furono noleggiate anche alle agenzie occidentali, fu aumentato il prezzo del biglietto, ma i bilanci rimasero in rosso, e il mito della Germania Est «nazione delle crociere» affondò inesorabilmente, come spiega Andreas Stirn, lo studioso che ha ricostruito la storia delle «navi da sogno del socialismo» e che ci ha dato lo spunto per raccontare di Sabine.

La cartolina della ragazza di Dresda non arrivò mai a Lenka, finì tra i mucchi di posta sequestrata che, dopo l’89, furono esposti al museo della Stasi a Berlino, e che le due amiche visitarono allibite.

– Ci prendiamo qualcosa da bere? Propose Sabine all’amica.
– Sì, ma non qui: è troppo caro in centro…
– Eh già, mica siamo sulla «Fritz Heckert»! – rispose ridendo Sabine; ormai era un modo di dire divenuto proverbiale.

 



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